Longanesi e italiani

«Non è la libertà che manca in Italia.

Mancano gli uomini liberi»

(Leo Longanesi)

di Luca Fumagalli

Era decisamente basso, e la cosa lo indispettiva non poco, ma il volto dai tratti decisi e una certa qual cura nel vestire lo rendevano comunque un tipo affascinante. Si muoveva a passo deciso sui marciapiedi delle grandi città italiane, a partire dalla sua cara Bologna, smanioso come chi avverte l’impellenza di raggiungere un luogo che gli è indispensabile, quasi liberatorio. Quel luogo era la redazione del suo giornale, un turbolento paradiso fatto di vittorie e sconfitte, trovate brillanti ma anche rancorosi battibecchi. L’uomo amava definirsi simpaticamente un “carciofino sott’odio” e per lui sarebbe stato impossibile vivere nella placida calma garantita dalla serenità lavorativa e famigliare. Amava le dicotomie, le opposizioni, gli scontri, in lui conviveva tutto e il contrario di tutto, era un ribelle, un “uomo contro” e soleva opporsi, almeno in certa misura, anche a se stesso. Dapprima fu un fascista critico, decisamente infastidito dall’ottusità del regime, più tardi un singolare borghese antiborghese, nostalgico sognatore di un mondo orami defunto.

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La storia di Leo Longanesi (1905-1957) è quella di un anarchico di destra, di un disegnatore, scrittore e regista, ma, soprattutto, di colui che, a buona ragione, può essere definito il padre del giornalismo italiano del dopoguerra. Tra i suoi allievi si annoverano numerosi giovani e meno giovani che, durante il ventennio fascista, subirono il suo ascendete; a nomi noti come quelli di Pannunzio, Delfini, Pellizzi, Ansaldo e Montanelli si associa poi una folta schiera che, seppur spesso opposta dal punto di vista politicò, restò irrimediabilmente stregata dal genio innovatore del ragazzo di Bagnacavallo.  Ogni nuovo giornale che diresse – e furono circa una decina – si distinse per un desiderio di novità e modernità che sovente mancava nella stampa italiana, arroccata in un provincialismo che sapeva di conservatorismo stantio. Non si trattava tanto di copiare i modelli estetici o culturali del mondo francese o anglosassone, quanto di portare nell’italietta degli anni ’20 un alito d’internazionalità. Con questo spirito nacquero riviste come “L’italiano”, “Omnibus” – il padre del moderno rotocalco – e, più tardi, “Il Borghese”, che lo portarono a vivere prima a Roma e poi a Milano. A questi tentativi si associò in seconda battuta la fondazione della casa editrice Longanesi, avvenuta nel 1946 con l’indispensabile finanziamento dell’industriale Giovanni Monti.

Factotum indefesso, Longanesi firmava articoli, si occupava della veste grafica, impaginava e selezionava con cura i singoli pezzi, sempre disposto a mettere tutto in discussione fino all’ultimo momento. Alla scelta di un carattere elegante come l’amato Bodoni si accompagnava la sua celebre irriverenza, rintracciabile soprattutto nelle vignette e nelle composizioni fotografiche. Longanesi era infatti un vero e proprio artigiano la cui sapienza risiedeva nelle forbici e nella colla. Costretto dalle scarse risorse a disposizione a inventare nuove soluzioni estetiche in grado di catturare l’attenzione del lettore, divenne un’abile maestro nella ricerca d’archivio e nel collage, non curandosi di rispettare l’integrità ortodossa dell’immagine, mosso solamente dall’intento di rimodellare lo scatto a suo piacimento assegnandogli un significato inedito. In questo divertente esercizio di invenzione del reale, la sua estetica si avvicinava al tipo promosso dal dadaismo e dalle avanguardie in voga all’epoca (ovviamente detestate da Longanesi che soleva ammonire: «Non comprate quadri moderni: fateveli in casa»). L’object trouvé, la foto incastonata tra le colonne del testo piuttosto che la vecchia vignetta riadattata per l’occasione, è parte di un mondo ideale in cui la scelta si carica di spirito dinamitardo, un ghigno che sottende un’arrogante sfida lanciata al mondo.

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Medesima funzione svolgevano gli aforismi, frasi brevi al vetriolo che Longanesi coniava con insuperata facilità. Alcune espressioni oggi proverbiali come “votare turandosi il naso” sono da attribuire al genio del romagnolo. Coerente propugnatore di un canone letterario in cui era abolito il fronzolo e l’inutile, nell’essenziale era in grado di condensare con abilità messaggi sarcastici che avevano anche un altro vantaggio: quello di fugare qualsiasi tentazione di banale qualunquismo, ciò che Longanesi percepiva certamente come la più pericolosa tra le numerose “bestie nere” che affollavano i suoi incubi. Al radar di quell’intellettuale antintellettuale non sfuggiva praticamente niente: politica, costume, cultura e società erano ambiti ugualmente adatti per sfoderare la sottile lama dell’aforisma, pronto a sentenziare su tutti quegli atteggiamenti deprecabili che ammorbavano la penisola italiana nella prima metà del secolo. “Siamo conservatori in un paese in cui non c’è nulla da conservare”, “Una società fondata sul lavoro non sogna che il riposo” e “L’omosessualità è un’estetica come la massoneria è una religione” sono solo alcuni esempi di questo atteggiamento schietto che, alla maniera di Chesterton, fa dell’ossimoro una regola di vita.

Eppure dietro la maschera del sorriso Longanesi nascondeva una profonda tristezza che spesso sfogava in un cinismo nichilista. Alla delusione maturata durante il periodo fascista si assommò il disprezzo per l’Italia del CLN, troppo vacua, esterofila e antieroica per essere amata da un uomo che affrontava il dopoguerra con l’incomodo portato di una scottante delusione. Il passaggio dal fascismo all’opposizione al regime – cosa che, tra l’altro, causò nel 1939 la chiusura di “Omnibus” dopo neanche due anni dalla fondazione – era già emerso tra le pagine del suo primo libro, Vade-mecum del perfetto fascista (1926), in cui, all’ombra di un’educazione apparentemente allineata alle indicazioni del regime, si nascondevano i soliti messaggi dissacranti. Dal celebre “Mussolini ha sempre ragione”, che suona come una candida ammissione del contrario, si passa alla demistificazione dell’apparato fascista proprio a partire dalle stesse parole forti del ventennio: “Questi sono consigli, tu, alla maniera fascista, fregatene, ma ricordati che a forza di fregarsene si arriva all’anarchia”. Longanesi rimproverava a Mussolini di non aver realizzato l’ideale strapaesano che aveva accompagnato la sua gioventù. Fu infatti collaboratore e amico di Maccari, fondatore de “Il Selvaggio”, e principale animatore di quel movimento letterario e culturale che, nell’alveo di uno spirito patriottico, si poneva in contrapposizione al progressismo tecnologico e industriale propugnando, al contrario, un ritorno all’arcadia rurale della piccola Italia, fatta di localismi inestinguibili e di tradizioni millenarie. Caduto il mito della “nuova aristocrazia” dei Ras, il ritratto che Longanesi fa del paese è quello di un baratro, dove tutto è avvolto dall’odore di morte e degrado. La lussuria dei capi che gozzovigliano mentre la penisola è in fiamme è la metafora di un popolo incapace di mostrare un pur minimo sussulto morale. Il coltello, il rosario e il bicchiere di vino, simbolo longanesiano di Strapaese, erano stati definitivamente distrutti.

Se Longanesi aveva nutrito forti speranze nel fascismo, il periodo democratico fu per lui del tutto privo d’attrattiva. La democrazia non lo sorprese mai, neppure per un istante, in un atteggiamento di benevola attesa. Lontano da qualsiasi tentazione di valutazione etica del ventennio, vedeva nella modernità, come in uno specchio, le medesime tenebre degli anni precedenti. Nulla era cambiato, esisteva una sorta di accordo di fondo che esprimeva un’inalterabile continuità in negativo tra presente e passato. All’epoca de “Il Borghese”, infatti, in gioco non era tanto la difesa del cosiddetto ceto medio – che, detto per inciso, non amò mai Longanesi – quanto quella di un vagheggiato mondo di fine XIX secolo, un passato ideale, ascrivibile alla Belle Epoque, all’età giolittiana, a un periodo in cui l’Italia era in qualche mondo migliore. L’ultimo Longanesi fu quindi una sorta di vate del crepuscolarismo, un gozzanianio cantore delle «buone cose di pessimo gusto», puntualmente tormentato dal tarlo di un’immagine del fascismo destinata a riemergere dalle ombre con toni meno negativi. Per lui, comunque, gli italiani rimasero sempre «animali feroci e casalinghi».

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I libri, le fotografie e le immagini sono ancora oggi la testimonianza più preziosa di una vita spentasi ancora in giovane età, quasi che Longanesi, davanti alle amarezze di un mondo in macerie, non trovasse più un valido motivo per continuare a vivere. Dalla morte sono però scampati gli insegnamenti di una delle figure più insigni della cultura italiana del XX secolo, un uomo che ha insegnato a molti il coraggio di opporsi, di essere intelligenti, profondi, di non accontentarsi mai di facili risposte o soluzioni banali. Ma, soprattutto, quello che di lui ancora sopravvive è l’inconfondibile sorriso, il sarcasmo di uno dei pochi che durante la sua esistenza ha avuto il coraggio di affrontare a volto scoperto il suo più acerrimo nemico: se stesso.

2 Commenti a "Longanesi e italiani"

  1. #Franco Damiani   24 luglio 2015 at 8:11 pm

    Un solo appunto: Bagnacavallo e non Bagnocavallo.

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    • #Luca   25 luglio 2015 at 9:54 am

      Grazie mille per la segnalazione: refuso corretto.

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