A proposito di ‘truffa culturale’ sull’indottrinamento ‘gender’ nella scuola

Giannini

 

di Livio Podrecca (presidente UGCI Piacenza)

 

Si può convenire con il Ministro Giannini che il famigerato comma 16 dell’articolo unico della legge sulla ‘Buona Scuola’ non introduca ufficialmente la possibilità dell’ indottrinamento ‘gender’ nelle scuole. Il comma 16 rimanda infatti alla legge sul femminicidio che, quando parla di violenza e discriminazione di ‘genere’, intende evidentemente riferirsi alla donna, e non ad altro. Sennonché, a partire dalla Conferenza di Pechino, sulla donna, del 1995, il termine ‘gender’ (introdotto per volontà delle agenzie dell’ONU sulla base di una specifica agenda per la promozione mondiale della cultura ‘gender’, per la quale l’orientamento sessuale è un optional affidato alla autodeterminazione del singolo) porta in sé una intrinseca ed insuperabile ambiguità, per cui non si sa mai se quando si parla di ‘genere’ ci si intenda riferire solo alle differenze uomo – donna, ovvero anche a tutte la altre dipendenti dagli orientamenti sessuali in chiave LGBT. “L’assenza di una definizione chiara del gender è strategica. Crea una confusione che permette agli ingegneri sociali di prendere furtivamente il potere”, scrive Marguerite A. Peeters nel suo libro ‘Il gender, una questione politica e culturale’ (San Paolo, 2014, p. 29).
Anche nella legge sulla ‘Buona Scuola’, come rilevato da molti, il rischio di una tale interpretazione del termine ‘genere’ c’è, e quindi bene ha fatto il Ministro ad indignarsi pubblicamente, denunciando una ‘truffa culturale’, minacciando azioni e negando ogni riferimento alla così detta ‘teoria del gender’ (‘Una costruzione intellettuale senza ancoraggio alla realtà: un’astrazione’, scrive sempre la Peeters), ed a promettere una circolare chiarificatrice che il Ministero ha puntualmente emanato.
E così, dopo una prima densa ed articolata parte che illustra i contenuti del comma 16 della Legge 107 sulla Buona Scuola, nella Circolare MIUR n. 1972/2015 scopriamo però che il personale scolastico deve essere formato per favorire ‘l’aumento delle competenze relative all’educazione all’affettività, al rispetto delle diversità e delle pari opportunità di genere e al superamento degli stereotipi di genere’, sempre formalmente e candidamente rimandando al decreto legge sul femminicidio (il DL 93/2013).
Ma l’espressione ‘stereotipi di genere’ è esattamente quella contestata dal femminismo laicista e, poi, da Judith Butler, antesignana e teorica della performatività sessuale, alias ‘gender’. L’espressione ‘stereotipo di genere’ rimanda esattamente alla ideologia gender nel momento in cui afferma che i ruoli maschile e femminile non sono naturali ma solo forzatamente indotti dalla cultura e dalla educazione corrente e che, come tali, devono essere superati.
Apprendiamo, poi, sempre dalla circolare, della campagna contro il ‘discorso dell’odio’ (Hate speech) del Consiglio d’Europa, con riferimento al quale nella circolare si afferma che ‘altre forme di discriminazione sono … tutte le forme di pregiudizio circa l’orientamento sessuale e di genere’.
Quindi ritenere che la condotta e lo stile di vita omosessuale siano intrinsecamente disordinati (come dice, con grande carità per chi vive la condizione omo-sessuale, anche la Chiesa) e moralmente biasimevoli, ed opporsi alla considerazione degli stessi come affatto ‘normali’ ed ordinari, semplicemente alternativi alla eterosessualità, costituisce condotta discriminatoria e di incitamento all’odio?
Ma questa è esattamente la tesi dei fautori del noto DDL Scalfarotto sulla omofobia, che vuole criminalizzare le opinioni, favorire lo sviluppo della cultura pro gender, l’approvazione del matrimonio gay e così via.
E, in questo già ingarbugliato e poco chiaro contesto, dove secondo il Ministro Giannini l’indottrinamento gender nella scuola non esiste, è una invenzione, una ‘truffa culturale’ di alcuni, accade che alla ‘Cattaneo’, nel quartiere Testaccio, a Roma, ‘i maestri del gender sono già a scuola’, come titolava il quotidiano ‘Il Tempo’.
La truffa culturale, quindi, probabilmente esiste, ma, se non chiarisce veramente le cose (e la circolare 1972/2015, oltre a non farlo, getta al contrario sulla questione nuove ed inquietanti ombre), la truffatrice potrebbe forse essere lo stesso Ministro.

 

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