‘Qualcuno li vuol giudicare?’ Baron Corvo racconta i Borgia

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«L’autore non scrive col semplice intento di “riabilitare” la famiglia Borgia; essendo presentemente la sua opinione che tutti gli uomini son vili al di là dell’esprimibile in parole».

(F. ROLFE, Cronache di casa Borgia)

di Luca Fumagalli

Quando si termina la lettura delle Cronache di casa Borgia si è sopraffatti dalla triste sensazione di essere giunti alla fine di un viaggio emozionante. È come se quel mondo rinascimentale così sapientemente evocato dalla penna di Frederick Rolfe crollasse improvvisamente, rivelando la sua natura di colto artificio. Ma chi si è avventurato con passione tra le pagine di un saggio storico così profondo e arguto non resta con l’amaro in bocca; al contrario, il suo cuore è attraversato da una vaga nostalgia, dal desiderio di poter vivere veramente − fosse anche solo per una manciata di minuti − quegli incredibili anni, tra il 1455 e il 1572, in cui i Borgia balzarono sul piedistallo della fama.

Due papi e un santo in poco più di un secolo sono le perle più brillanti che decorano la corona di una famiglia che annoverò figli illustri anche nelle epoche successive, come il cardinale Stefano Borgia, pregevole figura di ecclesiastico erudito, morto nel 1804 dopo essere stato a un passo dal soglio petrino. Spagnoli d’origine e italiani d’adozione, i de Borja, come il toro rosso che campeggia sullo stemma della casata, furono una singolare sintesi di mansuetudine e virulenza. Spesso sorpresi a brucare l’erba con sguardo sognante, si dimostrarono altrettanto efficaci nel trafiggere gli avversari con clamorose incornate. Questi episodi contribuirono ad alimentare quella “leggenda nera” che iniziò a circolare durante il pontificato di Alessandro VI e che ancora oggi fornisce ampio materiale per le sceneggiature di serie televisive di successo.

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Le ragioni per cui Rolfe pubblicò nel 1901 il fortunato lavoro sono da ricercare principalmente nella tormentata biografia dell’autore. Il Baron Corvo della letteratura inglese, eccentrica sintesi di cattolicesimo ed estetismo, condusse la sua breve e triste esistenza tra le laceranti contraddizioni della carne e dello spirito. La fervente devozione, alimentata da una conversione sincera, si scontrò frequentemente con i limiti di un uomo la cui vita disordinata terminò prematuramente tra i vicoli angusti della Venezia di inizio ‘900. Questo “angelo decaduto” dovette registrare una certa somiglianza tra l’infame nomea dei Borgia e il proprio onore perduto, divelto nel corso degli anni a colpi di inganni, bugie e tradimenti. Assolvere in tutto o in parte i delitti della celebre famiglia spagnola significava, in qualche misura, compiere un’opera di autoassoluzione. Ma l’esito, lontano dallo stereotipo, è un libro singolarmente brillante che unisce al rigore dello storico la frizzante vivacità di un romanziere consumato. Rolfe non cade nella trappola dell’equazione umana, quella tendenza perniciosa che porta a confondere l’oggettività della documentazione scientifica con le passioni personali dello studioso. Confeziona invece un testo fresco, brillante, che muove dalla consapevolezza che l’umanità è un impasto di miseria e grandezza, e che anche la verità per quanto riguarda i Borgia doveva trovarsi a metà strada tra la rettitudine e le copiose accuse di dissolutezza.

La serietà del lavoro di ricerca che impegnò Rolfe per diversi mesi è attestata dal primo biografo dello scrittore inglese, A. J. A. Symons, che nel suo divertente libro, oltre a dedicare un intero capitolo alle Cronache, cita diverse epistole dove Baron Corvo si lamenta con l’editore per le diciotto ore giornaliere di lavoro e per le lunghe sedute di studio trascorse tra gli insalubri e impolverati scaffali del British Museum. Il successo di pubblico e critica, che elogiò parimenti lo stile e l’erudizione dello studio, sono un’ulteriore testimonianza della bontà di un’opera che, nonostante il riscontro positivo in termini di vendite, non risollevò il proprio autore dalle misere condizioni in cui versava.

La storia dei Borgia muove i primi e timidi passi nel Rinascimento, a pochi anni dall’esaurimento del grande Scisma d’Occidente. Rolfe, nel suo dichiarato intento di restituire un’immagine viva e dinamica del passato, dipinge con singolare maestria i fasti di un’epoca che lui stesso amava, e a cui, in qualche misura, si sentiva idealmente di appartenere. Lo sviluppo della letteratura e delle arti, l’invasione islamica, l’invenzione della stampa e le grandi scoperte geografiche fanno dunque da sfondo alle vicende biografiche di Callisto III e di Alessandro VI, narrate con fugaci pennellate, alla maniera impressionista, ma sature dell’aroma onirico di un tempo ormai perduto. Alle descrizioni, sontuosamente decadenti nel gusto per lo stupore e abbellite da un lessico prezioso e ricercato, si accompagnano innumerevoli digressioni che, oltre a restituire tridimensionalità alla narrazione, fungono anche da parentesi personalissime in cui l’autore si abbandona ad approfondimenti e giudizi. A invettive contro la parzialità degli storici e dei cronisti, seguono slanci esaltanti che elogiano le virtù del papato o lo splendore artistico e intellettuale dell’Italia rinascimentale. Non mancano poi impietosi confronti con la grigia attualità del ‘900: «È così facile per il XX secolo, col suo fisico logoro e il suo raffinato cervello, e la grandiosa prospettiva di mezzo millennio, capire i motivi che muovevano il XV, fisicamente forte e intellettualmente semplice, quando il mondo […] era più giovane e fresco di cinque secoli; quando il colore era vivido, la luce una vampa, virtù e vizi spinti all’estremo, la passione primitiva e ardente, la vita violenta, la giovinezza intensa e sovrana; e la mediocrità rispettabile, sentenziosa e pedante, esangue e senile non contava né punto né poco».

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Rolfe si considerava un contemporaneo di Cellini e soffriva di una nostalgia del passato del tutto peculiare che, almeno dal punto di vista della ricerca storica, fu la sua salvezza. Da innamorato, come un cavaliere errante, si prodigò in ogni modo per sconfiggere i tanti luoghi comuni legati ai Borgia, una casata verso cui provava un’inconfessabile ammirazione. Pur affermando di non voler lavare le loro colpe, l’autore rifiuta la condanna esplicita e, lungo le pagine del suo lavoro, affastella con spregiudicatezza elaborate inferenze e documenti inediti che, nell’insieme, compongono un mosaico mai così profondo e complesso. Non si tratta di indulgenza d’accatto quanto di ribaltare una prospettiva distorta e falsificata per troppo tempo. Un esempio di questo atteggiamento è il brillante capitolo dedicato alla “leggenda del veleno” dove Rolfe dimostra oltre ogni ragionevole dubbio l’infondatezza delle accuse sull’utilizzo della Cantarella come strumento d’omicidio politico, un’illazione che anche Dumas aveva contribuito a diffondere.

È così che Rodrigo Borgia, a dispetto delle manovre politiche e dei suoi molti bastardi, appare come «un uomo forte, la cui sola colpa era di non nascondere nessuna delle sue debolezze», e che «aveva saputo far sentire ai malfattori la frusta che, come Osiride, maneggiava insieme al pastorale». Cesare diventa un uomo di stato la cui giustizia e l’infaticabile energia mostrano tratti sovrumani. A lui si deve soprattutto il rafforzamento dello stato pontificio che, durante gli anni precedenti, caratterizzati da malgoverno e lotte intestine tra famiglie rivali, era caduto vittima del particolarismo dei vassalli. La sua opera di sistematica riconquista fu determinante per preservare quel patrimonio petrino che durò pressoché inalterato fino al 1870. Quanto a Lucrezia, era «una perla fra le donne» che «si era guadagnata grande fama per la sua bontà verso le ragazze da marito alle quali regalava la dote per invogliarle a restar pure col miraggio di un buon matrimonio».

Ma questo sagace affresco non sarebbe compiuto se qua e là nel testo non affiorassero brevi testimonianze del sincero affetto che legava l’autore alla Chiesa e alla dottrina cattolica. Sempre schierato dalla parte della Roma papale, Rolfe spende non poche parole di biasimo per il sovversivo Savonarola e per l’arroganza di numerosi sovrani che, come Carlo V, osarono minacciare il pontefice con i loro eserciti. Nonostante sia circondata da molti nemici che si arrabattano nel fango del mondo, la cattolicità illumina la via ai suoi figli, sempre disposta a perdonarli e ad abbracciarli con il tenero affetto di una madre. È la Chiesa dei santi e dei peccatori, è quell’istituzione che, nonostante le bassezze dell’umanità, dura da millenni e che continua a essere un punto di riferimento insostituibile per centinaia di migliaia di uomini e donne sparsi in ogni angolo della terra.

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Ecco che allora anche l’epopea dei Borgia si colora di una tinta inedita e appare come un’ulteriore testimonianza della provvidenzialità divina che anima la storia. Del resto, come sottolinea Baron Corvo, ogni speculazione umana a tal proposito risulterebbe nulla più che vuota fraseologia: «Qualcuno li vuol giudicare? Papi, e Re, e amanti, e uomini d’intelletto, e uomini di guerra, non possono essere giudicati col codice ristretto, col metro ottuso del giornalista e dell’affittacamere, dello stagnino e del bottegaio. Un proposito così indecentemente iniquo non può nascere se non in chi speri di guadagnare al paragone».

Il libro: F. ROLFE, Cronache di casa Borgia, Roma, Castelvecchi, 2014, pp. 331.

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