Ho visto il Cielo sulla terra.

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di Isacco Tacconi

 

 

Silenzio, come il respiro prima del balzo. La quiete di un accampamento mentre già albeggia dietro i monti lontani: è l’ultima alba prima della battaglia.

Un uomo anziano, vigoroso nella sua venerabile età, bisbiglia, vive parole che provengono da un arcano passato. Solo, nel suo raccoglimento si rivolge all’Eterno Fattore mentre di abiti preziosi riveste quel corpo che tutti i giorni di sua vita ha visto quella spirituale schiera prostrarsi silenziosa nel Cielo, sulla terra e negli abissi.

Un Re, cinto di forza si avanza, pieno di grazia e di splendore, maestoso quanto piccolo, gli anni non ne curvano le spalle perché è retto da Colui che sostiene tutte le cose. Le tende purpuree son già aperte, un tocco di campana dà inizio al più grande dramma che sia mai stato rappresentato sulla terra: l’eterno trapasso della Vita attraverso la bocca oscura della morte per ottenere incomprensibilmente ai morti che ivi nelle tenebre imprigionati potessero riavere luce e alito di vita: il respiro di Dio. Un indegno e maldestro intruso precede e segue, minus habens, eppure anche i cani mangiano le briciole dei padroni e i servi ministrano nella casa del loro Signore. Un segno di Croce ai piedi del monte, silenzio. In salita si deve viaggiare leggeri perciò meglio spogliarsi del peso più opprimente, i propri vizi, e chiedere grazia dall’alto perché la via è irta fino alla cima. C’è un processo, un giudizio e la sentenza di salvezza, spera in Deo, salutare vultus mei. Un piccolo popolo si è radunato per assistere al dramma, inginocchiati cercano di scorgere al di là del monte. Abiti neri, serafini di luce, silenziosi guardiani, donne immolate devono consolare pur essendo loro stesse consolate, un Cuore batte invisibile sull’altare. Un dolce odore d’incenso assente pervade l’aria ma emana dalle anguste pareti pregne di santità e di preghiera. Intanto i due, mentre gli altri servi restano in adorante attesa ai piedi di Moria, salgono silenziosi, la legna sulle spalle. Vuota è la piana sul monte, sospesa in uno spazio senza tempo. Un bianco lino.

L’offerta viene scoperta, preparata. Il vecchio guarda verso il Cielo invocando hanc immaculatam hostiam…offero tibi Deo meo…pro innumerabilibus peccatis. È la resa dei conti. «Un riscatto!» grida il Cielo mentre i nove cori angelici tremano e sbiadisce persino quel serafico chiarore dinanzi alla Luce vera, quae illuminat omnem hominem.

La vittima è già sulla pietra, ferma: perché il Sacrificio sia valido l’animale deve essere docile e muto. Sono rifiutate le offerte indecenti; chi mai potrebbe accettare un dono difettoso? Il famulo calca le ginocchia indegno com’è di stare alla presenza dell’Altissimo, ai piedi dell’Albero della Vita mentre quelle invisibili presenze celesti sussurrano agli astanti: “Chi mai potrebbe stare in quel luogo santo? “terribilis est locus iste”! La Madre ivi presente, ferma colonna di fuoco nell’oscurità del mare di sabbia, addita la pietrosa via del Cranio mentre tiene dietro alle orme immacolate dell’Eterno Figlio. Lei risponde a quelle veraci voci: «Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non pronunzia menzogna, chi non giura a danno del suo prossimo».

Gocce d’acqua scorrono su mani sacre e si prepara a scorrere l’Aϊματος di Colui che era detto figlio di Giuseppe. Fluxit aqua et sanguine.

Una sola anima, un solo cuore, una segreta invocazione “Orate fratres ut meum ac vestrum sacrificium acceptabile fiat apud Deum Patrem omnipoténtem”. La speranza che non tramonta porta come colomba verso l’alto il debole sussurro delle anime oranti, schiacciate da se stesse.

Ora è il sudore che scende mentre i polmoni salgono e scendono ritmici ai piedi del Legno verde. Lente e sicure le venerabili mani abramitiche segnano tre volte quella minima e Santissima oblazione affinché diventi benedictam, adscriptam, ratam, rationabilem, acceptabilemque.

Silenzio di fuoco crepitante. Il Monte è avvolto dal silenzio. Nubi si addensano, l’oscurità si fa opprimente il sole stesso si oscura, perché l’Oriens ex alto assoggetta a sé il cosmo e gli astri a Lui obbediscono. Eppure un Disco di Luce appare. Fra le mani al suono di semplici parole. Hoc est enim Corpus Meum. La notte del mondo si empie di un caldo bagliore, quel luogo terribile diviene improvvisamente la Casa del Pane, e la grotta dove il Verbo si fece Carne ben presto accoglierà la Carne morta del Verbo, avvolta in sacri lini.

Le schiere si infuriano, legioni di angeli lottano fra lampi di luce e fiamme oscure. «Quis ut Deus?!» Grida il luogotenente di Colui che non ha rivali. Un colpo di lancia, la piccola campana rintocca tre volte, le ginocchia si piegano in tutti i nove cieli fino all’Empireo e poi oltre, in basso verso le profondità della terra infuocata dove anime addannate piangono e digrignano i denti, prostrandosi loro malgrado a terra per adorare il Preziosissimo Sangue sparso sulla terra, sopra le loro teste maledette. Non consolazione per quelle anime in eterno sventurate ma bruciore e rimpianto, un verme che non muore.

Un refrigerio giunge lontano in quella semioscurità dove dolore e speranza si abbracciano in un tempo senza numeri, in un luogo senza mattoni. L’attesa e il fuoco purificano quei cuori che così debolmente in vita hanno amato Colui che è degno di essere amato sopra ogni cosa.

Il vecchio e il famulo che erano scomparsi fra le nebbie della montagna ricominciano l’ardua discesa: dopo quello che hanno visto il silenzio è la sola parola pronunciabile. Quell’uomo sacro riccamente vestito ora appare grigio e quasi trasparente dinanzi al Re dei Re. Stretto tra le mani tiene il Cielo, che non disdegnò farsi terra per nascere, germogliare e morire. È il roveto ardente che scende verso i servi rimasti ai piedi del monte per infiammarli di Sé. Lo mostra, si mostra, come si mostra la Vittima Innocente di un delitto inconfessabile al malfattore che l’ha colpita a morte con i propri peccati pubblici e segreti. Un nutrimento insospettabilmente salutare, verso cui accorrono ordinate schiere di affamati e assetati di giustizia. Quella unione di una carne e un’anima che fa Uno coloro che erano due.

La terra, quell’argilla inanimata accoglie in sé quell’alito vivificante che da pupazzo morto rende tabernacoli della Trinità. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo entrano e cenano presso di lui passando a servirlo, avendolo trovato degno di sé per i meriti di una Vergine saggia, la cui lampada mai mancò dell’olio neppure nella più cupa oscurità quando ormai ogni speranza di rivedere lo sposo era quasi svanita.

Riappare il vecchio, tornando luminoso in volto a valle. Dominus vobiscum. Sempre. Sempre resti con coloro che lo hanno ricevuto graziosamente nel proprio cuore.

Il ritorno dalla Città di Dio fu un misto allegro mesto perché dal Tabor dovemmo ritirarci, e gli occhi ebbri di lacrime dalla luce ridiscesero nelle tenebre del mondo, che ora divengono chiare come l’alba dopo una notte di travaglio e aspro combattimento.

«Non ti lascerò finché non mi avrai benedetto», e leste giungono quelle misericordiose parole che trapassano i nove cieli: «Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus».

Pronta e gioiosa la risposta: «Amen!», come gioioso è lo sciogliersi delle catene e l’apertura della cella.

Un annuncio grave scioglie i cuori: «Ite Missa est!». Andate, la Vittima è stata offerta! la Vita ha pagato con la vita alla Morte il riscatto dei morti fra i quali noi tutti eravamo annoverati.

«Qual è colui che sognando vede, che dopo ‘l sogno la passione impressa rimane, e l’altro a la mente non riede».

Una eco, però, si sente veleggiare fra le ultime acque: «Quotquot autem recepérunt eum, dedit eis potestàtem fìlios Dei fìeri». La promessa diviene realtà, lo schiavo è risparmiato e il vero Figlio, impigliato con la testa fra i rovi spinosi, ha restituito la libertà a coloro che del Diavolo erano proprietà, per divenire stelle nel firmamento dell’Altissimo.

Il ginocchio si piega, il vecchio e il famulo ridiscendono il monte portando un tesoro immensurabile in fragili vasi di creta. Si avviano silenziosi verso l’angusta sacrestia, dove soltanto gli angeli possono comprendere il valore di un’ultima benedizione invisibile ai più, ma di cui è testimone l’Altissimo e il consesso dei beati.

Alzo gli occhi: Ho visto il Cielo sulla terra.

 

 

3 Commenti a "Ho visto il Cielo sulla terra."

  1. #Simone Petrus Basileus   1 settembre 2015 at 10:09 pm

    ottima!!!

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  2. #Franco Damiani   3 settembre 2015 at 8:39 pm

    Bello, ma “hàimatos” è genitivo di “hàima”.

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  3. #Isacco Tacconi   4 settembre 2015 at 1:03 pm

    Ha perfettamente ragione, grazie della correzione.

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