Chiesa e controrivoluzione: appunti dal fronte

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[fonte: avvenire.it]

di Isacco Tacconi

 

 

Fischiano le pallottole sopra le nostre teste. Questa notte sembra non finire più, lampi ed esplosioni, grida di anime cadute nelle sortite notturne degli incursori nemici. Siamo soverchiati. Le comunicazioni con le retrovie sono tagliate, dal campo base giungono comandi contraddittori. I corpi esanimi dei nostri commilitoni giacciono tutto dattorno. Siamo rimasti in pochi. Qualcuno prova a tornare indietro attraverso i cunicoli delle trincee: più nessuna notizia di loro. Il nostro avamposto è circondato.

Ci è giunta voce che poche centinaia di metri più in là un gruppo di incursori dei nostri si è riorganizzato. Hanno pensato che visto che dal comando avevano detto di gettare le armi e di andare incontro ai nemici dovevano arrangiarsi con quanto avevano. Un gruppo di disperati e valorosi si sono uniti a loro. Tutti aiutano. Chi porta l’acqua, chi racimola il cibo rimasto, chi olia le armi lucidando quei micidiali vasi sacri, splendenti come e più delle coppe di Nerone. Chi prepara le corazze efficaci, paramenti consunti e rinnovati come vecchie armature di antichi cavalieri ancora in grado di difendere dai colpi mortali del poverismo che annichilisce chi guarda. Questi incursori portano impresso il simbolo di due infiammati Cuori, intrecciati da fortissimo vincolo che vince la fredda morte delle tenebre. Addirittura abbiamo visto, da lontano, i nostri capi stringersi la mano con i nostri nemici. Ci hanno fatto cenno di avvicinarsi, che non c’era nulla da temere. Dopo tanti anni di guerra si sono accorti che non solo erano innocui ma anzi, potevano farci del bene. Alcuni hanno loro creduto, e sono periti per la via. Altri si sono uniti a loro e ci si sono rivoltati contro. Io e gli altri eravamo sconcertati, ci guardavamo l’un l’altro incapaci di chiederci perché. Sguardi di disperata tristezza. Scivolava l’amico al fianco nel fango con le testa fra le mani mentre lacrime singhiozzanti interrompevano quelle lancinanti eppur veritiere parole: “ci hanno abbandonato”. Scuote la testa come un pazzo che si vede privato dell’anima. Alcuni gettando le cartuccere di San Domenico a terra, salutari proiettili, pensa, bastava un Ave Maria ben fatta per atterrare un nemico, hanno esclamato: “io torno a pescare!”. Proprio stamane una bomba ha fatto strage di una trincea qui vicino, poveri diavoli. Ci dicevano: “i nostri capi hanno ragione, non dobbiamo usare le armi, o almeno non tutti i giorni. Anzi, facciamo così: spariamo soltanto a giorni alterni o al più nelle domeniche e, male che vada, una volta al mese. Così, i nostri nemici, magari capiranno che non gli vogliamo troppo male e, i nostri capi, ci faranno stare ancora un po’ ad utilizzare le nostre armi preferite.

Non molto tempo fa uno dei nostri colonnelli decise di mantenere le posizioni: effettivamente erano state conquistate con fatica e con il sangue di molti giovani e vecchi coraggiosi, guerrieri di luce. San Marcello ne era il patrono. Le pallottole in quei giorni suonavano che era una meraviglia, ci svegliavamo e ci addormentavamo con le bombe, un subbuglio infernale: brandelli dei nostri come coriandoli dal cielo. “Le armi ben dritte: Le difese devono reggere!”, disse, mentre la voce si era sparsa e nel disertamento generale qualcuno accorreva a combattere alla trincea d’oltralpe. Presto giunse inaspettata una voce dal quartier generale che invitava i combattenti a deporre le armi, la guerra era finita: non c’erano più nemici da combattere. Se proprio qualcuno voleva tenere la propria carabina per puerile affezione, almeno ci mettesse dentro un fiore. Stupor mundi! Un secco e piangente “no”, chi poteva comandare qualcosa del genere mentre il filo spinato del nemico aveva già intrappolato come esche nella ragnatela centinaia di migliaia di commilitoni? Le mine erano poste attorno al nostro quartier generale, e i nostri capi non se ne avvidero. L’esortazione rimaneva però invariata: guidate i vostri uomini fuori dai fortini, uscite incontro ai nemici. Il campo era minato. Il colonnello franco si oppose: per amore dei miei uomini, per amore del mio Dio, disse l’uomo, non posso mandarli incontro a morte certa. Morirei io piuttosto, per ognuno di questi uomini, ma non posso mandarli al macello: mi sono stati affidati. Si, pecore in mezzo ai lupi, sapendo appunto che sono lupi rapaci e non pecore, e non senza i cani guardiani. Altrimenti l’ammonizione sarebbe suonata: vi mando come pecore in mezzo ad altre pecore, fate amicizia e vogliatevi bene. Eppure perché parlare di lupi se lupi non sono?

Ma che dico, l’umidità della nottata ha attaccato le nostre divise alle ossa; qui il fango arriva alle ginocchia e all’albeggiare grigiorosa un solo pensiero percorre questa povera mente: vi ringrazio di avermi creato fatto cristiano e conservato in questa notte. Alcuni sacerdoti escono dalle trincee con rapidi scatti tenendo il profilo quanto più schiacciato per evitare i colpi dei silenziosi cecchini mattutini: vengono a portare il viatico e a dare l’estrema unzione ai moribondi sparsi nel campo. Miserere.

Nel mentre, Lui, il Buono, precede invisibile trascinandosi una per una le pecore ferite dai cattivi pastori subalterni. Un fantasma in mezzo all’abominio della desolazione. “Che vuoi farci”, mi disse un compagno sfregando il cerino, cinico, in quel vacuo fumo di sigaretta appena accesa, “uno il coraggio se non ce l’ha mica se lo può dare!”. Eppure, penso fra me, se si chiedesse, le cose si potrebbero pure avere, ma chi non chiede non ha, ma neanche può dire di avere qualcosa se crede di poter sussistere solitario in Quel giorno. Benedictus Dominus Deus meus qui docet manus meas ad proelium digitos meos ad bellum.

Ed eccoci qua, giorno sconosciuto, mese sconosciuto, anno ignoto. Anche la pioggia, nera di zolfo e polvere, appesantisce i nostri bagagli e arrugginisce le nostre armi: ogni giorno si ricomincia, e da capo bisogna riportare la mano alla fronte e segnarsi. Nos autem gloriari oportet in cruce Domini Nostri Iesu Christi.

Il ponte radio fra i vari avamposti è stato ristabilito alla bell’è meglio: la speranza divampa. Il nemico, però, è suadente, non c’è da fidarsi. Un dolce sibilo, giunge alle orecchie di noi odissei, ahimè, non legati all’albero maestro. Non pochi si infrangono sulle scogliere senza peso né equilibrio. Le frequenze radio di quando in quando vengono disturbate da sinuosi flauti di godurie e contentezze che celano le grida infernali di masse informi di anime addannate: quanti amici persi fra le fiamme. È la guerra psicologica, guerra moderna, guerra sleale, senza onore. Aerei lanciano coriandoli colorati, canti e promesse di pace e di amore, fraternità e libertà. Profumo di donne e canzoni, panem et circenses: a che serve combattere? La pace è a portata di mano.

Ma, consapevoli o no, i gladiatori nello stadio siamo proprio noi. Amico, se vai incontro al leone ruggente quaerens quem devoret non aspettarti pietà. Io piango e prego. Adiutorium nostrum in Nomine Domini!

Fiaccole cominciano ad indorare la notte, aspettiamo il segnale, come una battaglia navale notturna nel mare in tempesta. Qui, inginocchiati nel fango, la pioggia battente sul viso, fulmini squarciano il cielo buio e il tuono scandisce il passo dei nostri nemici: sono Legione.

Un altro giorno di spari, senza canti, soltanto il saluto angelico al graduale svanire del vespro scalda i cuori freddi come i nostri piedi: gli scarponi sono zuppi. La quiete prende il sopravvento, un vento leggero, quasi si ode la di Lui voce. Non è un sibilo, è il sussurrio di un dolce padre all’orecchio del figlio caduto ai suoi piedi: Domine non sum signus! Alta nel cielo la bianca ostia: «Puer natus in Bethlehem! Alleluja!» grida l’emissario celeste. Un giorno senza la notte e una notte senza il giorno. Una lacrima terge il viso polveroso dinanzi al corpo esanime dell’Uomo-Dio: quel bimbo in fasce di cui fu scritto il sentiero nel cielo.

Queste forse potrebbero essere le mie ultime righe dal fronte: presto verranno a prenderci e allora il combattimento infurierà. Il tempo è la lotta, la pace è l’Eterno. Militia est vita hominis super terram et sicut dies mercenarii dies eius. Queste le consegne: mantenere le posizioni, avanzare un poco, se possibile, nel bene, combattere la buona battaglia, conservare la fede.

Potremo forse cadere come san Giovanni de Brebeuf per mano degli irochesi e degli uroni, potranno anche le nostre misere vite apparire prive di senso. Tempo, fatiche e dolori in attesa nella piccola, angusta e fangosa trincea, ogni giorno a suonar quel campanello, a piegar ginocchia difronte alla divina umiltà che non contenta di creare e morire per i figli creati e degeneri, li ricrea a nuova esistenza, vita celeste, eterna regalità. Vale la pena combattere per questo. Come lasciare di seguire la fonte della Vita, nel mare prosciugato del terreno pellegrinaggio. Sicut cervus desiderat ad fontes aquarum, ita desiderat anima mea ad te.

Vuoi vedere il giorno senza fine, so che lo vorrai al termine della notte. Quando la lotta ti avrà quasi tolto le forze. Il sole sorgerà di nuovo e allora vorrai essere stato un figlio della luce: un combattente. Nox praecessit dies autem appropinquavit. Abjiciàmus ergo opera tenebrarum et induamur arma lucis.

La pace è il frutto della guerra del Signore, perché soltanto sotto il Vessillo del Re la Vittoria è una certezza dinanzi all’orda lugubre di un mondo che ha ucciso il Bene, ha negato la Verità, ha sfigurato la Bellezza, ha rifiutato Dio. Perché deporre le armi quando colui che fu scelto ad Araldo del Vangelo ci invita a rivestirci dell’armatura di Dio e ad indossare le armi della luce?

La Bianca Dama con un gesto, con un solo sguardo può infondere coraggio agli smarriti di cuore, annichilire le schiere tenebrose, la invocherai tu dal profondo? De profundis clamavi ad Te Domina! Presterai a Lei giuramento di fedeltà? Ecco tua Madre, eccomi, sono tuo figlio.

Guardo l’amico al fianco che dorme un sonno disturbato, oggi non ha piovuto. Misericordia! Da tempo non vedo più un frate a benedire le armi e a portare il rancio. Le gavette sono fredde e vuote, arriva l’autunno. Ci scaldiamo intorno ad una piccola fiamma in attesa che giunga il nostro momento. Si vive sul chi va là. Sentinelle nella notte, non aspettiamo altro. La lotta più dura da sostenere è quella per mantenere la fede. La speranza non vacilla, la carità deve alimentarsi per non soccombere dinanzi al freddo inverno della morte seconda.

Ecco levarsi un grido, spari lo soffocano: ci siamo! Non possiamo più uscire, la via è chiusa, clamori nella notte. Cavalca la morte con la sua nera falce mentre dormono. Sursum Corda! Alle armi: arrivano!

 

 

2 Commenti a "Chiesa e controrivoluzione: appunti dal fronte"

  1. #Angheran   16 settembre 2015 at 9:06 am

    Roba forte

  2. #PAOLO   20 settembre 2015 at 2:15 pm

    stupendo! Grazie. Articoli come questi sono una fiammella con cui scaldarsi un po’ nella notte. Spero che Radio Spada non si fissi solo in pezzi desolanti. Anche i soldati di un esercito in rotta hanno diritto ogni tanto ad un rancio decente.