Un’ombra nel paese delle fate: “Gli alberi dell’orgoglio” di G. K. Chesterton

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«E ora, dopo lo sfruttamento,

ecco una cosa ancor più vile, l’istruzione!

 Devono rubarci anche i sogni»

di Luca Fumagalli

In quel tratto di Cornovaglia, un maestoso spaccato della costa inglese, c’è qualcosa d’insolito. L’osservatore meno avvezzo, attratto dalla composta bellezza di porticcioli, barche, pescatori e insenature boscose, potrebbe non accorgersi dell’anomalia. Ma nel giardino di Vane, nobiluomo locale, vi sono delle piante esotiche decisamente strane. Volgarmente si definiscono “alberi pavone”. Portano con sé l’aroma di terre remote e, al contempo, tremende leggende sulla loro origine. Il mito, tramandato sin dalla notte dei tempi, racconta che il dono consesso loro da Dio, quello di poter camminare come esseri umani, sia stato rovinato dalla tentazione del demonio che, in forma di serpente, ha convinto le piante a diventare violente, smaniose di uccidere chiunque capitasse a tiro delle loro frasche. Anche in Cornovaglia si racconta che all’ombra del variopinto fogliame siano morte o scomparse diverse persone. La saggezza popolare, quindi, vorrebbe che quelle piante venissero abbattute, ma Vane, incorreggibile razionalista, non perde occasione per dimostrare il suo disprezzo verso tutte le inutili superstizioni: «In breve, era un uomo che si inorgogliva in modo particolare per il fatto di non perdere mai tempo in sciocchezze. […] Pareva che volesse star ritto sulla testa solo per dimostrare quanto l’avesse dura». Un giorno, però, quando per scommessa accetta di trascorrere una notte di riposo sotto gli “alberi pavone” pur di dimostrare una volta per tutte che le leggende sono solo un cumulo di stupidaggini, scompare improvvisamente, e di lui si perde ogni traccia.

A metà tra il realismo magico di Buzzati e l’ironia composta di Dickens, Gli alberi dell’orgoglio descrivono una storia piuttosto lineare, poche pagine raggruppate in quattro capitoli. G. K. Chesterton imbastisce una sorta di apologo morale che si insinua sapientemente nella grave leggerezza di una trama a metà tra favola e poliziesco. Le frasi fluiscono rapidamente, sovente strutturate in abili paradossi o scaltri giochi di parole che interrogano il lettore, invitandolo a esplorare episodicamente il retropensiero dell’autore. Ed è proprio nelle crepe, nei vuoti testuali, più che nei fatti narrati o nei personaggi, che si cela l’ammaliante bellezza del libro.

Uno degli esempi migliori di questo atteggiamento – del resto tipico di tutta la produzione chestertoniana – è il coro popolare costituito da braccianti, pescatori e contadini che con la sua voce testimonia il memento, figlio della cultura paesana, a non tentare la terribile magia degli “alberi pavone”. Quando il taglialegna Martin parla con Vane li paragona addirittura a dei draghi, una similitudine così azzeccata da trasfigurare la realtà in senso favolistico. Vi è una sfumatura medievale nella penna di Chesterton per cui il realismo produce qualcosa di infinitamente più veritiero del semplice naturalismo. La realtà è per lui segno di altro, è simbolo e inevitabile testimonianza di quella benevolenza che è l’impalcatura dell’esistenza. Non a caso, come già accadeva ne Il poeta e i pazzi, è lo scrittore, l’artista che più di altri ha il dono di penetrare i misteri del quotidiano: «È il poeta ad avere ragione, il poeta ha sempre ragione. Oh, è qui sin dagli albori del mondo, ha visto le meraviglie e gli orrori che circondano il nostro cammino e che si nascondono appena dietro un cespuglio o una pietra. […] Credere in Dio è l’unica cosa che rimane, dal momento che non possiamo fare a meno di credere nei demoni!». Nella pantomima di inganni e illusioni che è la modernità, è l’antirazionalista il vero razionalista, è il folle l’unico sano. La scienza non viene ridicolizzata o sminuita nel suo complesso; piuttosto è condannato l’atteggiamento presuntuoso del positivismo materialista.

Più tardi Barbara, l’amabile figlia di Vane, parlando con Paynter, critico letterario e amico di famiglia, ribadisce l’importanza di saper distinguere nella vita gli squarci di salvezza dalle malvagità da abbattere. Ma per fare questo, ancora una volta, è necessario un occhio sincero, incontaminato da pregiudizi «Sono assolutamente certa […] che nessuno possa salvare questa terra agonizzante e questa gente prossima alla fine, tranne coloro che sanno leggere i mille piccoli segni, le indicazioni disseminate nel terreno e nella configurazione di questa terra, e le tracce quasi cancellate dai passi». Infine conclude: «Esistono delle forze, esiste lo spirito di un luogo, vi sono presenze che non possono essere accantonate».

Il vero protagonista de Gli alberi dell’orgoglio è dunque il mistero del quotidiano, quel crepuscolo che lascia presagire una nuova alba. La scomparsa di Vane è solo il primo di una serie di accadimenti che porta i personaggi a interrogarsi sul mondo e sulla vita. Ne risulta un vivido affresco colmo di caratteri e colpi di scena, una letteratura che si fa rivelazione, disvelamento della bellezza che irradia il mondo; la gioia non nasconde la tragedia, ma la riscatta, la trasforma in un imprevisto che ha sempre e comunque un valore positivo. La cima «spoglia e rocciosa dove il vento soffia come febbre su una landa selvaggia» è il luogo desertico a cui l’umanità, per sua stessa natura, per vocazione, è chiamata a porre rimedio. Non è questione di rimboccarsi le maniche, di lanciarsi in fatui titanismi, quanto di lasciarsi attraversare dal desiderio di risoluzione che, come in un romanzo poliziesco, anima la vita.

La più grande lezione di questo breve racconto di Chesterton, edito per la prima volta nel 1922, è un’ammonizione di sana ovvietà: l’interrogativo sulla vita è l’unica condizione in grado di muovere l’uomo, di infondergli passione, di renderlo vivo.

Il libro: G. K. CHESTERTON, Gli alberi dell’orgoglio, Parma, Nuova Editrice Berti, 2013.