Fare il pieno alla ISIS petroli S.p.A.

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[cliccare per ingrandire. Fonte bergamopost.it]

Radio Spada ha già fatto cenno al sostegno determinante che l’ISIS ritrae dal controllo della produzione del petrolio in vaste aree della Siria e dell’Iraq[1]. Riportiamo ora di seguito la traduzione, a cura di Massimo Micaletti, di una eccellente inchiesta del Financial Times, che potete trovare in originale con grafiche qui.

 

Nei sobborghi dell’area petrolifera di Al Omar nella Siria orientale, cogli aerei che sfrecciano sopra le teste, una linea di camion si estende per sei chilometri. Alcuni camionisti aspettano oltre un mese per rifornirsi.

Chioschi che vendono Falafel e rivendite di té sono sorte lì vicino, per nutrire i conducenti, tanta è la richiesta di petrolio. Alcuni commercianti lasciano i propri mezzi incustoditi per mesi, aspettando il loro turno.

Questa è terra dell’ISIS, l’organizzazione jihadista che controlla lembi del territorio siriano ed iracheno. Il commercio del petrolio è stato dichiarato come un bersaglio di prima importanza per la coalizione militare internazionale che combatte l’ISIS. Eppure continua, indisturbato.

Il petrolio è l’oro nero che arricchisce la bandiera nera dell’ISIS – alimenta la sua macchina da guerra, fornisce elettricità e garantisce ai fanatici jihadisti un profitto determinante contro i loro vicini.

Ma più di un anno dopo che il Presidente Barack Obama ha lanciato la coalizione internazionale contro l’ISIS, il frenetico commercio ad Al Omar ed in almeno altre otto aree petrolifere rappresenta il dilemma che l’offensiva si trova ad affrontare: come buttare giù il califfato senza sconvolgere la vita di almeno dieci milioni di persone che abitano nelle aree controllate dall’ISIS e penalizzare così gli alleati dell’Occidente?

La resistenza dell’ISIS e la debolezza della campagna a guida statunitense hanno dato alla Russia il pretesto per lanciare il proprio audace intervento in Siria.

Nonostante tutti gli sforzi, dozzine di interviste con commercianti e tecnici del petrolio siriani, così come gli ufficiali dei servizi segreti e gli esperti in petrolio occidentali, rivelano un’operazione in forte espansione quasi si trattasse di una compagnia petrolifera di stato che cresce in dimensioni e competenze a dispetto di tutti i tentativi di distruggerla.

Attentamente amministrata, la compagnia petrolifera dell’ISIS recluta attivamente lavoratori con precisa formazione, da ingeneri ad istruttori e manager.

Stime dei commercianti e dei progettisti locali indicano la produzione totale di greggio dei territori controllati dall’ISIS in 34-40mila barili al giorno. Il petrolio è venduto già alla bocca del pozzo ad un prezzo che oscilla tra i 20 ed i 45 dollari al barile, assicurando così ai miliziani un guadagno medio di 1,5 milioni di dollari al giorno.

E’ una situazione che ti fa ridere e piangere allo stesso tempo”, dichiara il comandante di un gruppo di ribelli ‘moderati’ di Aleppo, che acquista diesel dalle aree in mano all’ISIS anche se poi il suo gruppo lo combatte nelle prime linee[2]. “Ma non abbiamo altra scelta, questa è una ribellione di poveri. C’è qualcun altro che si offre per venderci carburante?”.

 

 

Il petrolio come arma strategica.

E’ da tempo che la strategia del petrolio dell’ISIS viene attuata. Già nel 2013, al momento in cui il gruppo venne alla ribalta sulla scena siriana,  molto tempo prima che raggiungesse Mosul in Iraq, i jihadisti già consideravano il petrolio come un perno per il loro progetto di uno stato islamico. La shura del gruppo lo ha identificato come un elemento fondamentale per la sopravvivenza della rivolta e, cosa più importante, per finanziare la loro ambizione di creare un califfato.

La gran parte del petrolio che l’ISIS controlla è nella parte orientale della Siria, ricca di giacimenti, dove nel 2013 ha creato un avamposto dopo essersi ritirato dal Nordovest – un territorio di importanza strategica ma privo di petrolio. Queste teste di ponte furono poi impiegate per consolidare il dominio sull’intera Siria orientale dopo la caduta di Mosul nel 2014.

Quando poi si è spinto nell’Iraq settentrionale e ha conquistato Mosul, l’ISIS si è anche assicurata i campi della provincia di Kirkuk, nell’Iraq nordorientale. Proprio il giorno della sua conquista, riferiscono fonti locali, i miliziani misero in sicurezza i campi e furono inviati ingegneri per iniziare le operazioni e portare il petrolio sul mercato.

Erano pronti, avevano persone incaricate di seguire il profilo finanziario, avevano tecnici per mettere a punto il sistema di estrazione e stoccaggio”, ha detto uno sceicco locale della città di Hawija, vicino Kirkuk. “Hanno portato centinaia di camion da Kirkuk e Mosul ed hanno iniziato ad estrarre il petrolio e ad esportarlo”. Una media di centocinquanta camion, ha aggiunto, venivano riempiti ogni giorno, ognuno di questi contenente olio per un valore di diecimila dollari. L’ISIS ha poi perduto quei campi contro l’esercito iracheno, ma si stima che abbia ritratto 450 milioni di dollari nei dieci mesi che li ha controllati.

Mentre Al Queda, la rete globale del terrorismo, dipende da donazioni di sostenitori benestanti stranieri, l’ISIS ha derivato la sua forza dal suo status di produttore in monopolio di una risorsa che viene ampiamente consumata nell’area che esso stesso controlla. Pur non essendo in grado di esportare, esso può prosperare perché ha un enorme mercato obbligato in Siria ed in Iraq.

Infatti, il diesel e la benzina prodotti nelle aree ISIS non vengono consumati solo nel territorio che il gruppo controlla ma anche in aree che tecnicamente[3] sarebbero in guerra con questo, come ad esempio il Nord della Siria che è in mano ai ribelli: esso dipende dal carburante dei jihadisti per sopravvivere. Ospedali, negozi, ruspe e macchine che vengono utilizzate per tirar fuori le vittime dalle macerie funzionano con generatori alimentati da petrolio dell’ISIS.

In qualunque momento la fornitura di diesel può essere interrotta. Se non c’è diesel – sa bene l’ISIS, la nostra vita è finita” dice un commerciante di petrolio che viene da Aleppo, in mano ai ribelli, ogni settimana per comprare carburante, parlando al telefono col Financial Times.

 

Una compagnia petrolifera di stato.

La strategia dell’ISIS ha poggiato sulla costruzione dell’immagine di uno stato sin dal principio, così esso tenta di condurre la propria industria del petrolio imitando i criteri propri di una compagnia petrolifera nazionale. Secondo siriani che dicono che l’ISIS abbia tentato di reclutarli, il gruppo cerca ingegneri, offrendo salari competitivi a quelli che hanno l’esperienza richiesta, ed incoraggia i probabili dipendenti a richiedere di entrare nelle sue risorse umane.

Un gruppo itinerante di specialisti controlla i campi, monitorando la produzione, interrogando i lavoratori sulle operazioni. Questo gruppo, inoltre, chiama i membri dell’ISIS che hanno lavorato per le compagnie petrolifere in Arabia Saudita o in altri luoghi del Medio oriente “emiri” o principi, per fargli condurre le sue strutture più importanti, dicono i commercianti che comprano il petrolio dell’ISIS ed i tecnici che hanno lavorato nei campi dell’ISIS.

Alcuni tecnici sono stati insistentemente corteggiati dai reclutatori dell’ISIS. Rami – non è il suo vero nome – lavorava nella provincia siriana di Deir Ezzor, prima di diventare un comandante ribelle. Fu poi contattato da un emiro militare dell’ISIS in Iraq via WhatsApp.

Potevo scegliere qualunque ruolo io volessi, mi ha promesso” ha detto Rami “Inoltre, «Tu stesso puoi indicare il tuo salario»”. Scettico sul progetto dell’ISIS, Rami rifiutò l’offerta e volò in Turchia[4].

Infine, l’ISIS assume dai suoi sostenitori in tutto il mondo. Nel discorso pronunciato dopo la caduta di Mosul, il leader dell’ISIS Abu Bakr Al Baghdadi ha chiamato non solo combattenti ma anche tecnici, dottori e manodopera qualificata. Il gruppo ha recentemente promosso un ingegnere egiziano che viveva in Svezia a nuovo responsabile della sua raffineria nel nord dell’Iraq, a Qayyara, stando a quel che dice un tencico del petrolio iracheno che vuole restare anonimo.

Il ruolo centrale del petrolio si riflette anche sullo status che gli è dato nelle gerarchie di potere interne all’ISIS. L’approccio del gruppo al governo dei territori controllati è largamente decentralizzato. Per la gran parte, si fonda su walis – governatori – che comandano nei territori secondo i principi dettati dalla shura centrale.

Tuttavia il greggio – assieme alle sue operazioni militari e di sicurezza ed ai sofisticati messaggi mediatici – è controllato centralmente dai vertici di comando. “Sono organizzati nella loro forma di controllo del petrolio” ha detto un alto ufficiale dei servizi segreti occidentali. “E’ un’area chiave controllata e registrata dal centro. E’ affare della shura centrale” ha aggiunto, riferendosi al gabinetto di governo dell’ISIS.

Fino a poco tempo fa, l’emiro del petrolio dell’ISIS era Abu Sayaf, un tunisino il cui vero nome, secondo il Pentagono, era Fathi Ben Awn Ben Jildi Murad al-Tunisi e che è stato ucciso dalla forze speciali statunitensi in un raid nel maggio scorso. Secondo le dichiarazioni dei servizi segreti USA ed europei, con lui è stato trovato un vero e proprio tesoro di documenti inerenti le operazioni dell’SIS sul petrolio. I documenti riportavano accuratamente un’attività condotta con meticolosità, annotando accuratamente i guadagni ritratti dai pozzi ed i costi attribuiti. Hanno mostrato inoltre un approccio al profilo dei prezzi molto pragmatico, in cui l’ISIS rileva con attenzione le differenze nella domanda tra le varie aree per massimizzare i profitti.

La sorveglianza sui pozzi è assicurata scrupolosamente dall’Amnyat, la polizia segreta dell’ISIS, che assicura che i guadagni giungano dove devono – e comminano brutali punizioni se non lo fanno. Guardie pattugliano il perimetro delle stazioni di pompaggio mentre i pozzi isolati sono circondati da barriere di sabbia protettive ed ogni commerciante è accuratamente controllato quando vi si avvicina.

Al campo di Al Jabissa nella provincia di Hassakeh, nel Nordest della Siria, che produce 2500 – 3000 barili al giorno, “circa 30-40 grossi camion, ognuno con portata di 75 barili, potrebbero rifornirsi ogni giorno”, secondo un commerciante di Hassakeh.

 

La rete di distribuzione dell’ISIS.

Ma la più grande risorsa è Al-Omar. Secondo un commerciante che compra regolarmente olio nel sito, il sistema, con al sua coda di 6 km, è lento ma gli operatori del mercato si sono adattati. I conducenti presentano un documento col loro numero di targa e la capacità della cisterna agli uomini dell’ISIS, i quali li immettono in una database e gli assegnano un numero. Molti di loro, quindi, fanno ritorno ai loro villaggi, facendo la spola ogni due o tre giorni per controllare il loro mezzo. I commercianti dicono che verso la fine del mese, alcuni tornano indietro e piantano tende per stare vicini al loro mezzo in attesa del loro turno.

Una volta in possesso del petrolio di al-Omar, i commercianti possono sia portarlo alle raffinerie locali sia rivenderlo rialzandone il prezzo ad intermediari con cisterne più piccole che lo portano nelle città più ad Ovest come Aleppo o Idlib.

La fortuna dell’ISIS col greggio potrebbe non durare. Le bombe della coalizione, l’intervento russo ed il crollo dei prezzi del petrolio potrebbero mettere sotto pressione i profitti. La più grande minaccia alla produzione fino ad oggi, comunque, è stato l’impoverimento dei pozzi siriani, sempre più vecchi. L’ISIS non ha la tecnologia dei Paesi stranieri per reagire a quello che i locali descrivono come un lento calo nella produzione. Il bisogno di carburante che ha l’ISIS per le sue operazioni militari significa pure meno petrolio da vendere sul mercato.

Per ora, comunque, i jihadisti controllano l’offerta nei territori che occupano e non c’è riduzione della domanda. “Tutti qui hanno bisogno del diesel: per l’acqua, per le coltivazioni, per gli ospedali, per gli uffici. Se il diesel viene negato, qui non c’è più vita”, dice un uomo d’affari che lavora vicino Aleppo. “L’ISIS sa che il petrolio è una carta vincente”.

 

 

 


[1]    http://www.radiospada.org/2014/08/gli-usa-difendono-il-kurdistan-mente-i-loro-alleati-foraggiano-lisis/
[2]    N.d.T. Come come? Quindi anche ammesso che la coalizione occidentale stia sostenendo anche economicamente i soli “ribelli moderati” (e sappiamo che non è così), ora salta fuori che costoro foraggiano l’ISIS acquistandone il greggio!
[3]    “Tecnicamente”? N.d.T.
[4]    In Turchia? A fare che? Magari ad addestrarsi… (N.d.T)

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