Può amare chi non è amato? Sulla tracce del “Frankenstein” di Mary Shelley

luca

Ti chiesi, Creatore, di crearmi uomo dall’argilla,

ti chiesi di promuovermi dall’oscurità…?

(J. MILTON, Paradiso perduto)

di Luca Fumagalli

Il rischio che corre un grande classico della letteratura occidentale come il Frankestein di Mary Shelley è quello di perdere la propria identità con il passare del tempo. Dalle varianti cartacee alle rivisitazioni cinematografiche, la riproposizione martellante di un soggetto così celebre corre il grave rischio di ridursi a conato consumistico. In altre parole, limitato a figurina da scambiare o da esibire nel qualunquismo quotidiano, è come se si privasse di mordente, subdolamente defraudato di ogni ricchezza. Il romanzo, una delle prove più brillanti del cosiddetto genere “gotico”, macerato in tante riproposizioni infedeli ed eterodosse, langue sul fondo della coscienza collettiva, conosciuto superficialmente ma raramente compreso.

Eppure, ripercorrendo le pagine del libro, il lettore viene investito da una serie impressionante di stimoli, brillanti intuizioni che hanno il sapore di un’esperienza drammaticamente attuale. La storia tormentata dello scienziato ginevrino e della sua creatura, frutto di esperimenti mefistofelici, è infatti una brillante allegoria della condizione umana, così riuscita da amalgamarsi con singolare efficacia al pastiche narrativo di un testo fluente e gradevole. Ogni parola, centellinata sapientemente dall’autrice, non dà mai l’impressione della casualità, ma partecipa a comporre quel significato globale di cui è testimone.

Tra momenti epistolari, dialoghi profondi e colpi di scena, la trama si dipana ininterrotta, impegnata a seguire la parabola umana dello sfortunato protagonista, un uomo che con il lavoro delle proprie mani ha prodotto la dannazione per sé e per i suoi famigliari. Anche le occasionali digressioni, non solo non disorientano chi legge, ma contribuiscono a rafforzare la trama di un romanzo pubblicato per la prima volta nel 1818 (del 1831 è l’edizione definitiva).

Nato quasi per caso, da una sfida letteraria tra Mary, il marito, Byron e Polidori, Frankenstein rivisita in senso moderno il mito di Prometeo di cui si fa esplicita menzione nel sottotitolo (Il Prometeo moderno). La figura del mitico usurpatore del fuoco è diventata nel corso dei secoli uno dei simboli del libero pensiero, della massoneria e, più in generale, della contestazione alla tradizione cristiana. Colui che porta il fuoco, il “lucifero” che sfida l’ira degli dei, è l’emblema dell’uomo contemporaneo, un essere egoisticamente ripiegato su se stesso che ingenuamente crede di aver reciso ogni legame con credenze e fantasie del passato. La modernità è il trionfo di un io che, per citare il frusto motto nichilista, si è ribellato a Dio e lo ha ucciso.

Il moderno Prometeo del romanzo della Shelley è il giovane Victor Frankenstein. Studioso appassionato ma asistematico, la sua curiosità insaziabile lo porta presto a interessarsi di autori “irregolari” come Cornelio Agrippa, Paracelso e Albero Magno. L’infatuazione per le loro idee alchemiche, frutto di una commistione tra scienza e magia, è il motore che lo spinge, qualche anno dopo, a tentare l’impensabile: donare la vita a un cadavere. Accecato dalla prospettiva degli onori accademici e dei riconoscimenti scientifici, Victor non si rende conto dell’errore che sta commettendo. Così, dopo mesi di duro lavoro, una notte prende finalmente vita la creatura, un orrendo mostro dal volto sfigurato e dalla statura gigante; incapace di articolare parola, tutto ciòche esce dalla sua bocca distorta sono solo orribili grugniti.

Il peccato di chi ha osato sfidare la legge di natura ha partorito un abominio. La creatura, riflesso della condizione umana, cerca un rapporto di affetto con colui che prende a chiamare, con timore reverenziale, “il creatore”. Davanti al rifiuto dello scienziato, atterrito da una bruttezza che scambia per malvagità, ad essa non resta che fuggire dal laboratorio e cercare altrove quell’affetto a cui la spinge un cuore gonfio di desiderio. In ogni dove, però, si ripresenta lo stesso amaro copione: chiunque posi gli occhi sul suo volto deforme è impietrito dalla paura. Anche quando la creatura impara da autodidatta a leggere e scrivere acquisendo un buon bagaglio culturale, quell’assaggio di pace, testimonianza della bellezza della vita, le è precluso. Davanti al rifiuto di un mondo incapace di guardare oltre le orribili apparenze, l’isolamento è l’unica soluzione. Presto, però, la solitudine e il rifiuto si tramutano in odio. L’ombra della vendetta oscura il suo cuore che, disperato e gonfio di rimorso, spinge la creatura a tormentare Frankenstein, lasciando dietro di sé una lunga scia di cadaveri.

In una lotta titanica che lo stesso essere paragona alla ribellione di Satana, si consuma il dramma bifronte del romanzo. Anch’essa prometeica nella sua risoluzione di chiudere i conti con il proprio creatore, la creatura vive la triste condizione di essere ridotta a mostro da una società ancora più mostruosa. Una realtà triste e abietta come quella descritta nel romanzo non è in grado di cogliere la positività di un valore oggettivo che si cela dietro un aspetto ripugnante. Citando Florenskij, è come se mancasse quello sguardo ampio capace di abbracciare l’esistenza all’interno di un orizzonte unico. La meschinità genera meschinità e la creatura si trova avviluppata in un vortice di disperazione devastante, privata dalle circostanze sia dell’amicizia che di uno scopo che sorregga la sua vita. È un rifiuto, uno scarto dell’esistenza che non può trovare consolazione neanche nella benevolenza di un padre. Così, dopo aver sporcato le sue mani col sangue di molti innocenti, si ritira in un volontario esilio polare, disgustata per ciò che ha fatto, piangendo lacrime amare per un odio che naturalmente non gli appartiene.

Alla fine del libro, giunti alla conclusione, il lettore rimane con l’amaro in bocca per una soluzione impossibile. I danni che ha prodotto la sciagurata ambizione di Frankenstein  non sono emendabili, non si può riavvolgere la storia. L’unica speranza sono le parole di perdono che lo scienziato rivolge in punto di morte a un cielo che ha tradito. Invoca il Paradiso con fiducia, potendo confidare – almeno lui – in un creatore disposto ad amarlo oltre ogni umano limite.

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