Rifugiati: il grave errore di chi dice ‘prendiamoci i cristiani’

“I giornalisti e politici che animano la campagna non sono così ignoranti da non sapere che la loro proposta è assolutamente irricevibile in termini legali, ma sono convinti che noi siamo così ignoranti e sprovveduti da non saperlo”

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di Marcello De Angelis

 

 

ROMA – Le comunità cristiane nelle aree più toccate dai conflitti sono, è ufficialmente riconosciuto, un elemento di stabilità e di pace. La presenza di forti e culturalmente avanzate minoranze cristiane ha permesso l’esistenza per mezzo secolo di governi “laici”nelle regioni a maggioranza musulmana. Governi laici che – val la pena di ricordarlo – sono stati di recente dichiarati “regimi” da abbattere dalle potenze occidentali, con le conseguenze che abbiamo sotto gli occhi. Con ciò non vogliamo dire che fossero governi“illuminati”, ma solo ribadire il fatto che l’idea che sia una buona cosa destabilizzare – con le bombe (dei terroristi o delle nostre forze aeree) – i governi che ci stanno antipatici senza che ci siano alternative più auspicabili è – quanto meno – stupido.
Della destabilizzazione di aree critiche come il Medio Oriente, l’Africa e parte dell’Asia, ne fanno le spese – ovviamente – le comunità minoritarie. E tra queste i cristiani, ma non solo, come sa chiunque conosca almeno la geografia. Le guerre sanguinose e apparentemente senza soluzione in Iraq e Siria sono state scatenate contro altre minoranze musulmane, in particolare contro gli sciiti, che l’Occidente non vedeva di buon occhio perché legate all’Iran per vicinanza confessionale. Questa è la ragione per la quale le potenze occidentali hanno inizialmente ritenuto “utile” l’Isis e hanno permesso che crescesse oltre misura, tanto da farselo sfuggire di mano. Sappiamo che i “techno-puritani” pseudoislamici massacrano anche i kurdi, che antepongono l’appartenenza etnica alla fede religiosa e ogni altra minoranza, come gli jazidi. Altrove, come in Nigeria, i musulmani sono minoranza a livello nazionale ma maggioritari in alcune aree del Paese, quindi i terroristi usano la religione come copertura per una guerra di secessione, come già accaduto in Sudan e altrove.

Le guerre scatenate dagli apprendisti stregoni dell’Occidente in Siria, Libia, Iraq e in parte in Egitto, con la chiara intenzione di far esplodere anche il Libano e prolungare fino alla fine dei tempi il conflitto in Terra Santa, hanno aumentato notevolmente il già preoccupante traffico di esseri umani che vengono riversati in Europa, con il non celato obiettivo di generare anche nel nostro continente una situazione di ingovernabilità che riconsegna agli Stati Uniti il primato politico ed economico sul pianeta.

Nel dibattito politico demenziale, sospeso tra opportunismo e assoluta ignoranza, che occupa i nostri media sull’argomento rifugiati, è di questi giorni la “novità” di una campagna – lanciata da un noto quotidiano e seguita alla spicciolata da parlamentari in cerca di visibilità e a corto di idee – per la concessione dello status di rifugiati ai soli profughi cristiani.

Tranquilliziamoci: i giornalisti e politici che animano la campagna non sono così ignoranti da non sapere che la loro proposta è assolutamente irricevibile in termini legali, ma sono convinti che noi siamo così ignoranti e sprovveduti da non saperlo. Quindi propongono una cosa che non si può fare per poi dirci che non è stata fatta per colpa dei loro avversari. Un vecchio gioco che si basa sull’assunto che elettori e lettori sono per lo più imbecilli con cui giocare a Risiko.

Siccome io invece credo che non tutti siano sprovveduti, mi prendo un altro po’ di spazio per aggiungere qualche considerazione più seria sulle materie che sono di mia pertinenza: il Medio Oriente, la storia del Cristianesimo e la Geopolitica.

I cristiani nel Medio Oriente alla fine della Seconda Guerra Mondiale erano circa 50 milioni, ora secondo il Sinodo sono circa 16 milioni. Va ricordato, a chi scioccamente identifica la Cristianità con l’Occidente, che il “luogo di nascita” del Cristianesimo è proprio il Medio Oriente e molte comunità vi si trovano da Duemila anni.

L’instabilità e le difficoltà anche economiche della regione hanno costretto i cristiani, spesso di cultura alta e con capacità professionali avanzate, a cercare altrove miglior fortuna, impoverendo di conseguenza le società di cui erano uno dei pilastri.

Le comunità cristiane sono sempre state molto legate alle aspirazioni nazionali dei loro rispettivi Paesi e tutt’altro che legate, storicamente, ai poteri coloniali. I cristiani dei Paesi arabi, per chiarirci, sono arabi, non figli della colonizzazione. I cristiani in Palestina, ad esempio, sono arabi palestinesi e questo è il motivo per il quale più di 500mila tra i profughi fuggiti dopo la fondazione di Israele sono cristiani.

I capi delle comunità cristiane ovviamente desiderano che i cristiani non abbandonino le loro terre. Essendo un giornalista all’antica, cito le mie fonti più recenti: l’arcivescovo Dionysius Jan Kawak (nella foto il terzo da sx), patriarca della Chiesa siro ortodossa a Damasco e l’arcivescovo Sebouh Sarkissian, primate degli armeni in Iran, che ho incontrato negli ultimi mesi. Tutti e due hanno visto le loro comunità svuotarsi negli ultimi anni. Sarkissian ne dà la colpa non già a vere o presunte “persecuzioni”, che da parte dei governi non ci sono state anche per le ragioni “politiche” che ho già menzionato, ma ad associazioni e fondazioni che operano per conto di governi occidentali, che offrono soldi, casa e lavoro ai cristiani che accettano di trasferirsi in Occidente e in particolare negli Usa. Questo, dicono i due arcivescovi, perché in Occidente c’è chi vorrebbe dividere artificialmente il mondo lasciandone una parte integralmente in mano a dei musulmani di comodo e diluendo tutti i cristiani in quella parte che, a loro avviso, è totalmente svuotata dei valori cristiani – cioè l’Occidente – e che risulta comodo far risultare artificialmente come “la Casa dei cristiani”. Questa – affermano – è proprio la stessa strategia dell’Isis…

Visto che si parla oggi di profughi siriani, va ricordato anche che questi costituiscono “solo”il 6 per cento dell’inondazione umana che l’Europa sta subendo e che la proporzione di cristiani in Siria era di poco superiore al 15%. Il termine “inondazione” o “alluvione” l’ho preso da Verderami che lo ha utilizzato sul Corriere della Sera e ben rende il senso di ciò che sta accadendo.

Se volessimo rimanere tecnicamente sul problema dell’immigrazione clandestina e della sua gestione, problema con cui l’Italia si barcamena da venti anni senza dimostrare nessuna capacità di apprendere dai propri errori, va ribadito a chi non è del mestiere – e io, scusate la presunzione, un po’ lo sono perché ho lavorato anche nei centri di accoglienza – che gli immigrati non sono tutti uguali. E le loro differenze sono molto meno sancite dalla religione che non dall’evoluzione delle società dalle quali provengono. I musulmani siriani sono evoluti come i loro connazionali cristiani. I nigeriani, che per la maggioranza sono cristiani, lo sono molto meno, perché provengono da aree più arretrate e non sono nemmeno paragonabili ai musulmani che vengono, ad esempio, dall’Albania o dalla Bosnia. Infine, come i cristiani sono tutti diversi tra loro, così lo sono i musulmani, di diverse etnie, diversa cultura, diverse “sette”, diverso grado di osservanza. E l’Islam e il Cristianesimo non sono le sole religioni al mondo: in Italia arrivano indu, sikh, buddisti e altri.

Forse la proposta più sensata sarebbe quella di verificare chi, indipendentemente dalla religione e secondo i parametri europei già stabiliti, ha il diritto all’asilo (secondo gli Interni non più del 20% di quelli arrivati fino ad ora) e farlo – come ormai ha “ammesso” persino la Boldrini – dall’altra parte e cioè prima che si avventurino in un viaggio in mare che, per un numero sempre più grande, è un viaggio verso gli abissi.

 

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