Una recensione a ‘Le cetre e i salici’ di Mattia Rossi

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«Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre»

(Salmo 136)

 di Luca Fumagalli

Le cetre e i salici si legge tutto d’un fiato, senza regalarsi pause. Il libro di Mattia Rossi, un’appassionante indagine sull’eclissi del canto gregoriano nell’epoca del postconcilio, è infatti una riuscitissima sintesi di dottrina e arguzia, capace di accontentare il palato di ogni lettore. Questo vale anche e soprattutto per chi conosce poco la musica sacra. L’autore, impegnato a tessere un’argomentazione solida, si preoccupa di accompagnare alla scoperta del gregoriano chi non è avvezzo ai tecnicismi musicali, mantenendo al contempo un doppio registro in grado di interloquire efficacemente anche con gli esperti in materia.

Nella tormenta conciliare, di pari passo al sovvertimento liturgico, anche il canto gregoriano ha subìto una sorte analoga. L’articolo 116 della Sacrosantum Concilium, in cui si sostiene che la Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana, è rimasto lettera morta, un risibile scudo che non ha potuto sostenere il contraccolpo delle innovazioni montiniane. L’esito, verificabile da chiunque metta piede in una chiesa, è quel sciapo e volgare repertorio di canzonette, con il naturale corollario di chitarre, che oggigiorno ha sostituito la gloriosa tradizione musicale della Chiesa, le cui prime testimonianze risalgono addirittura a San Paolo.

Da sempre, infatti, è esistita una musica sacra, con caratteri adatti al culto e dedicata in senso specifico ad accompagnare la liturgia. Nel II secolo si era già formato un vero e proprio canone i cui repertori furono alla base del canto che, quasi cinquecento anni dopo, prese il nome di gregoriano. La sua peculiarità, come dimostra ampiamente la parte centrale del libro di Rossi, risiede nell’essere esso stesso uno strumento esegetico, in grado con le pause e gli accenti di interpretare con sorprendente precisione la Messa, di accompagnare i fedeli nella comprensione dei Testi Sacri e di unire idealmente le feste più significative del calendario. In altre parole, il gregoriano non è solo un tappeto musicale, ma è parte integrante della liturgia, costituisce una lectio divina della Chiesa, è la Parola che si fa suono: «Nulla, semplificando, nel gregoriano, è casuale; come ciascun brano della scrittura vive in collegamento ad altri, […] così ogni formula del canto della Chiesa allude ad altre poste in altri contesti per richiamarsi a vicenda in un fitto tessuto di citazioni teologico-musicali».

Oggigiorno, però, vittima di falsificazioni e mistificazioni, il canto gregoriano è visto alternativamente come un vecchio arnese, un retaggio del passato da cui è necessario liberarsi al più presto, oppure come un condimento utile alle liturgie tutte pizzi e merletti di certi “tradizionalisti”, una glassa estetizzante da associare impunemente a marcette ottocentesche. A migliorare la situazione non contribuiscono certo le riedizioni recenti di alcuni libri di canto gregoriano che, paradossalmente, rivelano ambiguità e pericoli, come l’eliminazione dei canti appartenenti a feste, liturgie o domeniche soppresse col Novus Ordo, oppure l’annacquamento di tutti quei rimandi teologici sommamente codificati dal rito tradizionale.

Lo stesso magistero liturgico-musicale di Bergoglio palesa le contraddizioni di un postconcilio che ha perso il vero significato di ciò che dovrebbe essere la musica sacra, trattata alla stregua di un elemento alieno rispetto all’adorazione, nulla più che un gradevole orpello. Le “autorità”, «trasformatesi in autoritari tiranni contro la tradizione, hanno trasformato, in nome di un demagogico concetto di “partecipazione attiva”, il repertorio sacro in una cloaca di solenni buffonaggini e banali mediocrità».

La cattività del gregoriano in terra di Babilonia è dunque l’inevitabile conseguenza di un mondo cattolico che sembra aver smarrito la propria strada. Le cetre e i salici, in conclusione, si pone l’arduo compito, facendo appello alle coscienze dei fedeli, di promuovere una restaurazione non all’insegna dell’estetica, ma della liturgia. Esattamente come nei primi anni dell’800 i benedettini del monastero di Solesmes fecero di tutto per riscoprire quel tesoro di cuore e memoria che è il gregoriano, anche i cattolici di oggi devono trovare il coraggio per opporsi a una deriva che riconduce tutto, anche la musica sacra, a un’intollerabile e perniciosa dimensione orizzontale dell’esistere: «Sì, questo sarebbe un vero e proprio “ritorno all’Ordine”, un salvifico porsi fuori dal tempo moderno, in un tempo spirituale che attinge alle Radici».

 

Il libro: M. ROSSI, Le cetre e i salici, Verona, Fede & Cultura, 2015, pp. 156, prezzo 16 Euro.

 

Un commento a "Una recensione a ‘Le cetre e i salici’ di Mattia Rossi"

  1. #Nicòla   30 ottobre 2015 at 11:15 pm

    Ho scoperto da poco che il più autore di Musica sacra del post-Vaticano II, Marcello Giombini, era un contattista. Cioè era convinto di ricevere visite dagli alieni.