Quelli che son più buoni di Nostro Signore. Sinodo e sentimentalismo

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di Alessandro Elia

 

Gli obbrobri dottrinali proclamati di recente da vari padri sinodali (e non solo) riguardo alla possibilità di permettere l’accesso alla Santa Comunione anche ai “divorziati risposati” non dipendono tanto dalla scarsa preparazione teologica di coloro che li proclamano, quanto dalla decisione di abbandonare la via della teologia come fondamento della Dottrina e della pastorale. Gran parte di coloro che si sono espressi favorevoli a un tale oltraggio nei confronti dell’insegnamento della Chiesa, hanno ottime competenze teologiche, almeno dal punto di vista accademico.

 

Come mai, allora, sono caduti in un errore così evidente?

 

Sua Santità Pio XII ci metteva in guardia già prima del Concilio Vaticano II: “Il più grande peccato è che si è perso il senso del peccato”. Questo è uno dei più terribili inganni del modernismo, che, essendo intriso di fenomenismo, soggettivismo e relativismo Kantiano assieme all’Idealismo Hegeliano, è contrario alla cognizione razionale. E dunque, screditando il retto utilizzo della ragione, la teologia, che non è un’opinione ma una scienza (rigorosa e metodica) che esercita la ragione sul messaggio della rivelazione accolto dalla fede, diviene un ostacolo all’affermazione dell’eresia modernista.  

 

Di conseguenza si predilige un approccio soggettivo, relativo e qualunquista, rispetto ad un approccio teologico, ossia oggettivo, razionale e anche logico. Dunque, per ritornare alla constatazione di Pio XII, il problema è che non si affronta più la questione del peccato con oggettività e distacco, bensì con becero sentimentalismo (soggettivista) in salsa compassionevole e misericordiosa. In nome della (falsa) pietà si è preferito abbandonare la teologia del peccato, che è ciò che Dio ci ha rivelato del peccato e si trova nel Magistero, nella Tradizione e nelle Scritture, per rimpiazzarla con la filosofia moderna antropocentrica.

 

Non solo “si è perso il senso del peccato” ma naturalmente anche il senso del Sacro (il Novus Ordo Missae c’entra qualcosa, forse?) e della Grazia. Non si crede più nella forza intrinseca della Verità. Volgendo lo sguardo soltanto sull’umano e non sul divino, è ovvio che il peccato sembra qualcosa di insormontabile e imbattibile. In effetti, lo è, se non si tiene più in considerazione la Grazia di Dio Onnipotente. È bene confidare in Gesù Cristo che risuscitando ha vinto la morte. Sta scritto: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e dal Signore si allontana il suo cuore” (Ger 17, 5).

 

 

I paladini della “Comunione per tutti” non si servono della teologia perché non gli è d’aiuto. Secondo loro, giacché ogni persona ha la sua storia, unica e singolare, allora non si può generalizzare dicendo che tutte le anime che vivono in adulterio siano in peccato mortale. È certamente vero che alcuni giudizi riguardanti il foro interno delle persone spettano soltanto a Dio, tant’è che la Chiesa non asserisce quasi mai con certezza che una particolare persona vada all’inferno, ma appunto questo giudizio spetta a Dio. Non si può far leva su un giudizio che non spetta ai pastori, perché un simile ragionamento non ha nulla di teologico. Dio si è rivelato per la Salvezza degli uomini. Bisogna perciò avvalersi di ciò che Dio ci ha rivelato (approccio teologico), anziché disquisire su ciò che Dio non ci ha rivelato (approccio modernista), ossia come Egli ci giudicherà singolarmente nel giorno del Giudizio.

 

Dio ci ha rivelato – ripeto – tramite il Magistero (fonte prossima) e la Tradizione e le Scritture (fonte remota) che chiunque osi commettere adulterio e non pentirsene si trova sicuramente in peccato mortale.  Il Catechismo insegna che gli adùlteri hanno sulla coscienza un peccato gravissimo e chi si trova in questo stato non può accedere al Sacramento dell’Eucaristia. Gesù infatti ha detto: “«L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto». Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio»”(Mc 10, 9-12). Non c’è altro da aggiungere.

 

È stato proprio Lucifero, invidioso com’era, che ha voluto mettersi al posto di Dio e oggi non bisogna cedere alla stessa tentazione. Questa superbia di voler sapere tutto, di pretendere di conoscere l’intimo dell’uomo meglio di Dio, di voler essere più buoni di Nostro Signore e essenzialmente di non farci bastare la teologia, certamente non è ispirata dallo Spirito Santo, che al contrario ha prodotto la teologia proprio perché la Chiesa la utilizzasse per compiere l’opera salvifica di Dio Padre.

 


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6 Commenti a "Quelli che son più buoni di Nostro Signore. Sinodo e sentimentalismo"

  1. #ettore   21 ottobre 2015 at 12:06 pm

    Ottimo articolo. Credo però sia troppo tardi, il Signore ha come messo un velo sulla verità “perché non credano, non si convertano e io li guarisca”. L’indurimento di cuore fa parte della storia della salvezza e si deve resistere e non cadere in questa colossale ipocrisia. Nel frattempo è stato fatto beato Paolo VI, che “non ha avuto paura della novità”. Così il Concilio è completamente canonizzato (manca solo Albino Luciani chissà perchè?). Niente di nuovo sotto il sole…

  2. #Matteo   21 ottobre 2015 at 12:46 pm

    Il “grande” teologo Cavalcoli oramai convertitosi al cripto-modernismo militante sostiene che se la Chiesa (ovvero il Bergoglio) dovesse ammettere alla comunione sacramentale i conviventi irregolari, lo farebbe per meglio consentire una migliore recezione dei Sacramenti.

    In altri termini l’eminente teologo sostiene che esporre pubblicamente il sacramento al pressocchè sistematico sacrliegio è un metodo pastoralmente utile alla edificazione spirituale delle anime perchè mangiare e bere la propria condanna, non è questione di dottrina ma di normale prassi pastorale.

    Egli difende la sua ridicola tesi giustificandola con l’assunto che non è sempre certo che chi convive è sempre in stato di peccato mortale, potrebbe magari essere un ignorante in buona fede, (o un malato di mente magari ???) così ammettendo l’ipotesi che in mezzo a 1000 peccatori vi possa essere un ignorante in buona fede, per migliorare la ricezione dei sacramenti nel popolo cristiano diamo la comunione a tutti e commettiamo 999 sacrilegi ma diamo la comunione ad uno che forse per ignoranza può essere scusato. Buoni lorsignori è???

    Visto come si fa ad essere più buoni di Cristo????

    Che genio teologico??????

    Questi sono gli eredi di San Tommaso oggi????

    Stiamo freschi !!!

    D’altro canto anche il divorzio cattolico inaugurato dal motu proprio di Bergoglio è stato difeso con assimilabili assurdità:
    Se in mezzo a 1000 matrimoni ve ne sono tanti oggettivamente nulli, invece di accertare con maggiore precisione e severità quali e quanti sono, li dichiaramo nulli tutti a prima richiesta, compresi i validi che tanto magari sono pure pochi, tanto chi se ne frega? Una bella mazzetta ooopppsss scusate… “offerta”…al Vescovo (tanto il procedimento è gratis) e si risolve tutto in qualche settimana.

    In altri termini invece di fare del tutto per salvare il salvabile rafforzando e difendendo la dottrina sui sacramenti in un tempo in cui tutto va allo sbrago, questi dicono: visto che la maggioranza fa come gli pare e se ne frega di Cristo, da oggi lo possono fare tutti, cattolici compresi, e chi s’è visto s’è visto, quei pochi fessi che continueranno a seguire quello che la Chiesa ha sempre predicato dai tempi di Cristo, sono solo dei fessi retrogradi e pericolosi di cui ci possiamo al momento tranquillamente disinteressare, salvo poi perseguitarli con calma alla prima occasione.

    Grazie Bergoglio, grazie Cavalcoli, voi si che siete più buoni e magnanimi di quel Cristo intransigente e oscurantista che predicava si si e no no, che parlava di inferno, di adulterio, di impurità ed avvisava i tiepidi che la porta è stretta e pochi vi entrano, specie i falsi pastori che portano il gregge al macello.

  3. #algophagitis   21 ottobre 2015 at 2:05 pm

    C’è anche la re-interpretazione del peccato come “malattia”,
    “errore”, nel senso di qualcosa di non volontario o di “disgrazia”
    casuale.
    I progressisti (ai quali si stanno avvicinando, come gli ultimi
    della classe, certi conservatori) accusano gli avversari delle loro
    innovazioni di essere senza cuore (sentimentalismo) ma anche di non avere capito nulla della teologia e di che cosa è il cristianesimo.

    Faccio un esempio: quando si dice
    “Dio ci ha rivelato […] che chiunque osi commettere adulterio e non pentirsene si trova sicuramente in peccato mortale.”
    Loro dicono: voi non avete capito cosa vuol dire “rivelare”, cosa
    vuol dire “adulterio”, “pentimento” e “peccato mortale”.
    Detto ciò elaborano nuove definizioni che escludono le situazioni che si dovranno legittimare. Allo stesso tempo si elimina la
    contraddizione e si crea più o meno la “continuità”, con
    un procedimento che è più simile alla falsificazione del bilancio
    che all’accertamento della verità.

    Ecco altre teorie originali:
    1) (Il Giornale) Sinodo: “I divorziati risposati non vivono stato
    di adulterio”
    Mons. Mark Benedict Coleridge (arcivescovo australiano): “Che
    quello dei divorziati risposati sia uno stato di peccato non è una
    novità, ma non si deve parlare di adulterio in questi casi di
    seconda unione”[…] “Non si può dire che ogni secondo matrimonio
    sia un adulterio […]Se si tratta di una situazione stabile,
    magari con dei bambini, non è come se parlassimo di una coppia che si incontra ogni tanto in un alberghetto in una relazione segreta.
    Non può essere la stessa cosa”.

    2) Andrea Grillo:
    Propone di superare concezioni “medievali”.Vuole estendere lo
    scioglimento del vincolo a situazioni che non comportano la morte
    del coniuge. La relazione (vincolo matrimoniale) può “morire”. Il
    matrimonio dura finché morte non vi separi, ma anche “finché la
    relazione non si rompa”, finché la coppia non si sciolga.

    In sostanza la conclusione è: se i coniugi ritengono non più
    esistente il vincolo (esperienza dell’inesistenza, fallimento della
    relazione), allora il è sciolto, o meglio, “morto”. Non significa
    “scegliere di porre fine”, ma “constatare che è finito il matrimonio”. Allo stesso tempo l’indissolubilità è preservata, perché ne è stata mutata ad hoc la definizione.

    • #Matteo   21 ottobre 2015 at 5:34 pm

      E’ il vecchio metodo modernista che relativizza qualunque verità ricorrendo alla falsificazione di ciò che è chiaro e definito.
      Eretici puri e semplici, questo sono.

  4. #un cristiano   22 ottobre 2015 at 6:39 pm

    mamma le boiate che leggo! Questo articolo sarebbe stato letto al processo per condannare Gesù, se fosse stato già scritto. Rivela una fede di una freddezza e di un’alienazione strabiliante, in una parola morta. La crisi di fede della gente a volte la salva a quanto pare.

    • #jeannedarc   22 ottobre 2015 at 8:08 pm

      dipende se per uno la salvezza consiste nella visione beatifica di Dio o in quella di Satana. unicuique suum.