[MATTIA ROSSI] Abbandonare il Liber Usualis

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di Mattia Rossi

 

Se questo fosse un saggio da rivista a cui dare un titolo, lo intitolerei Abbandonare il Liber Usualis per riscoprire la Tradizione: note sull’utilità (odierna) di un libro cattolico. Un titolo, certo, ossimorico: come è possibile tornare alla Tradizione abbandonando quello che, in ambito liturgico-musicale, della Tradizione è la principale star?

Già, perché il Liber Usualis, la raccolta di canti gregoriani stampata in prima nel 1896, in ambienti tradizionalisti è un vero e proprio totem. Chi non è passato attraverso il “feticcio” dell’Usualis (me compreso, lo confesso) alzi la mano. E’ visto, l’Usualis, quasi come un testo sacro, un vero topos che il tradizionalista liturgico assurge, molto spesso, a conditio sine qua non per la celebrazione Vetus Ordo.

Come, ormai, i lettori radiospadisti si saranno accorti, cercherò di essere “tagliente” quanto basta: un ormai necessario giudizio tecnico sul Liber Usualis metterà in luce quanto esso abbia, oggi (lo ripeto: oggi), un’utilità quantomeno da ridimensionare.

Tengo a precisarlo: l’Usualis è stato una vera summa imprescindibile. E in parte può ancora esserlo: penso a tutto il repertorio “minore” dell’Ufficio divino. Questo repertorio, infatti, nell’Usualis, ha il vantaggio di essere a disposizione nella sua interezza.

L’aspetto più problematico, invece, riguarda soprattutto il repertorio della Messa e quanto, rispetto a questo repertorio, il Liber Usualis possa ancora rivestire una sufficiente validità in relazione alle conoscenze alle quali la gregorianistica è giunta da circa un quarantennio.

Un giudizio duro, certo, che, però, si rende più che mai necessario vista l’importanza primaria del Culto divino, un campo nel quale non si deve mai scendere a compromessi nell’ottica del minimo sindacale. E questo va detto, sinceramente, anche in funzione del fatto che il gregoriano vive solamente nel Vetus Ordo, la Messa cattolica, la Messa alla quale noi assistiamo. Va da sé, dunque, che mi riferisco, qui, a una presenza credibile del canto della Chiesa: il gregoriano come “canto proprio” della “messa” paolosestina, sinceramente, preferiamo lasciarlo alla prossima edizione de La sai l’ultima? di Pippo Franco e tutto “Il Bagaglino”. E, parimenti, vogliamo lasciare a solleticarsi con le favolette bavaresi anche i “tradizionalisti” motupropristi: impegnati, come sono, a ermeneutizzare l’impossibile non avranno tempo da dedicarci.

Per cui: è giunto il momento che la Tradizione, quella integrale, l’unica in grado di conservare la Vera Messa senza silenziose sottoscrizioni conciliari, prenda seria coscienza di cosa ha tra le mani.

Allora, iniziamo: perché l’Usualis è da pensionare? Potrei cavarmela con un: perché non è più credibile. E perché? Per rispondere dovrei tornare alle origini della mia presenza qui, su Radio Spada, con il primo articolo che scrissi. In quella sede (http://radiospada.org/2014/11/la-decadenza-della-musica-sacra-prima-e-dopo-il-concilio/), raccontando per sommi capi le condizioni del gregoriano prima e dopo il Vaticano II, abbozzavo già la risposta a questa domanda.

Dopo che Pio X (il Papa che, diciamolo, per ora, per inciso, sulla musica sacra è stato il più incisivo, il più lungimirante, il più preciso e, per questo, ancor oggi è il più attuale) istituì una Commissione Pontificia con il compito di curare nuove edizioni rivedute del repertorio gregoriano (e i cui primi risultati furono il Graduale Romanum del 1908, contenete il repertorio della messa, e l’Antiphonale Romanum del 1912, con il repertorio dell’Ufficio), gli studi sul canto gregoriano ebbero la strada spianata.

Ma cosa c’era da scoprire, in sostanza? C’era tutto quell’insieme di simboli e minuscoli segni che sormontavano i testi dei manoscritti: che cosa volevano dire? Indicavano le note? No, perché non esisteva nessun rigo: erano, come si dice in gergo gregorianistico, “in campo aperto”.

Pian piano si scoprì che alcuni di quei segni indicavano dei movimenti melodici. Ad esempio, si scopri che un particolare “sgorbietto” indicava due note delle quali la prima era più grave della seconda, quindi due note ascendenti; oppure si scoprì anche il contrario: un altro “sgorbietto” che stava ad indicare due note delle quali la prima era più acuta della seconda, ovvero due note discendenti. E di questi “sgorbietti” se ne scoprirono a decine e decine.

Ma una volta scoperto ciò si pose un secondo quesito: perché a parità di movimenti melodici (teniamo fermo l’esempio di due note ascendenti o discendenti) esistevano anche sei, sette, otto, nove modi per indicarlo? Quei segni, in poco tempo, si moltiplicarono a centinaia. Se due note salgono o scendono non bastava indicarlo con un solo tipo segno?

Si deve a dom Eugene Cardine la corretta decifrazione dei neumi. Nella sua Semiologia gregoriana del 1968, Cardine capì che la lettura dei neumi (semiologia) sfociava direttamente sull’interpretazione ritmica della Parola cantata. Un identico movimento melodico può essere raffigurato con una molteplicità di segni a seconda del rilievo che gli si vuol dare: lento, veloce, leggero, amplificato…

In quei segni, fino ad allora incomprensibili, è racchiuso tutto il pensiero gregoriano: ogni singolo neuma, espressione di ogni singola nota, posto su ogni sillaba può possedere diverse sfumature ritmico-esecutive proprio perché quella sillaba o parola, all’interno della frase, può avere un peso più o meno retorico. Insomma, attraverso i neumi, i compositori gregoriani offrivano una lettura ritmica del brano (che a livello esecutivo si traducono in dovute sottolineature o rallentamenti, amplificazioni o anche accelerazioni) che rispondesse il più perfettamente possibile all’esegesi che la Chiesa cattolica faceva di quel determinato passo.

Il discorso è tremendamente difficile da capire per iscritto – lo ammetto – sarebbe molto più semplice sentirlo: per questo chiedo a voi lettori lo sforzo e la fiducia di credermi sulla parola. I neumi sono per l’esecuzione musicale quello che l’esegesi e il magistero sono per la Chiesa e per dottrina.

Ecco il punto: tutto questo è assente nel Liber Usualis. Non solo: addirittura esso riporta ancora i segni ritmici di scuola ottocentesca che taluni credono sia ancora doveroso osservare. Tutto ciò rende assolutamente impossibile tentare di approcciare il gregoriano con (almeno un po’) la mentalità originaria. Ecco perché l’Usualis non è più credibile a livello esecutivo.

Mi si obietterà che la liturgia non è un’accademia musicale o un concerto o un seminario paleografico-semiologico. Benissimo. Se l’adesione all’esegesi che la Chiesa fa di un passo scritturale (e giacché noi non siamo protestanti ci affidiamo all’interpretazione della Chiesa) è fare dell’accademismo o del concertismo, sì, siamo orgogliosi di farlo.

Fatta questa denuncia, però, per correttezza occorrerà anche farne una seconda: la totale assenza di un Graduale gregoriano per il rito antico con le corrette indicazioni esecutive[1].

So bene che sto denunciando un’abnorme lacuna editoriale sul sito di una casa editrice (ops…), però è la triste realtà. Visto che bisogna anche essere propositivi, ci può essere, intanto, una soluzione? Per esperienza dico che, provvisoriamente, finché non verrà colmata tale lacuna le soluzioni possono essere due:

– attingere al Graduel neumé. Si tratta della ristampa anastatica del Graduale del 1908 di dom Cardine con tutti i neumi da lui trascritti man mano che andava consultando i codici. Purtroppo il testo è monco di diverse pagine.

– laddove il GN sia lacunoso, si potrebbe consultare il Graduale Triplex del ’79 nella speranza che il brano occorrente non sia tra quelli evirati dalla riforma bugniniana.

Questo sarebbe già immediatamente fattibile, ancorché assai impegnativo. Amici della Tradizione, sursum corda!

 

 


[1] Un tale testo, invece, esiste per il Novus Ordo: è il Graduale Triplex. Stampato nel 1979.