L’abito fa il monaco, eccome!

"don" Luigi Maria Verzè
“don” Luigi Maria Verzè

di Pierfrancesco Nardini

“Chi non ama la sua talare resisterà ad amare il suo servizio a Dio? Il prossimo non sostituisce Dio! Non è soldato chi non ama la sua divisa” Card. Giuseppe Siri

Il noto motto “l’abito non fa il monaco” è diventato lo slogan dei tanti cattolici che non trovano strano un prete non vestito da prete.
Questi, in primis, non comprendono il carattere disciplinare della questione; non sanno o, in alcuni casi, peggio, fingono di non sapere che il sacerdote è OBBLIGATO ad indossare l’abito.
Tale obbligo deriva innanzitutto dal Codice di Diritto Canonico (CIC, 1983), cioè dalla legge della Chiesa.
Il can. 284 infatti ordina che «i chierici portino un abito ecclesiastico decoroso secondo le norme emanate dalla Conferenza Episcopale e secondo le legittime consuetudini locali» e il can. 669 (I comma) lo integra ordinando che «i religiosi portino l’abito dell’istituto, fatto a norma del diritto proprio, quale segno della loro consacrazione e testimonianza di povertà».
Già questo dovrebbe essere sufficiente ad un cattolico per capire che un sacerdote NON PUÒ togliersi l’abito; e che, se lo fa, perde credibilità. Nel disobbedire ad una norma esplicita della Chiesa di cui è entrato a far parte con l’ordinazione, si pone in una situazione di contraddittorietà: la sua disobbedienza è in contrasto con gli obblighi accettati con l’ordinazione.
Come giudicheremmo un militare che, dopo il giuramento, inizi a contravvenire ai suoi obblighi e vada sempre in giro in borghese, anche quando non è ammesso?
Evidente, inoltre, che non si può interpretare «secondo le legittime consuetudini locali» come scappatoia, dato che mai delle consuetudini locali che derogassero a tale obbligo potrebbero essere intese come legittime.
Pur ampiamente sufficiente a risolvere la questione, non è solo il CIC a richiedere obbligatoriamente l’abito.
Ci sono infatti svariati interventi dei Papi e delle varie Congregazioni che ribadiscono il concetto, in particolare prevedendo le gravissime conseguenze dell’abbandono dell’abito.
Ci soffermiamo, in particolare, sull’art. 61 della nuova versione del “Direttorio per la vita e il ministero dei presbiteri” della Congregazione per il clero, (che, a scanso di equivoci e/o interpretazioni, si intitola “Importanza e obbligatorietà dell’abito ecclesiastico”). Spiega che il sacerdote DEVE «portare o l’abito talare o “un abito ecclesiastico decoroso, secondo le norme emanate dalla Conferenza Episcopale e secondo le legittime consuetudini locali” (Can. 284 CIC)» e che «quando non è quello talare, deve essere diverso dalla maniera di vestire dei laici e conforme alla dignità e alla sacralità del ministero».
Non c’è possibilità di ritenere le citate disposizioni come semplici consigli. Il sacerdote sa che sono norme (che come tali “normano”, cioè disciplinano e vincolano).
Ad ulteriore certezza di ciò c’è la Nota esplicativa del 22.10.1994 del Pontificio Consiglio per i testi legislativi che effettua «chiarimenti circa il valore vincolante» dell’art. 66 del Direttorio del 1994: pur essendo il documento permeato anche da un intento pastorale, «tuttavia ciò non toglie valore prescrittivo a molte delle sue norme le quali non hanno un carattere soltanto esortativo ma sono giuridicamente vincolanti» (punto 1) e che l’articolo in questione è «una norma a cui si è voluto chiaramente attribuire esigibilità giuridica, come si deduce anche dal tenore stesso del testo e dal luogo in cui è stato incluso: sotto il titolo “L’obbedienza”».
L’aspetto legislativo è, quindi, ben solido per poter smettere ogni superficialità sull’abito sacerdotale.
Quanto all’altro aspetto, ugualmente importante, quello del significato spirituale e di testimonianza, anch’esso è stato abbondantemente sottolineato.
Il Direttorio, ad esempio, è utilissimo perché, oltre a ribadire che si deve portare l’abito, spiega anche perchè.
Si sottolinea quella contraddittorietà sopra evidenziata, nonché l’impossibilità di scappatoie interpretative: «per la loro incoerenza con lo spirito di tale disciplina, le prassi contrarie non contengono la razionalità necessaria affinché possano diventare legittime consuetudini e devono essere assolutamente rimosse dalla competente autorità».
Poi si passa all’elemento forse ancora più grave, «fatte salve situazioni specifiche, il non uso dell’abito ecclesiastico può manifestare un debole senso della propria identità di pastore interamente dedicato al servizio della Chiesa».
Il sacerdote è tutto di Dio, è alter Christus e come tale è segno di N.S. nel mondo. L’abito ha questo fine. Il toglierselo manda il segnale negativo di non credere in quel che si fa e si testimonia.
Che effetto fa scoprire che una persona, vestita come noi, con cui si sta parlando da un po’ è un prete?
Sinceramente non credo di essere io l’esagerato a rimanere stupito. Il noto comico Checco Zalone ci fondò una battuta in un suo film (il personaggio, scoperto che quello che credeva il suo rivale in amore era un prete, lo apostrofa con un “e mittet nu cos!”, indicando con i gesti il collarino bianco dei sacerdoti).
È certo che quando si vede un prete vestito da prete le persone hanno un immediato richiamo a Cristo e ad uno spontaneo sentimento di spiritualità.
Di contro, un prete senza abito è, a livello di immagine, il simbolo della debolezza, se non proprio della perdita della fede che caratterizza i nostri tempi.
Per questo il Direttorio chiarisce che «il presbitero dev’essere riconoscibile anzitutto per il suo comportamento, ma anche per il suo vestire in modo da rendere immediatamente percepibile ad ogni fedele, anzi ad ogni uomo, la sua identità e la sua appartenenza a Dio e alla Chiesa».
L’abito è una “divisa”, è il segno esteriore di una realtà interiore, di una Verità testimoniata nel mondo, oltre che con le parole, anche con i gesti e i segni.
Altrimenti non avrebbe avuto senso il martirio di quei sacerdoti morti per non rinnegare il proprio abito e quello che questo rappresenta: su tutti, ricordiamo il beato Rolando Rivi, seminarista quattordicenne ucciso dai partigiani comunisti.
Anche Giovanni Paolo II (da poco canonizzato dalla Chiesa), non tacciabile di essere tradizionalista e preconciliare (come se esserlo fosse un problema!), sin dall’inizio del suo pontificato ha ribadito l’importanza di vestire l’abito, ricordando ai sacerdoti che la loro identità deve essere scrupolosamente difesa.
Nella Lettera scritta l’8 settembre 1982 al Cardinale Ugo Poletti, Vicario Generale per la diocesi di Roma, Papa Wojtyla insiste su tale argomento «rilevando il valore ed il significato di tale segno distintivo, non solo perché esso contribuisce al decoro del sacerdote nel suo comportamento esterno o nell’esercizio del suo ministero, ma soprattutto perché evidenzia in seno alla Comunità ecclesiastica la pubblica testimonianza che ogni sacerdote è tenuto a dare della propria identità e speciale appartenenza a Dio».
Non evidenzia gli aspetti giuridici dell’obbligo del sacerdote (dandoli per scontati), ma si butta sull’aspetto della testimonianza e su quello spirituale.
Il Papa polacco è chiarissimo: «inviati da Cristo per l’annuncio del Vangelo, abbiamo un messaggio da trasmettere, che si esprime sia con le parole, sia anche con i segni esterni, soprattutto nel mondo odierno che si mostra così sensibile al linguaggio delle immagini. L’abito ecclesiastico, come quello religioso, ha un particolare significato: per il sacerdote diocesano esso ha principalmente il carattere di segno, che lo distingue dall’ambiente secolare nel quale vive; per il religioso e per la religiosa esso esprime anche il carattere di consacrazione e mette in evidenza il fine escatologico della vita religiosa».

Conclude che «l’abito, pertanto, giova ai fini dell’evangelizzazione ed induce a riflettere sulle realtà che noi rappresentiamo nel mondo e sul primato dei valori spirituali che noi affermiamo nell’esistenza dell’uomo».
Il problema del prete che non veste da prete ha avuto inizio molto tempo fa. Già il Card. Siri il 20 agosto 1972 (“L’abito ecclesiastico”) ritenne di dover «attirare la attenzione su un problema, che sta diventando della massima importanza: quello dell’abito ecclesiastico».

Rispondeva già allora a quelli che oggi dicono che l’abito non fa il monaco: «l’abito non fa il monaco al 100%, ma lo fa certamente in parte notevole; in parte maggiore, secondo che cresce la sua debolezza di temperamento».
Evidenziava poi tutti i vantaggi del portare l’abito (che ai suoi tempi era solo la talare!): «esso ricorda impegni, appartenenze, decoro, colleganze, spirito di corpo, dignità! … Obbliga a riflettere, a contenersi, ad essere in consonanza con l’ambiente al quale l’abito ci ascrive. Ha la capacità di dare, per salvaguardare quel pudore, una forza che senza di esso non esisterebbe affatto; riesce ad impedire che si oltrepassino certe soglie; trattiene le espansioni, le curiosità morbose».
La sua conclusione era che «difficile possa esistere nel nostro tempo, proprio per le sue caratteristiche, lo spirito ecclesiastico senza il desiderio e il rispetto dell’abito ecclesiastico».
Alla luce di quanto detto, è palese che, nella crisi vocazionale e nella crisi della fede che viviamo, una “divisa” come quella in oggetto diventa di piombo, pesantissima. Il giogo non è più leggero.
Si dovrebbe iniziare a riflettere attentamente prima di sdoganare l’abito sacerdotale come elemento di poco conto. Un cattolico, se è realmente tale, non può permetterselo. Dovrebbe altrimenti giustificare il suo contrasto con l’obbligo imposto dalle leggi e con quanto spiegato da Papi e Congregazioni.

 

Fonte

 

2 Commenti a "L’abito fa il monaco, eccome!"

  1. #Mardunolbo   4 agosto 2015 at 11:55 pm

    Pubblicare una foto del (don) Verzè è sparare sul morto. Se non è noto, si rende noto che il famigerato “don” oltrechè non portare mai l’abito talare, si era circondato, nell’Ospedale San Raffaele(povero San Raffaele, Angelo meraviglioso, che vergogne sotto il tuo nome!) di una caterva di apostati ed agnostici professori tanto per dar lustro alla sua struttura. Struttura che era così ben impostata che la direzione sanitaria dei primordi faticava a capire l’utilizzo delle singole specialità mediche.
    Il Verzè, mentre si circondava di illustri agnostici per “lustrare” il suo ospedale, risulta che viaggiasse per il mondo per costruire altre “sue” creature del genere, facendosi accompagnare dalla sua “consigliera” personale, anzi personalissima.
    “Dai frutti li riconoscerete”: un crollo economico totale dell’ospedale con buco di debiti enorme dovuto a millantata potenza.
    Gran tristezza ! Avrà chiesto Verzè, nei suoi ultimi momenti, perdono a Dio di quanto fatto ? Speriamo di sì, perchè negli ultimi momenti l’orgoglio ed il ricordo della potenza ottenuta possono far dimenticare la propria nullità !

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    • #Isidoro   5 agosto 2015 at 2:18 pm

      Don Verzè si è suicidato, dubito fortemente che si sia pentito

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