‘La Siria tra escatologia e dinamica politica’ (Perché la Siria? – IV ed ultima parte)

Mappa che descrive la Siria etno-religiosa evidenziando il carattere composito della società siriana, fonte: Limes
Mappa che descrive la Siria etno-religiosa evidenziando il carattere composito della società siriana (cliccare per ingrandire), fonte: Rivista Limes

Perché la Siria? Cristiani, guerre ed escatologia 

La conferenza “Perché la Siria? Cristiani, guerre ed escatologia” è stata tenuta il 23 ottobre 2015 presso il “23° Convegno di Studi Cattolici” da Andrea Giacobazzi, collaboratore di Radio Spada. Riportiamo le trascrizioni delle quattro parti:

IV ed ultima parte

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Passato, futuro, eterno: la Siria tra escatologia e dinamica politica

L’ineludibilità dell’aspetto escatologico, già lambito qui e altrove[1], in ordine alla comprensione della dinamica politica siriana (e, più in generale, del Vicino e Medio Oriente) trova nell’analisi dei culti e delle “sette” della regione una serie di riscontri la cui complessità risulta inestricabile rispetto al tema affrontato.

A Damasco, nella Grande Moschea degli Omayyadi, si può incontrare il “minareto di Gesù”[2]. L’associazione della parola “minareto” – ovvero il “faro” (in arabo: manār), la “torre”, presente in quasi tutte le moschee, dalla quale il muezzin chiama alla preghiera – al Nome di Gesù non deve stupire, dato il valore importantissimo (ma pur sempre erroneo e gravemente diminutivo) conferito dall’Islam a Nostro Signore. Ciò che risulta più singolare è che, secondo una tradizione locale, sarà il luogo ove “apparirà nel giorno del giudizio”[3].

Questo non è che un fugace esempio volto a rappresentare l’articolato quadro che ci troviamo di fronte. Vedremo nelle prossime parti come da un lato il ruolo dell’escatologia sia rafforzato dal carattere islamico-intransigente  – oltre che iconoclasta – di alcune forze in campo, dall’altro dalle tensioni settarie che si vanno esacerbando nel contesto preso in esame.

Lo stesso tema dell’ISIS – presunto “califfato” – trova ampi riscontri difficili da ignorare. Damasco fu la capitale del primo califfato islamico esteso (omayyade, 660 – 750 d.C)[4]. Questa sola circostanza “basterebbe leggere in un’altra ottica l’attuale scontro in Siria, paese che per la filosofia jihadista e l’escatologia islamica rappresenta l’ultimo campo di battaglia, la terra della resurrezione, dell’epopea  e del giorno del giudizio”[5]. Non solo: in relazione a quanto detto, va sottolineato come in alcuni aḥadīth, Maometto descriva

questa regione e i suoi abitanti come una benedizione. Dunque è questo che Bilād al-Šām* rappresenta per l’Islam: una terra sacra che conferisce al jihād ivi combattuto una sacralità maggiore rispetto ad altri fronti. […] come profetizzato da Maometto, quella di Bilād al-Šām è la terra della battaglia epica contro l’infedeltà, che si concluderà con il ritorno del califfato[6].

L’accentuazione, di stampo islamico-intransigente, che si è progressivamente manifestata tra le forze di opposizione al governo Assad ha dato luogo a primi segnali già negli anni scorsi: elementi inizialmente deboli ma che letti con la consapevolezza di oggi, non possono che confermare l’inevitabile importanza delle dinamiche religiose nel quadro del Vicino Oriente. Nel 2013 su Limes si annotava:

Già alla formazione dell’esercito siriano libero (l’opposizione ad Assad), accanto a denominazioni generiche si rinvenivano nei nomi delle brigate richiami a personaggi o a eventi dell’Islam storico, dai primi califfi ai primi conquistatori, alle prime battaglie dei musulmani contro i sasanidi o le tribù della Mecca. Questi richiami, non necessariamente collegati al sunnismo, potevano essere letti come semplici riferimenti a un comune retroterra culturale e religioso che spezza il legame con la retorica nazionalista del regime, senza tuttavia introdurre quelle dello scontro settario[7].

L’avanzamento dell’involuzione fondamentalista è dipeso in buona parte dal contesto regionale, anche attraverso l’abbattimento di simboli con alle spalle storie che li rendevano particolarmente significativi. Questa escatologia deviata, inevitabilmente si dovuta nutrire anche di questo per evocare immagini di “purificazione”. Già negli anni scorsi abbiamo dovuto soffermare l’attenzione sul curioso (e vasto) fenomeno “degli islamici che distruggono santuari islamici”. Una sorta di “protestantesimo” musulmano – perdonerete la semplificazione – che in relazione al “culto locale dei santi” (degli awliyâ’, presenti nell’Islam) reagì come se si trovasse di fronte a materiale  “blasfemo” o da “idolatri”. Se questo atteggiamento di salafiti, wahhabiti e altri, è ormai consegnato all’evidenza della storia recente, ancor più evidenti e chiare appariranno le ragioni che hanno portato i militanti del “califfato” a radere al suolo alcune tra le più straordinarie ricchezze archeologiche del sito siriano di Palmira, in particolare alcuni templi pagani come il celeberrimo tempio di Bel.

Un’operazione non così diversa dall’abbattimento delle imponenti ed antichissime statue dei Buddha di Bamiyan,

I buddha di Bamiyan, prima e dopo.
I buddha di Bamiyan, prima e dopo.

avvenuto nel marzo del 2001 ad opera degli iconoclasti talebani. Se la purificazione (dagli idoli) della terra conquistata è un elemento non secondario per la comprensione delle dinamiche in corso, a maggior ragione lo sarà in una area di abbondantissime risorse archeologiche come la Siria.

Palmira e lo stesso tempio di Bel, hanno tra l’altro importanti implicazioni bibliche. Nel Secondo Libro delle Cronache si parla di “Tadmôr del deserto”. Fonti antiche “testimoniano l’importanza della città non solo in età romana ma già nel periodo ellenistico”[8]. “Bel e il drago[9]” è un duplice racconto presente nel Libro di Daniele, il valore dello scritto è doppiamente significativo perché narra di un forte episodio di retta anti-idolatria biblica e perché “deuterocanonico”: ovvero ritenuto canonico dalla Chiesa Cattolica ma non dai protestanti. Palmira venne incorporata nell’impero romano durante il regno di Tiberio con lo statuto di città tributaria e le tracce di un culto assimilabile a quello descritto sono chiare:

Nel santuario di Bel v[enn]e eretto un gruppo santuario bronzeo con Tiberio suo figlio Druso e suo nipote germanico. […] L’edificazione del più importante monumento della città, il santuario di Bel, corrisponde all’entrata della città nell’impero romano. Questo edificio, uno dei più spettacolari e meglio conservati della regione, È sorto sul luogo consacrato fin dai tempi remoti alla divinità ancestrale della città, al Bôl (“Signore”, nella forma dialettale prearamaica). Sotto l’influenza babilonese il suo nome diventa Bel (“Signore”, in accadico) all’inizio dell’età ellenistica o forse è già in età achemenide. Il carattere cosmico di Bel lo fa assimilare a Zeus, Zeus-Belos.[10]

Durante il regno di Ciro in Babilonia, si peccava riconoscendo Bel come superiore al Dio d’Israele, a questo idolo si elargivano ogni giorno “dodici misure di farina del frumento più puro, quaranta pecore e sei gran vasi di vino”[11]. Ad un momento, si chiese al profeta Daniele perché non offrisse anche lui a Bel, ed egli rispose di credere in un altro Dio decidendo di sfidare i sacerdoti: se Bel avesse mangiato realmente tutte le offerte, Daniele si sarebbe consegnato alla morte perché mentitore, in caso contrario, sarebbero morti i sacerdoti di Bel. Questi idolatri volevano barare, ed entrando di soppiatto nel tempio consumarono le offerte. Daniele però aveva sparso cenere sul pavimento e al momento della verifica da parte del re, gli disse di controllare per terra. Scoperto l’inganno, il re fece uccidere gli imbroglioni e consegnò l’idolo affinché lo si distruggesse.

Tra fine agosto e inizio settembre 2015, fu reso noto che i militanti dell’ISIS avevano provocato un’esplosione nel patio del tempio e lo avevano raso al suolo[12]. Risulta semplice notare che Daniele smantellò un idolo “attivo” e pericoloso per la Fede nel suo tempo, mentre i miliziani del “califfato” si accaniscono contro un’inerte ricchezza archeologica consegnata alla storia da tempo immemore.

Si permetterà inoltre una battuta sul carattere ipocrita e falso di certe affermazioni circa “Palmira, patrimonio dell’umanità”: ancora una volta questi umanitarismi, tanto banali quanto assurdi, dimostrano la loro vacuità: la tanto sbandierata “umanità” è forse intervenuta per salvare Palmira? No, perché essa ora – piaccia o no – è “patrimonio” dell’ISIS, non nelle parole ma nei fatti.

Propaganda ISIS, sulla conquista di Palmira.
Propaganda ISIS, sulla conquista di Palmira.

Tornando al tema in esame va notato che, come accennato, il “peso” dell’escatologia è strettamente connesso con l’importanza del ruolo giocato da determinate fazioni e della carica simbolica che certi atti implicano. Utilizzando questa prospettiva, ancor più evidente sarà il legame con il mosaico “settario” tipico della Siria, terra di culti vicini e talvolta incompatibili, di antichi rancori e nuove vendette. Basti pensare alla cosiddetta “eresia” alauita (di stampo islamico-sciita ma in poco assimilabile ad altre tendenze di questo ramo), a cui fa riferimento la famiglia presidenziale siriana e una parte non trascurabile della classe dirigente.

In un Paese a maggioranza sunnita, non solo caratterizzato – come molte altre aree del Vicino e Medio Oriente – da frizioni  “sunniti contro sciiti” ci troviamo di fronte al caso di un presidente facente riferimento ad un gruppo minoritario e storicamente disprezzato, talvolta considerato estraneo all’Islam stesso e guardato con sommo disprezzo dalla orde “fondamentaliste” e “puriste” trattate poco fa. I motivi sono facilmente riscontrabili: la dottrina alauita o Nuayrī implica una venerazione per ‘Ali (cugino primo e genero di Maometto) al punto di considerarlo come divino. Già questo elemento ci può far intuire quanto possano essere invisi a “puristi” e “iconoclasti”. Non a caso Maometto, in ambito alauita,

occupa un posto secondario, è un velo che maschera il significato incarnato da ‘Ali.  Il terzo personaggio della trinità è Salmān compagno del profeta, la porta della conoscenza. Questi tre personaggi sono rappresentati da simboli astrali: ‘Ali è la luna, Maometto il sole, e Salmān il cielo. L’esistenza di una trinità ha spinto Henry Lammens a supporre che gli alauiti fossero dei cristiani rifugiatisi sulla montagna durante l’espansione musulmana. Sosteneva Louis Massignon che questa triade derivasse dall’antico gnosticismo astrale orientale mantenuto in certe sette del cristianesimo e dell’Islam. Oltre la devozione mistica per ‘Alì, l’originalità della dottrina risiede nella credenza nella reincarnazione. Un fatto che, unito al carattere segreto della dottrina, alla mancanza di moschee, alla tolleranza dell’alcol, all’assenza dell’obbligo del velo e all’isolamento e alla povertà in cui vivevano gli alauti, ha contribuito a diffondere leggende infamanti sul loro conto da parte dei musulmani stessi[13].

L’ipotesi di una loro “origine cristiana” è tanto affascinante quanto inquietante, se si pensa a quanto si possa finire lontano dal vero quando si lascia socchiusa la porta all’indifferentismo e al sincretismo. Nella descrizione di questa dottrina, l’Enciclopedia Cattolica, aggiunge alcuni elementi interessanti:

Da ‘Ali procede Maometto e da questo Salmān, che crea il mondo e lo governa con l’aiuto di altre cinque entità. Se fin qui l’emanazionismo mette ancora un sottilissimo velo sull’identificazione di ‘Ali con Dio, la formola della fede è più esplicita: “Non v’è Dio fuor che ‘Ali figlio di Abū ālib”. […] La vicinanza dei cristiani ha aggiunto [alle feste proprie degli alauiti] il Natale, l’Epifania, le Palme, La Pentecoste e Santa Barbara[14].

Gli alauiti non vanno confusi con gli aleviti (islamici che pure hanno un orizzonte spirituale “trinitario”). Nel complesso quadro religioso siriano, che va dalla setta dei drusi fino agli sciiti duodecimani, dagli sciiti ismailiti fino alle mille anime del sunnismo, il caso alauita è probabilmente uno dei più particolari, per non parlare di alcuni gruppi come quello degli yazidi, addirittura definiti “adoratori del diavolo”[15] per il loro culto sincretistico e massacrati, anche a causa di questo, dagli epigoni del Califfato.

Alla luce di quanto affermato sugli sviluppi politici di certo Islam “purista”, se aggiungiamo l’ossessione di questo per il pericolo dell’“associazionismo”(shirk, la presunta attribuzione a Dio di altri “pari”, ad esempio per il “culto dei santi”, awliyâ’, diffuso nello stesso Islam) e il fatto che l’apparato dirigenziale siriano veda tra le sue fila soggetti dalle appartenenze religiose più varie (con una stretta collaborazione tra alauiti e cristiani), le cause della violenza presente sul campo di battaglia ci parranno più chiare. Il problema dello shirk, con tutte le accuse di politeismo che esso implica, finisce per essere un esempio lampante di come una questione teologica si declini facilmente nella dinamica politica, talvolta con esiti nefasti. La demonizzazione[16] degli sciiti da parte delle frange sunnite di stampo salafita/wahhabita, con il ricorso al tema dello shirk, è un fatto centrale nella storia recente.

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Per vedere le parti precedenti:

‘La fama di Lui per tutta la Siria’ (Perché la Siria? – I parte) => http://wp.me/p3Bugf-5II

‘Siria, Terra Cristiana’ (Perché la Siria? – II parte) => http://wp.me/p3Bugf-5IP

‘Trincee della Cristianità: millenario campo di battaglia’ (Perché la Siria? – III parte) => http://wp.me/p3Bugf-5IT

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[1] A. Giacobazzi, Il “protestantesimo” islamico tra teologia politica e avanzamento del caos, La Tradizione Cattolica, n. 2, 2013 (87).

[2] G. D’Agostino, Sulle vie dell’ Islam: Percorsi storici orientati tra dottrina, movimentismo politico-religioso e architetture sacre, Gangemi Editore, p. 51.

[3] G. Zizola, L’ultimo trono, Ed. Sole 24 Ore, 2001, p. 275.

[4] M. Galletti, Storia della Siria contemporanea, Bompiani, 2006.

[5] B. E. Selwan Khoury, Bilād al-Šām, ritorno al califfato, in: Limes, Guerra mondiale in Siria, Marzo 2013, 2/13, p. 125. / *Semplificando si può dire che con il termine Bilād al-Šām ci si riferisce generalmente alla “Grande Siria”, ovvero all’incirca all’area comprendente Siria, Libano, Palestina, Giordania e una parte della Turchia meridionale.

[6] Ivi, p. 129 / *Il termine Bilād al-Šām è generalmente associabile alla Siria, sebbene i suoi confini non coincidano con l’attuale repubblica araba.

[7] L. Delich, Si fa presto a dire jihād, [nella raccolta: Chi comanda dove? Per una mappatura della rivolta siriana], in: Limes, Guerra mondiale in Siria, Marzo 2013, 2/13, pp. 67-68.

[8] D. Wielogsz, Tamdôr nel deserto. La città greco-romana, in: AA.VV., a cura di M. Guidetti, Siria, Dalle antiche città-stato alla primavera interrotta di Damasco, JacaBook, 2006, p. 42.

[9] In riferimento al drago (o dragone) citato nel libro di Daniele: “il serpente in Babilonia era venerato come simbolo di Ea, dio della scienza”. (Cfr.: La Sacra Bibbia, traduzione a cura del Padre E. Tintori, OFM, Pia Società San Paolo, 1945, p. 1408).

[10] D. Wielogsz, Tamdôr nel deserto. La città greco-romana, in: AA.VV., a cura di M. Guidetti, Siria, Dalle antiche città-stato alla primavera interrotta di Damasco, JacaBook, 2006, p. 47.

[11] A. Calmet, La storia dell’antico e nuovo testamento, Venezia, Tipografia Rosa, 1821, p. 359.

[12] Isis, Onu conferma: «Raso al suolo l’antico tempio di Bel a Palmira», IlSole24Ore.it, 2 settembre 2015.

[13] F. Balanche, Il feudo degli alauiti, in: Limes, Guerra mondiale in Siria, Marzo 2013, 2/13, p. 100-101.

[14] Enciclopedia Cattolica, Volume VIII, Città del Vaticano, 1952, col. 2042.

[15] Chi sono gli Yazidi?, Radio Spada (radiospada.org), 26 agosto 2014.

[16] P. Clarke, The Oxford Handbook of the Sociology of Religion, Oxford University Press, Oxford, 2009, p. 548.

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