Hai detto bene ‘Non ho marito’. Considerazioni su divorzio e omosessualismo

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di G. Z.

 

Si fa sempre più cupo l’orizzonte mentre si prendono provvedimenti canonici sulla “nullità express” già parafrasata nel linguaggio mediatico in “divorzio cattolico”. Ciò indica più chiaramente la funesta finalità del dibattito dell’imminente sinodo di ottobre.

Contemporaneamente a ciò si aggiunge la battaglia contro l’omosessualismo di stato che sta rendendo sempre più satura e irrespirabile l’aria di questa cancrenosa società atea. Non mancano i lodevoli, non di rado maldestri, sforzi politico-sociali di gruppi e associazioni in “difesa dei figli” o nella difesa di una generica “famiglia” a volte detta “naturale”. Si diffondono coraggiose campagne contro l’ideologia del gender, sforzi profusi nella dimostrazione della necessità di un papà (uomo/maschio) e di una mamma (donna/femmina) ai fini di un corretto sviluppo psicosomatico dei figli.

Tuttavia vorrei aggiungere una osservazione, non tanto sul metodo di queste battaglie etico-culturali quanto sul vero unum argomentum da affrontare frontalmente e che sta in qualche modo alla radice fenomenologica dell’odierna campagna omosessualista: il divorzio.

Bisogna evidenziare che molto si è fatto in questi anni contro l’orribile pratica dell’aborto, ed ora molti sforzi si stanno dirigendo contro l’infame e aberrante ideologia omo/pansessualista. Tuttavia non ci si avvede che il battistrada sia giuridico che culturale di una tale perversità risiede in larga parte in una mentalità profondamente divorzistica. Com’è possibile? Una logica conseguenza.

Quando viene a radicarsi nell’intimo delle coscienze la convinzione che un matrimonio, ossia il vincolo inviolabile e “sacro”, ma anche giuridico e pubblico, venuto a instaurarsi tra un uomo e una donna, possa essere semplicemente sciolto per qualsiasi ragione anche la più banale (es. è finito l’amore), le conseguenze sul piano etico-pratico sono molteplici e tutte ad “effetto domino”.

A distanza di ben 45 anni dalla prima legge italiana sul divorzio (legge n. 898/1970), si raccoglie oggi l’ultimo frutto marcio di una mentalità caratterizzata dal sentimentalismo e dal vizio, dalla debolezza della volontà e dalla licenziosità dei costumi, dall’ateismo pratico e dalla concupiscenza della carne.

Se, infatti, è lecito ad un uomo e una donna unirsi e separarsi, separarsi e riunirsi con una molteplicità indefinita di partners, secondo il principio gnostico del “solve et coagula”, quale principio etico potrà essere opposto alla perversa volontà di due (o più) uomini, di due (o più) donne che pretendono di essere riconosciuti come “famiglia” o ancor peggio come “matrimonio”? Quale bastione potrà difendere il bene morale?

In fondo, sia che parliamo di divorzio fra un uomo e una donna sia che parliamo di pseudo “matrimonio” fra persone dello stesso sesso, il principio liberale e sentimentale è il medesimo: l’amore libero. Ossia quel sentimento sregolato che rigetta ogni regola morale che costringa l’individuo a praticare, anzitutto, la virtù della fortezza. Esercitando la fortezza si apprende da una parte a resistere al male cioè al piacere facile, propriamente detto “concupiscibile” e dall’altra a desiderare il bene, ossia il piacere arduo, quello che richiede sacrificio, sforzo, mortificazione, virilità propriamente detto “irascibile”.

Ma l’affettività femminea, molle ed afrodisiaca intacca e svuota anche l’indispensabile virtù della giustizia, secondo cui bisogna dare a ciascuno ciò che gli appartiene. Tra marito e moglie questa virtù si traduce nel sostegno e nella fedeltà reciproche, durature e stabili, ma anche nell’onore e il rispetto, nel servizio vicendevole e nella difesa contro i nemici esterni/interni di quel sacro vincolo.

Inoltre, la disinibizione delle tendenze della concupiscenza, alimentate dal panerotismo che ci soverchia, affligge e soffoca la fondamentale virtù della temperanza, entro la quale rientra la splendida e tutta cristiana virtù della castità anche detta “purezza”. Essa è quella forza interiore capace di negare a se stesso i piaceri disordinati della sessualità, meglio ancora, la castità è “la virtù soprannaturale che modera l’appetito sessuale. È una virtù veramente angelica, perché rende l’uomo simile agli angeli, ma è delicata e difficile”. Il padre Royo Marìn OP ricorda infatti che “si giunge a praticarla con perfezione solo a prezzo di una continua vigilanza e severa austerità[1].

Ora, è statisticamente provato che la maggior parte delle separazioni e dei divorzi non sono causati da violenze o maltrattamenti (ampi studi sono dedicati all’argomento), bensì da tradimenti e, confessano gli stessi divorziati, dall’estinzione della passione degli inizi, divenuta sterile abitudine, se non fredda indifferenza. In fondo queste manifestazioni apparentemente così diverse hanno la medesima radice: la lussuria e l’amore di sé. A tal proposito dice Royo Marìn: “Alla castità si oppone la lussuria in tutte le sue specie e manifestazioni. Essendo un vizio capitale, ne derivano molti altri peccati, principalmente l’accecamento di spirito, la precipitazione, l’inconsiderazione, l’incostanza, l’amore disordinato di sé stessi, l’odio contro Dio, l’attaccamento a questa vita e l’orrore della futura[2].

Alla luce di queste considerazioni si potrà, forse, scorgere meglio il sottile filo rosso che unisce la terribile ferita del divorzio all’orrenda piaga purulenta dell’omosessualismo. L’uno è il vulnus, l’altro è il pus sviluppatosi al suo interno. Infatti, nel momento in cui si approva il principio generale che bisogna seguire quello che ognuno reputa bene “per sé”, ne consegue un’applicazione pressoché indefinita di casi in cui l’immoralità può divenire il bene “per sé”. Mentre il principio etico inscritto nel cuore di ogni uomo, e che sorgerà a giudicarlo nel giorno dell’Ira, è quello che bisogna conoscere e fare ciò che è bene “in sé”.

Quando nell’esigente morale cristiana si abbassa sempre più l’asticella della virtù, inevitabilmente ci si avvicina al vizio, infatti, non ci sono vie di mezzo buone o neutrali tra il bene e il male morale. Alla diminuzione nella virtù corrisponde un avanzamento nel vizio. In un’interessante studio sull’origine dell’eresia ariana nel IV secolo, il beato John Henry Newman invita ad esaminare “se l’osservare i riti ebraici e, a maggior ragione, quella religione carnale e proclive all’indulgenza verso se stessi che, a quanto pare, prevalse in quel tempo nella nazione reietta, non abbia recato detrimento all’onore dovuto a Cristo”[3]. Ed aggiunge: “In una situazione di degradazione dello spirito e della morale di un popolo nella materialità si verificano errori dottrinali di vario aspetto che, quasi seminatisi da soli, si propagano rapidamente”[4]. Non vediamo forse noi oggi tra le fila dei più alti prelati imperversare gli errori dottrinali, causati da un generale e diffuso degrado dello spirito e della morale che trascina giorno dopo giorno i fedeli cattolici in un vortice abissale senza ritorno?

Come non rinvenire i germi infetti dell’attuale progressivo processo di abbandono dei precetti morali della Chiesa nell’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI. Sposando la mens del liberalismo moderno, quell’enciclica ha consegnato agli sposi il potere di decidere sulla quantità di figli da mettere al mondo giustificando l’uso dei metodi naturali come mezzo lecito, seppur in casi determinati, di limitazione delle nascite (nn. 10, 16). O dando facoltà agli sposi di disporre dell’atto coniugale nei soli periodi infecondi: un’affermazione che non ha precedenti nella dottrina sul matrimonio cristiano a partire dallo stesso San Paolo (HV n.16).

Ma ritorniamo per un secondo a Newman. Egli afferma che “il giudaismo, predicando una subordinazione superstiziosa o addirittura idolatra ai semplici casi della vita quotidiana e dando via libera alle più grossolane inclinazioni della natura umana, necessariamente rendeva la mente riluttante ai severi e non eccitanti misteri, alle vaste, indefinite promesse e remote sanzioni della fede cattolica, che risultavano così, all’immaginazione depravata, tanto freddi e poco attraenti”[5].

È ciò che insegna San Paolo dichiarando che “l’uomo animale non capisce le cose dello spirito di Dio; per lui sono stoltezze e non le può intendere, perché non si possono giudicare che spiritualmente.” (1Cor 2,14-16).

Ciò significa che quando la santità viene presentata come un mero modello ideale ma impraticabile, quando i precetti e la dottrina della Chiesa, come la fedeltà coniugale, l’indissolubilità del matrimonio, la procreazione dei figli, divengono regole impossibili da osservarsi, la fede è da tempo già svanita. L’indulgenza verso le disordinate inclinazioni della natura umana ferita dal peccato di Adamo, significa nient’altro che compromesso con il mondo, e ciò non può non provocare una distruttiva reazione a catena. In tal modo vengono abbassate drasticamente le esigenze della vita cristiana al minimo indispensabile ed è ciò che è avvenuto, forse involontariamente, con l’Humanae Vitae di Paolo VI.

A tal proposito è bene ricordare che “la prima precauzione da prendere nella lotta contro la propria sensualità è quella di non giungere mai al limite delle soddisfazioni permesse. Pretendere di fermarsi in tempo e, con l’ausilio della ragione, di avvertire il limite preciso oltre il quale comincia il peccato, è una stoltezza. A ragione afferma Clemente Alessandrino che «ben presto faranno quello che non è permesso coloro i quali fanno tutto quello che è permesso». D’altra parte, come si può conciliare con la perfezione una condotta che non fa caso dei consigli e non tiene in considerazione se non i precetti gravi?[6].

È esattamente ciò che si sta verificando in questa graduale autodemolizione della fede e della morale cattolica per venire incontro alla volubilità dell’inclinazione al peccato. Non è pietà assecondare i disordinati desideri soggettivi che non tengono conto del bene in sé, bensì connivenza e omicidio. Giustificare e favorire la debolezza della carne invece di guarirla attraverso la salutare medicina della penitenza e della mortificazione dei sensi nell’alveo della grazia sacramentale, è un insulto all’opera redentrice di Nostro Signore.  

Si potranno dire, quindi, molte menzogne in merito al Mysterium magnum che è il Matrimonio, si potrà, forse, assecondare addirittura anche la pratica del divorzio attraverso uno sveltimento dei processi di nullità, favorendo così la celebrazione di più matrimoni (nulli o sacrileghi). Tuttavia la parola di Nostro Signore rimarrà sempre la stessa: “Hai avuto cinque mariti e quello che hai attualmente non è tuo marito” (Gv 4,18). Soltanto una coscienza retta che ricerca la verità potrà condurci a riconoscere il bene e a rigettare il male confessando lo stato miserevole delle anime nostre. Dio ha dato all’uomo la Sua Grazia, la sua stessa vita divina perché vincesse le debolezze e i vizi della carne, non perché ci sguazzasse dentro e ci si avvoltolasse come una scrofa nel brago.

La storia dei seguaci di Cristo è sufficientemente eloquente: incomincia con una decapitazione. Giovanni il Battista, il primo martire, viene ucciso per testimoniare la verità dell’indissolubilità del Matrimonio e condannare il peccato d’adulterio. “Così – dice dom Guéranger – finì il più grande dei nati di donna, (Mt. 11, 11) senza testimoni, nella prigione di un tiranno di second’ordine, vittima della più vile delle passioni, prezzo di una danzatrice. Piuttosto che tacere davanti al delitto, sia pure senza speranza di correggere il colpevole, piuttosto che rinunciare alla sua libertà, anche se già in catene, la Voce del Verbo preferisce morire. Bella libertà della parola dice san Giovanni Crisostomo, quando è veramente libertà del Verbo di Dio, quando per essa vibra quaggiù l’eco dei colli eterni! Essa è allora lo scoglio della tirannia, la salvaguardia del mondo, dei diritti di Dio e dell’onore del popolo, degli interessi temporali e di quelli eterni. La morte non prevale contro di essa: al misero assassino del Battista, a tutti coloro che vorranno imitarlo, fino alla fine del mondo, mille bocche diranno, ad una voce, dappertutto: Non ti è permesso possedere la moglie di tuo fratello![7]

 

 


[1] A. Royo Marìn, Teologia della perfezione cristiana, San Paolo, Cinisello Balsamo 1994, p. 726.
[2] Ibidem.
[3] Gli ariani del IV secolo, Jaca book, p. 15.
[4] Ibidem.
[5] Ibidem.
[6] Royo Marìn, op. cit., p. 415.
[7] Dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico, 29 agosto Decollazione di San Giovanni Battista.