[SECONDO QUINTO] Senza timore degli uomini, agiamo come se tutto dipendesse da noi

160641830-2f76835e-0ed5-4345-b88e-265f9a92f60a

di Danilo Quinto

«Sono molto preoccupato del fatto che agli omosessuali e ai divorziati risposati venga data la Santa Comunione nelle nostre Chiese».

E’ quanto mi diceva un prelato qualche settimana fa. Tutti lo sanno e tutti fanno finta di non vedere. In questa situazione, mi sembra ipocrita – e forse anche disonesto – attendere l’esito del Sinodo di ottobre per comprendere che cosa avverrà. Non penso affatto che le «suppliche» rivolte a Bergoglio, possano sortire alcun effetto. Troppo oltre si è andati nell’assecondare i desideri degli uomini, con le parole, con i gesti e con le azioni e nel creare aspettative per una Chiesa che «servisse l’uomo», come ebbe a dire Paolo VI in un discorso memorabile e perverso, che inneggiava alla Felicità Universale di stampo massonico. Troppo poco si è fatto per salvaguardare i diritti di Dio e della Sua legge, che è stata maltrattata da una prassi conciliare che ha spazzato via il Dogma, la Persona – e quindi il Cristianesimo – per fare posto alla modernità ed alle sue nequizie.

Bergoglio non è il solo responsabile. E’ l’epilogo di una situazione che si trascina da tempo. Sono responsabili, insieme a lui, tutti coloro che, prima di lui, hanno «preparato il terreno», l’hanno «coltivato» e «curato», trasformando la «Vigna del Signore» in un luogo che sostituisce il «piacere a Dio» con la «resa al mondo».

Tra i responsabili, vi è il «Papa emerito», che rimane – almeno ufficialmente – silenzioso rispetto a quello che sta avvenendo. Contraddicendo, in maniera palese, quanto egli stesso affermò nel corso dell’udienza generale del 27 febbraio 2013: «Qui permettetemi di tornare ancora una volta al 19 aprile 2005. La gravità della decisione è stata proprio anche nel fatto che da quel momento in poi ero impegnato sempre e per sempre dal Signore. Sempre – chi assume il ministero petrino non ha più alcuna privacy. Appartiene sempre e totalmente a tutti, a tutta la Chiesa. Alla sua vita viene, per così dire, totalmente tolta la dimensione privata (…) Il “sempre” è anche un “per sempre” – non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro (…)». Nel saluto di congedo ai cardinali, riuniti il 28 febbraio 2013, Ratzinger sottolineò i «momenti bellissimi di luce radiosa nel cammino della Chiesa, assieme a momenti in cui qualche nube si è addensata nel cielo».

Se da «quel momento» era «impegnato sempre e per sempre dal Signore» e se «Il “sempre” è anche un “per sempre”», è possibile che egli ora non veda che le «nubi» di cui parlava, si sono trasformate in diluvi, in piogge torrenziali e inarrestabili? E’ possibile che non si accorga che la Chiesa si è trasformata in un ufficio di ragioneria statistico delle esigenze del mondo? E’ possibile che egli non avverta di dire una sola parola pubblica su quello che sta avvenendo? Quali  «conseguenze» teme? Che senso ha rifugiarsi «solo» nella preghiera, rispetto alla devastazione che egli stesso ha concorso a produrre con la decisione delle dimissioni, seguite all’istituzione, senza precedenti nella storia della Chiesa, del «Papa emerito»? Quale «dialettica» esiste tra il «Papa emerito» e il «Papa regnante»? Se esiste una dialettica, la si può conoscere? Concorda Ratzinger sull’azione del suo successore, sulle sue esternazioni sulla «coscienza», sul «giudizio», sulla «misericordia», sul «peccato», sul «proselitismo», sul «comunismo», sulla «povertà», sulle sue telefonate «private» – che egli stesso (Ratzinger) sostiene che non possono esistere, perché «Il “sempre” è anche un “per sempre” e non c’è più un ritornare al privato» – e che costituiscono un vulnus al «ruolo» di Vicario di Cristo, che il Papa – per essere considerato tale – non può mai dimenticare di ricoprire?

Sappiamo – e questo deriva dalla fede – che nulla gli uomini potranno fare rispetto alla situazione gravissima in cui si trova la Chiesa, che dismette i compiti dell’annuncio e della Rivelazione – i «suoi» soli compiti, ad essa affidati da Gesù Cristo – per rendersi complice delle nefandezze della modernità. Solo un intervento soprannaturale potrà fermare la rovina in cui si sta precipitando per volontà degli uomini. Sappiamo però, anche un’altra cosa. La ricordò lo stesso Ratzinger durante l’Angelus del 17 giugno 2012, citando due brevi parabole di Gesù: quella del seme che cresce da solo e quella del granello di senape (Mc 4,26–34). «Attraverso immagini tratte dal mondo dell’agricoltura – disse Ratzinger – il Signore presenta il mistero della Parola e del Regno di Dio, e indica le ragioni della nostra speranza e del nostro impegno. Nella prima parabola l’attenzione è posta sul dinamismo della semina: il seme che viene gettato nella terra, sia che il contadino dorma sia che vegli, germoglia e cresce da solo. L’uomo semina con la fiducia che il suo lavoro non sarà infecondo. Ciò che sostiene l’agricoltore nelle sue quotidiane fatiche è proprio la fiducia nella forza del seme e nella bontà del terreno. Questa parabola richiama il mistero della creazione e della redenzione, dell’opera feconda di Dio nella storia. E’ Lui il Signore del Regno, l’uomo è suo umile collaboratore, che contempla e gioisce dell’azione creatrice divina e ne attende con pazienza i frutti. Il raccolto finale ci fa pensare all’intervento conclusivo di Dio alla fine dei tempi, quando Egli realizzerà pienamente il suo Regno. Il tempo presente è tempo di semina, e la crescita del seme è assicurata dal Signore. Ogni cristiano, allora, sa bene di dover fare tutto quello che può, ma che il risultato finale dipende da Dio: questa consapevolezza lo sostiene nella fatica di ogni giorno, specialmente nelle situazioni difficili. A tale proposito scrive Sant’ Ignazio di Loyola: “Agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio”».

L’invito di Sant’Ignazio ci aiuta a comprendere quanto sia importante, perché vi sia l’intervento di Dio, l’azione dell’uomo. Libera, tenace, determinata, non sottoposta a nessun vincolo se non quello della Verità. I tempi sono maturi perché quest’azione – qualsiasi cosa pensino i «benpensanti» e i «normalisti» – si trasformi da testimonianza in martirio. Mai come oggi, è necessario, come diceva San Paolo, «ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra. In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria» (cap. I della Lettera agli Efesini).

Che senso avrebbe, in altro modo, questa vita?

4 Commenti a "[SECONDO QUINTO] Senza timore degli uomini, agiamo come se tutto dipendesse da noi"

  1. #Mazzarino   18 agosto 2015 at 8:54 am

    Time over. Brrr. Beautiful!

    Rispondi
  2. #Manuela   18 agosto 2015 at 9:55 am

    Come sempre, grazie per i suoi meravigliosi articoli frutto di saggezza e sapienza divina.

    Rispondi
  3. #milena rizzo   18 agosto 2015 at 10:04 am

    Grazie Danilo! E che sia di sprone a tutti quei preti,la quasi totalità, che non osano dire queste cose.

    Trizz

    Rispondi
  4. #alessandro   18 agosto 2015 at 1:14 pm

    Anche il mio parroco, davanti alle mie perplessità circa il cattivo esito della catechesi parrocchiale, mi ha portato ad esempio la questione del seme che cresce da solo e dei frutti che si vedranno col passare del tempo e che se i frutti non sono ancora visibili significherebbe che il Signore ha in mente tempi diversi rispetto ai nostri e bla bla bla …. Allora ho sommessamente domandato: “D’accordo, ma nel suo discorso non tocca mai un punto cruciale e preliminare: è proprio così sicuro che il seme che sta gettando sia quello giusto? Sa, vista la disastrosa situazione attuale, più che pensare ad un ritardo voluto dal Signore quanto alla crescita dei frutti, oserei piuttosto domandarmi se non siano questi i funesti frutti cresciuti a tempestivo seguito di una semina sbagliata”. Fu così che divenni un funesto “profeta di sventura”, o, per dirla più prosaicamente alla Renzi, un gufo! Morale: prima di preoccuparsi di affrontare la semina, sincerarsi sempre di usare il seme giusto! Se mai al posto delle zucchine seminassi dei pomodori e poi ragionassi sul fatto che il Signore abbia deciso, secondo imperscrutabili Disegni, di ritardare o impedire la crescita di zucchine(che non ho seminato), mi auguro che qualche buona anima si premuri di sottopormi tosto ad un TSO!

    Rispondi

Rispondi