Padre Mourad racconta la sua prigionia. ‘Basta essere cristiani per venire uccisi’

Il sacerdote è rimasto nelle mani dello Stato islamico per cinque mesi. «Ogni giorno mi dicevano: “Sei un infedele. Convertiti all’islam o ti taglieremo la testa”»

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Nessuno avrebbe il coraggio di definire 84 giorni di prigionia nelle celle dello Stato islamico come un «ritiro spirituale». Nessuno, tranne padre Jacques Mourad, che è rimasto nelle mani dei terroristi dal 21 maggio al 10 ottobre. Tutti i giorni il sacerdote siriano doveva fare professione di fede: «Entravano nella mia stanza e mi chiedevano: “Chi sei?”. Io gli rispondevo: “Nazarani, sono un nazareno”, cristiano, secondo il termine che viene usato nel Corano. Allora mi dicevano: “Quindi sei un infedele, convertiti all’islam o ti taglieremo la testa”».

TAPPE DEL RAPIMENTO. Padre Mourad ha raccontato più dettagliatamente il suo rapimento in un’intervista rilasciata a Sos Chrétiens d’Orient. Prelevato il 21 maggio insieme a un novizio nel suo monastero di Mar Elian, che si trova nella città di Al Qaryatayn, a sud-ovest di Homs, è stato tenuto prigioniero in un’auto sulle montagne per quattro giorni. Poi è stato portato attraverso il deserto a Raqqa, capitale siriana del Califfato dove è rimasto prigioniero per 84 giorni. In seguito, è stato trasferito a Palmira, dove si è riunito ai suoi parrocchiani. Infine, è tornato ad Al Qaryatayn, ormai conquistata dall’Isis, «da dove non potevamo muoverci».

«MAI PREGATO TANTO». «Soprattutto le prime settimane sono state difficili», racconta. «Ho vissuto tutti i sentimenti che le persone rapite vivono. Ma dopo, attraverso il rosario e la preghiera di Charles De Foucault, Dio mi ha dato la grazia di trovare la pace. Dico che è stato come un ritiro spirituale perché non ho fatto altro che pregare, era da tanto che non pregavo così. Ho rinnovato la relazione con la mia madre spirituale e posso dire che è stata un’esperienza che mi ha convertito. Sono riuscito ad abbandonarmi nelle mani del Signore».

GLI INTERROGATORI. E di questo abbandono padre Mourad aveva bisogno soprattutto quando gli veniva chiesto, ogni giorno, se preferiva convertirsi all’islam o farsi tagliare la testa. «Io restavo in silenzio, in pace, senza reagire». Ma perché i terroristi islamici volevano ucciderlo? «Per loro noi eravamo infedeli e questo era sufficiente per condannarci a morte. Ogni tanto mi interrogavano anche. Un loro sceicco un giorno mi ha chiesto perché nel monastero tenessi tante bottiglie di vino. “Bevi vino allora?”. Io gli ho risposto che serviva per le occasioni e per la Messa. “Che cos’è la Messa?”, mi ha chiesto. Gliel’ho spiegato e si è tappato le orecchie, mi ha cacciato dicendo di non voler sentire “simili errori”. Era innervosito».

L’INCONTRO CON I PARROCCHIANI. Quando ormai aveva perso la speranza di restare vivo è stato prelevato da Raqqa e portato dove si trovavano gli altri 250 cristiani rapiti da Al Qaryatayn. «Mi hanno fatto scendere dall’auto, hanno aperto un portone e ho visto tutti i miei parrocchiani», ricorda. «Per me è stato un grande dolore vedere che erano stati tutti rapiti. Tra loro poi ci sono handicappati, malati di tumore. Ma loro mi hanno accolto con gioia, mi hanno abbracciato: non sapevano infatti che fine avessi fatto».
Riportato ad Al Qaryatayn, dove molti cristiani sono stati costretti a firmare il patto di sottomissione e a pagare il tributo umiliante, è riuscito a scappare. Anche se non vuole rivelare come: «Preferisco dire che sono uscito e questo basta. Non voglio mettere in pericolo la vita degli altri cristiani. Sono libero, solo questo conta». Almeno altri 40 cristiani, negli ultimi giorni, sono fuggiti.

100 ANNI DOPO. Se il calvario di padre Mourad è finito, quello di tutti i cristiani siriani continua. Ecco perché il sacerdote chiede «alla Chiesa di pregare per tutti noi, perché solo la preghiera è la strada per la salvezza, e alla comunità internazionale di trovare una soluzione politica per questa situazione. Se non la troveranno, noi cristiani dovremo andarcene da qui. A 100 anni dal genocidio degli armeni, i cristiani tornano ad essere massacrati in queste terre, ma questa volta il massacro è rappresentato dall’emigrazione forzata. Anche noi abbiamo il diritto di vivere in pace nella nostra terra».

 

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