Pio VI: il martire della rivoluzione

Pio Vibis

di Luca Fumagalli

Tra il febbraio 1798 e l’agosto del 1799 per Pio VI si consumò un vero e proprio calvario. Costretto ad abbandonare la cara Roma, anziano e malfermo dovette affrontare un lungo e faticoso viaggio su pressione del Direttorio francese: l’obiettivo era quello di allontanare il pontefice dal cuore del cattolicesimo, portarlo in Francia alla stregua di un prigioniero e, in ultimo, infliggere il colpo mortale alla “superstizione” cristiana. Pio VI si separò così dai fasti della corte pontificia per abbracciare la croce della miseria umana e mettersi in cammino per un viaggio da cui non tornò mai più.

Siena, Firenze, Bologna, Parma, Piacenza, Alessandria, Torino e Valenza sono solo alcune delle tappe che il Papa – sempre sotto gli occhi vigili della scorta francese – percorse in quell’anno e mezzo che fu fatidico anche per la storia europea. Gli ultimi scampoli del XVIII secolo furono infatti momenti di fermento e di novità. La spinta propagandistica della rivoluzione francese, che portò a maturazione i frutti dell’illuminismo, si era ormai esaurita mostrando il volto violento e anticlericale. Contemporaneamente alla reazione delle maggiori monarchie continentali, si affacciò poi sullo scacchiere internazionale l’imprevedibile figura di Napoleone. Si era dunque a cavallo tra due generazioni, entrambe accomunate dal desiderio di cambiamento e, soprattutto, di condannare la Chiesa all’estinzione.

La marea rivoluzionaria era in ebollizione già da qualche tempo. Il ‘700 è infatti passato alla storia come il secolo del trionfo dei Lumi, dello scetticismo diffuso e dei sovrani illuminati con le loro riforme tese a stabilire il controllo assoluto (assolutismo) sulla propria nazione. La centralizzazione e burocratizzazione degli stati procedette di pari passo all’omologazione e all’eliminazione di tutte quelle autonomie ereditate dalla società medievale di cui faceva parte la stessa Chiesa. Nel tentativo di controllare anche il cattolicesimo nazionale, dalla metà del secolo i sovrani di mezza Europa scatenarono una violenta guerra contro i gesuiti, considerati una sorta di corpo estraneo alla stato, una milizia internazionale più fedele al pontefice che al re. Ci si stava dunque avviando sulla via della protestantizzazione del cattolicesimo, di una riduzione dell’universalità di Roma a una serie di chiese locali sotto il diretto controllo dell’autorità civile. Molto prima del fatidico 1789, la cristianità si scopriva debole e sola, una fragilità a cui Pio Vi era chiamato a sopperire.

Nato a Cesena nel 1717 da una famiglia nobile, ma economicamente decaduta, Giovanni Angelico Braschi fu, suo malgrado, l’unico oppositore alla rivoluzione che stava stravolgendo l’Europa. Suo malgrado perché il buon Pio VI, in realtà, era un Papa tutt’altro che politico. Raffinato nei gusti e fine erudito, la sua attenzione era rivolta più alle biblioteche che ai palazzi e alle cancellerie, rimpiangeva il rinascimento e l’attualità lo interessava poco. Dopo le esitazioni del primo periodo di pontificato, dovute forse a una incapacità culturale e caratteriale di credere all’esistenza di un piano segreto diretto alla distruzione del cattolicesimo, affrontò impavidamente, a dispetto delle molte sconfitte e dei pochi successi, le perniciose idee che si andavano diffondendo e che, come già anticipato, furono all’origine della sua morte.

Eletto Papa nel 1775, nonostante l’opposizione di Francia, Spagna e Portogallo che lo consideravano un amico dei gesuiti, i suoi primi passi avevano fatto temere ai più di trovare in lui un nuovo Clemente XIV, un uomo che aveva commesso diversi errori per eccesso di mitezza e troppo amore di pace e si pensava che potesse aver conferito al Braschi la porpora cardinalizia proprio per assonanza caratteriale. Oltre alla scottante questione dei gesuiti, Pio VI si trovò a combattere le pretese d’assolutismo sia degli Asburgo che dei Borboni e, sul fonte interno, le rivendicazioni dei gianseniti e dei febroniani.

La tentazione comune al XVIII secolo fu quella dell’autonomia e della frantumazione, quella cioè di accampare in ogni modo diritti particolari e pretestuosi pur di distruggere l’universalità della Chiesa di Roma. Lo scopo era quello di rafforzare lo stato che, nell’immaginario dei regnanti, diventava il nuovo dio da adorare. A nulla valsero le sempre più coraggiose prese di posizione di Pio VI: solo le atrocità commesse dai giacobini aprirono gli occhi di tanti che vivevano nell’autoinganno di una pacificazione possibile. Le teste di quei re che, fino a poco tempo prima, sedevano arroganti suoi loro troni, iniziarono presto a cadere.

A Pio VI, come detto, toccò la sorte dell’esilio. Un pellegrinaggio che ebbe il sapore della testimonianza, una prova imposta dalle circostanze e che fu, senza ombra di dubbio, la dimostrazione che la Chiesa, seppur prostrata, non sarebbe mai stata sconfitta. Pietro Baldassarri, segretario di monsignor Caracciolo – maestro di camera del Papa e compagno di prigionia fino a Valenza – annotò gli avvenimenti in un diario che fu in seguito completato e corretto. A partire da questo documento, Sandro Totti ripercorre nel suo brillante volumetto Il martirio di un papa (con postfazione di Francesco Maria Agnoli) le tappe più importanti di un viaggio funesto, reso ancora più drammatico dalla cagionevole salute del Braschi. Attraverso una ricostruzione che miscela con sapienza cronaca e fotografia, il testo regala al lettore la sensazione di trovarsi fianco a fianco al pontefice e di condividere con lui, come una sorta di moderno cireneo, la via della passione. L’unico conforto per il Papa morente fu quello delle popolazioni locali che sempre accolsero il suo arrivo con preghiere e ovazioni, un brillante esempio di come arrendersi alla volontà divina sia davvero l’unica chiave per la vittoria.

SANDRO TOTTI, Il martirio di un Papa, Rimini, Il Cerchio, 2002.