L’insopportabile bisogno di essere felice: l’ultimo capolavoro di Baron Corvo

«Il desiderio e la ricerca del tutto è detto amore»

(Platone, Simposio)

Ogni pagina è come una lacrima inespressa, appena accennata, subito asciugata da una risata e dalla dolorosa sferzata dell’invettiva. Tutto si compone passo dopo passo, istantanee di una vita tormentata che si assommano confusamente, disegnando una trama che dalla linearità si apre a piste diverse e a orizzonti possibili. Il dialogo costante tra il protagonista e il mondo è una sinfonia del cuore che, dal particolare di una vita tormentata, abbraccia l’intera esistenza. L’urlo disperato di chi invoca Dio si sposa con quella terribile ricerca della felicità che pare non approdare a nulla, soffocata dall’arsura estiva della laguna. Per le vie e i ponti della Venezia del 1908 si aggirano, sotto una sinistra forma umana, ossessioni e speranza frustrate, uno sconforto autodistruttivo che cerca finalmente una consolazione dopo tanti tormenti.

Il desiderio e la ricerca del tutto è insieme privazione e soddisfazione, cammino e meta, aspirazione e compimento. Raramente capita di imbattersi in un libro abile nel mantenere costante la tensione e il ritmo alto, quasi che il sudore del protagonista, le sue smanie e i suoi pensieri fossero davvero quelli del lettore. I tormenti di un’esistenza insoddisfatta si incontrano con le aspirazioni più alte dell’essere umano dando così il via a uno spettacolo fiabesco, capace di misurarsi con egual maestria sia con il fango degli istinti carnali che con le dolci vette dello spirito. Differenti registri stilistici si trovano a convivere all’interno di una storia affascinante che viene condita, secondo il perfetto e ricercato stile di Frederick Rolfe, da intellettualismi e sprazzi di erudizione singolarmente felici. La lingua, in grado di muoversi con abilità tra i bassifondi dialettali e il lessico più ricercato, costituisce il tramite per collegare il dramma alla comicità, la satira all’ironia frivola, le profonde elucubrazioni del protagonista ai motteggi salaci tra i personaggi. Il risultato è un pastiche ghiotto e mai banale, un testo che ha la forza di scuotere profondamente l’anima di chi legge.

Il libro di Rolfe – noto con lo pseudonimo di Baron Corvo – mostra nuovamente le evidenti tracce autobiografiche già presenti nell’Adriano VII (1904). Se in quel romanzo il soggetto era la fallita carriera ecclesiastica dell’autore, ne Il desiderio e la ricerca del tutto il tema principale è, per così dire, l’altra metà del cielo, ovvero la rassegnata vita da laico trascorsa a Venezia. Dietro i nomi dei diversi attori che, come fantasmi della memoria, affollano una scena imbastita ad arte, si nascondono infatti esplicite allusioni a uomini e donne incontrate dal singolare barone durante i suoi ultimi anni di vita in Italia. Per fare un esempio basti citare il sacerdote e scrittore Robert Hugh Benson, parodiato nel romanzo con il nome di Bobugo Bonsen, e, come molti altri, oggetto di una critica decisamente offensiva ma mai veramente volgare. Questo fatto fu forse il principale che inibì la pubblicazione dell’opera, scritta intorno al 1909. La prima edizione comparve sugli scaffali solamente nel 1934, un ventennio dopo la morte di Rolfe, grazie all’impegno di A.J.A. Symons, l’uomo che, più di altri, contribuì a creare intorno a questa singolare figura di cattolico bohemien, avversato dalla sfortuna e costretto a condurre una vita di stenti e privazioni, un vero e proprio culto.

Il desiderio e la ricerca del tutto, ambientato tra il 1908 e il 1909, racconta dunque la storia di Nicholas Crabbe, romanziere britannico che soggiorna a Venezia. Alloggiato presso l’albergo Bellavista, le sue giornate trascorrono serene, spese tra la scrittura, le gite in gondola e il volontariato presso l’ospedale inglese gestito dalla supponente Lady Pash. Dopo l’ennesimo litigio con un professore di greco, stanco dell’ottusità degli uomini, Crabbe decide di intraprendere un viaggio in barca attraverso il Mar Adriatico, verso sud. Tra le macerie di un villaggio calabrese, pochi mattoni sopravvissuti al devastante terremoto di Messina, soccorre Ermenegilda (soprannominata “Zildo”), una diciassettenne di origini veneziane. Delicata e asessuata, dai lineamenti dolci ma dalla robustezza di un fanciullo, l’adolescente è accolta dall’uomo in qualità di tuttofare: «Nicholas e Zildo partirono insieme verso nord. Padrone e servitore, ma in realtà due metà di un tutto». Tornati alla laguna, diverse sfortune causano però la rovina economica e sociale del protagonista; a questo punto toccherà a Ermenegilda salvare Nicholas da se stesso.

Giocata sul filo dell’ambiguità, questa sorta di autobiografia non dichiarata si incarica di svelare i lati più nascosti di una personalità oscura e spigolosa come quella di Rolfe. Ciò che emerge è una lucida confessione delle debolezze di un uomo, dell’attrazione per tutto ciò che è vano ma, al contempo, del suo amore per la preghiera e la Chiesa («la luce prodotta da una candela romana è più forte di quella di un lumino da notte»). È l’avventura di un’anima lanciata a capofitto nel dramma della vita, una lacerazione che attraversa il cuore di chi è continuamente sottratto al bene agognato e ricondotto, per colpa dei propri limiti, alla gretta materialità. Vi è latente soprattutto il tema dell’omosessualità dello scrittore. Ermenegilda, non a caso, ha un aspetto androgino e il suo soprannome, così come i vestiti che indossa, le sono imposti da Crabbe per celarne la femminilità. Anche se il protagonista dichiara che il suo intento è quello di proteggersi dalle malelingue inglesi che affollano Venezia, è però abbastanza naturale, dato il profilo biografico di Rolfe, immaginare a un escamotage adottato per sfuggire alla censura. L’esito di tale operazione è tutt’altro che scontato e il candido rapporto tra i due è così puro e angelico da non inficiare la lettura di un romanzo che non ha certamente tra i suoi intendimenti quello di giustificare l’omosessualità o addirittura di tesserne un elogio.

Incapace di stabilire relazioni stabili con chiunque, Crabbe è un uomo duro. Anche se generoso e disinteressato, fatica ad amare e a essere amato, perennemente alla ricerca di quell’affetto «che il mondo gli negava totalmente (così diceva) e non del tutto senza motivo». Pretende negli altri un grande rigore morale e, anche a fronte di una piccola delusione, è pronto a tagliare qualsiasi legame usando l’arma di un carattere risoluto.

Nelle lettere spedite agli amici che, come Crabbe stesso ammette, spesso corrispondono ai più terribili nemici, il protagonista intesse un costante dialogo che spezza la monotonia delle giornate veneziane. Intervallandosi alla cornice della trama, le missive hanno il compito di aprire un rapporto tra il protagonista e il proprio passato. Si racconta la storia di un’umanità in rovina, abile nell’approfittarsi senza ritegno dell’ingenuo scrittore che, seppur colpevole come tutti, viene letteralmente spolpato dalla vita. È così costretto dalle circostanze a rivestirsi della corazza del granchio che il suo stesso nome evoca (“crab” in inglese significa appunto “granchio”). Protetto dalle chele, vede la realtà intorno a lui come un gigantesco complotto ordito a suo danno, e anche Ermenegilda – discreta e servizievole – viene presto coinvolta nel pessimismo del padrone. Eppure, nonostante tutto, nonostante le intemperanze, le sfortune e la freddezza di Crabbe, lei non lo abbandona, rivelandosi finalmente come quell’amica fidata che Nicholas cercava da tempo.

«Colui che desidera deve perseguire il suo desiderio anche se il mondo intero lo ostacola. Colui che persegue il desiderio trova il proprio cammino disseminato di ostacoli»: presto, come accennato, la vita di Crabbe a Venezia diventa difficile. Senza una reale speranza di pubblicare qualcuno dei suoi testi, abbandonato da tutti e privo di denaro, Nicholas si rassegna a una morte inevitabile e che, per certi versi, profetizza quella che effettivamente colse Rolfe nel 1913, dopo aver vissuto per lunghi mesi con pochissimo cibo, costretto a dormire nelle gondole ormeggiate lungo i canali. Ma, come nell’Adriano VII, è proprio nel momento in cui il destino pare segnato che, provvidenzialmente, un imprevisto si affaccia a riscattare un’esistenza. Questa volta la benevolenza divina ha il volto e gli occhi di Ermenegilda, quella metà che, secondo il mito platonico, può finalmente dare compimento alla vita di un uomo. Ora tocca a Crabbe; starà a lui riprendere in mano il filo della propria vita, nuovamente in marcia alla ricerca della felicità.

Luca Fumagalli

ROLFE, Il desiderio e la ricerca del tutto, Roma, Castelvecchi, 2014, pp. 368.

Interno

Un commento a "L’insopportabile bisogno di essere felice: l’ultimo capolavoro di Baron Corvo"

  1. #Fransi   25 luglio 2015 at 12:18 am

    con questo commento vorrei ringraziare personalmente Luca Fumagalli di queste recensioni di libri.
    Tali libri sono corrosivi per lo spirito e l’animo, non passano, alzano vecchie polveri oramai sedimentate e fanno riflettere nel profondo.
    Sono libri che cercavo da parecchio ed ancora, su questo blog, ho trovato domande e risposte, ringrazio nuovamente l’autore e radiospada.

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