Stato ‘etico’ e Stato ‘di diritto’: qualche equivoco

Pubblichiamo ampi stralci dell’articolo “Stato etico e Stato di diritto: un appunto”, tratto dal periodico cattolico Instaurare omnia in Christo, anno XXXVIII, n. 2, marzo-agosto 2009

 

di Daniele Mattiussi

 

[…] Se lo Stato – si afferma – è «etico» non è «di diritto», perché sarebbe d’ostacolo all’assoluta autodeterminazione della persona. Lo sostengono non solamente i laicisti (liberalradical-socialisti) ma anche i «cattolici» liberali. Gli uni e gli altri invocano a sostegno delle loro tesi (convergenti) la Costituzione della Repubblica italiana, in particolare il suo art. 2.

La tesi, condivisibile per quel che riguarda la Costituzione italiana, è assolutamente inaccettabile in sé e per sé. Innanzitutto va osservato che di «Stato etico» si può parlare in diversi sensi. C’è, infatti, lo «Stato etico» che si autoproclama creatore dell’etica e c’è lo «Stato etico» subordinato all’etica. Il primo è lo Stato moderno, quello teorizzato, per esempio, da Rousseau e ripreso da Hegel: entrambi ritengono che l’etica sia un prodotto dello Stato e che, pertanto, sia la legge positiva (più precisamente la norma) la fonte della morale e della giustizia. La legalità sarebbe il loro criterio ultimo e supremo. Ciò che lo Stato stabilisce sarebbe «morale» e «giusto» solamente perché stabilito dallo Stato. È chiaro che una simile dottrina (applicata sia dai regimi «forti», quelli cioè che oggi definiamo totalitari, sia dai regimi retti dalla democrazia «moderna», non solamente quella rousseauiana ma anche quella «deliberativa» proposta e difesa, per esempio, da Habermas) rappresenta la vanificazione dell’etica. Riduce, però, anche il diritto in ultima analisi a espressione di mero potere il quale pretende di autolegittimarsi. Lo «Stato etico», così inteso, è costretto ad assorbire l’etica nel diritto, rectius nella legislazione, sia essa prodotto della volontà dello Stato sia essa frutto di «scelte condivise». Scompaiono sia l’etica sia il diritto, ridotti a flatus vocis, a espressione nominalistica. L’etica e il diritto non avrebbero consistenza alcuna: di bene e di giusto sarebbe possibile parlare solamente in senso relativistico; quello che si ritiene bene e giusto sarebbero tali solamente con riferimento alla cangiante volontà dello Stato o a un contesto sociale che convenzionalmente istituisce questi due criteri.

Hobbes-Banner

Ne deriva che ogni «imposizione» sarebbe da considerarsi illegittima. Per esempio, l’omicidio dell’innocente sarebbe da considerarsi un male non perché male in sé ma solamente perché imposto come tale dallo Stato o dalla società. Su quale base, però, lo Stato o la società fondano questa «scelta»? Su quale base, ancora per esempio, possono ritenere sacra la vita umana? Su quale base legittimano l’imposizione al dissenziente, soprattutto al dissenziente che rivendica il «diritto» di decidere per sé e da sé? Se la questione stesse in questi termini […] nessuno sarebbe legittimato a decidere per altri. Le scelte che riguardano il soggetto dovrebbero dipendere esclusivamente dalla sua volontà. Sarebbe illegittima l’educazione come illegittimo sarebbe il battesimo amministrato a chi non è maggiorenne; illegittime sarebbe, poi, le terapie praticate ai minori, soprattutto quelle che comportano conseguenze irreversibili, ma ancora più illegittimi sarebbero il concepimento e la nascita (non a caso la giurisprudenza francese è arrivata a riconoscere il diritto al risarcimento per essere nati). Questione che i laicisti […] e i «cattolici» liberali non considerano, continuando a disattendere (e non potrebbe essere altrimenti!) la volontà di colui al quale, per esempio, contribuiscono a dare la vita.

Ingiustificabile sarebbe il diritto penale. In particolare alcuni reati sarebbero un’incomprensibile limitazione della libertà. L’omicidio del consenziente e ancor più il tentato suicidio non potrebbero essere previsti come reati (quello di tentato suicidio è già stato abrogato da tempo dagli ordinamenti liberali). Più in generale si dovrebbe dire che diritto e libertà sarebbero incompatibili: la presenza dell’uno escluderebbe l’altra e viceversa.

Di «Stato etico», però, come si è accennato, si può e si deve parlare anche in altro senso: lo Stato è etico, infatti, quando si subordina all’etica, a quella naturale che è valida per ogni uomo in quanto uomo, a prescindere da tutte le sue opzioni e dalle sue scelte religiose e ideologiche. Francesco Olgiati, per esempio, in una celebre pagina de Il concetto di giuridicità in San Tommaso d’Aquino sostenne che «il compito dello Stato non è puramente negativo; lo Stato non è solo tutelatore dei privati interessi e della liberté individualisticamente intesa; ma […] ha altissime finalità positive. All’attuazione delle quali tutti ed ognuno debbono portare la cooperazione doverosa, mediante la vera libertà, che consiste nel compiere il proprio dovere secondo l’imperativo razionale delle leggi dell’essere. […] Lo Stato […] non è catena, e neppure semplice cane di guardia, ma ala che innalza e favorisce i voli più audaci» (p. 109). Lo Stato, dunque, è «etico» perché deve perseguire il bene (secondo natura) di ogni uomo in quanto uomo e, perciò, il bene comune. Questo può avvenire solamente nella libertà, ma la libertà è mezzo, non fine. In altre parole il bene che la comunità politica deve perseguire non è la libertà ma il bene che è regola della stessa libertà.

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Lo Stato, pertanto, non può essere neutrale di fronte ai valori. Il suo ordinamento giuridico deve richiamarsi alla giustizia che è condizione del diritto e dello Stato. Solamente uno Stato che riconosca e prescriva ciò che è giusto è uno «Stato di diritto», cioè uno Stato secondo diritto. Lo Stato di diritto deve prescrivere il bene e vietare il male […].

 

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