Eugenetica di Stato: le premesse ideologiche della sentenza n. 229 del 2015 della Corte Costituzionale

La sala gialla del palazzo della Consulta nella foto dell' 11 gennaio 2011 prima dell'udienza della Corte Costituzionale sul 'legittimo impedimento', la legge grazie alla quale il premier Silvio Berlusconi e' al riparo dalla ripresa dei tre processi a suo carico (Mills, Mediaset e Mediatrade)ANSA/ ETTORE FERRARI

 

di Marco Martone

 

La Corte Costituzionale con la sentenza n. 229 del 21 ottobre 2015 ha inflitto un altro mortifero colpo alla legge n. 40 del 2004, aprendo le porte a scenari che potremmo eufemisticamente definire “inquietanti”. A parere dei più ingenui potrebbe trattarsi di una pronuncia innovativa, ma le cose non stanno proprio così. Le ragioni di questa affermazione partono in realtà da lontano.

La nostra Costituzione – la “più bella del mondo” per usare le parole di Roberto Benigni – ha gettato le basi per la realizzazione di un ordinamento sempre più ostaggio delle ideologie moderne (o per meglio dire moderniste per citare San Pio X[1]). Se infatti esistono dei principi fondamentali per stessa ammissione del testo costituzionale, questi però possono essere sottoposti di volta in volta ad un’opera di bilanciamento da parte del legislatore o della giurisprudenza. Questa idea potrebbe, in realtà, avere un certo senso se l’ordinamento si occupasse di questioni esclusivamente private, ma il discorso muta radicalmente di fronte ad argomenti che attengono al nucleo essenziale della vita umana. A tal proposito occorre sottolineare che in questo caso non c’è compromesso che tenga, perché lo Stato non può e non deve invadere spazi che invece spetterebbero alla guida morale e spirituale della Chiesa. Non ci soffermeremo sui delicati rapporti tra Stato e Chiesa cattolica, ma ciò che ci preme evidenziare è che, laddove si destituisce di ogni valore vincolante alle leggi divine e ai Comandamenti, i principi fondamentali divengono frutto di situazioni contingenti e manipolabili. Gli effetti di tale affermazione, già condannati dal Magistero infallibile, sono sotto gli occhi di tutti[2].

In realtà anche prima dell’avvento della Costituzione repubblicana i rischi sottesi alla logica dei principi fondamentali erano ben presenti, perché il legislatore italiano, aderendo alle teorie illuministiche, si era sostanzialmente emancipato dal controllo morale della Chiesa. Ad ogni buon conto, nel vigore dello Statuto Albertino del 1848, lo Stato si disinteressò sostanzialmente di tutte le vicende legate ai temi eticamente sensibili. Qualcuno potrebbe sostenere che ciò derivava dal fatto che all’epoca lo Stato era dichiaratamente confessionale[3], ma si può agevolmente replicare a questa affermazione sottolineando che si trattava di una semplice apparenza. Basta infatti dare uno sguardo alla feroce legislazione anticlericale, duramente contestata da San Giovanni Bosco e da papa Pio IX nel suo non expedit del 1868, per capire l’inganno. Si può quindi convenire che la chiusura verso i temi eticamente sensibili era dovuta più che altro all’arretratezza delle conoscenze mediche dell’epoca, che non ad un’adesione sincera alla morale cattolica.

L’attacco all’ordine naturale ha subito un’accelerata sorprendente negli anni Sessanta sotto i colpi della propaganda degli “intellettuali” laici che poco a poco hanno condizionato l’opinione pubblica, in assenza di vera opposizione da parte della Chiesa, più impegnata in quel periodo a mettersi al passo con i tempi che a difendere la sana dottrina. Non è un caso che dopo l’enciclica Pacem in Terris del 1963 del Roncalli il vecchio partito comunista guadagnò in maniera esponenziale milioni di voti e tanti seggi in Parlamento. Sono quelli anche gli anni dell’avanzata del partito che più di ogni altro ha compiuto battaglie infernali contro la Chiesa: il partito radicale. Se infatti il partito comunista aveva lo scopo (illusorio) di migliorare le condizioni dei lavoratori e di incidere più che altro sulle dinamiche economiche della società[4], il partito radicale aveva (ed ha) di mira il mutamento del pensiero dell’uomo occidentale.

Gli effetti della propaganda radicale si fecero sentire anche sull’assetto ordinamentale, perché il bilanciamento dei principi fondamentali iniziò a pendere verso posizioni che fino a quel periodo erano patrimonio di cerchie assai ristrette della società. Si è passati infatti da un’impostazione culturale volta a tutelare la vita dell’individuo sempre e comunque a una prospettiva schiettamente edonistica, in virtù di un non meglio precisato “diritto di autodeterminazione”, lo stesso che ha portato la Corte di Cassazione nel 2007 ad autorizzare l’interruzione dei trattamenti sanitari di Eluana Englaro[5].

Il frutto maturo (e avvelenato) di questo approccio è rappresentato dalla l. 194 del 1978 che per la prima volta ha dato tutela giuridica (sic!) all’interruzione volontaria di gravidanza. Noi invece sappiamo che quando ci troviamo di fronte a situazioni del genere non possiamo scendere a patti, perché Gesù Cristo ha chiaramente detto che non si possono servire due padroni[6].  Ad oltre trent’anni dall’introduzione di quella sciagurata legge il bilancio non può che essere di guerra, con milioni di bambini non nati e con il crollo del tasso di natalità nel nostro Paese. Fa sorridere quindi il recente articolo apparso su Avvenire.it secondo cui la legge 194 sarebbe in sostanza una “buona legge”[7].

Anche la giurisprudenza italiana si è adeguata a questo fenomeno culturale e, anzi, ha fatto da apripista in materia di procreazione medicalmente assistita, sostituendosi ben volentieri al legislatore e attribuendosi quasi una missione messianica. Altro che teoria della separazione dei poteri che si insegna nei libri di diritto costituzionale delle migliori università italiane!

In assenza di una normativa specifica in tema di procreazione medicalmente assistita la l. 40 del 2004 sembrò all’indomani della sua introduzione, a parere dei meno avveduti, un intervento tutto sommato accettabile: i divieti di fecondazione eterologa, di maternità surrogata e di diagnosi preimpianto furono visti di buon occhio anche da buona parte del mondo cattolico dell’epoca. La “bontà” della l. 40 fu di fatto “ratificata” dal fallimento del referendum abrogativo tenutosi nel 2005, illudendo in questo modo quanti credevano di aver trovato finalmente un argine alla deriva radicale in ambito di procreazione medicalmente assistita. La volontà popolare di non toccare i capisaldi della legge 40 è stata sostanzialmente aggirata dall’opera della Corte Costituzionale. Piccola precisazione: non si vuole fare un’apologia del sistema democratico in base al quale la maggioranza ha sempre ragione perché, si badi, nel cortile del tempio il popolo scelse Barabba e non Gesù Cristo. Si vuole invece sottolineare come il moderno assetto ordinamentale provoca delle vere e proprie aporie, nel momento in cui le leggi votate dal Parlamento e confermate in via referendaria dal popolo vengono travalicate dalla giurisprudenza.

Ebbene il divieto della fecondazione eterologa è caduto nel 2014[8] con una pronuncia che, in realtà, non ha fatto che recepire i malumori della giurisprudenza sempre più prona a soddisfare le istanze delle coppie con problemi di fertilità che ad applicare la legge. Peraltro le ragioni di questa pronuncia trovano i natali nei diktat della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, giudice sovranazionale che, privo di qualsivoglia legittimazione democratica, stabilisce vita, morte e miracoli di noi cittadini. Noi invece sappiamo che i diritti dell’uomo e la dignità umana esistono nella misura in cui vengono rispettati i doveri verso Dio, sicché appare quanto meno singolare l’adeguamento delle autorità vaticane che sempre più spesso fanno riferimento alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, vero e proprio manifesto degli ideali massonici[9].

Una volta aperta la strada alla fecondazione eterologa la Corte Costituzionale ha proceduto nel 2015 ad abbattere gli ultimi divieti posti a presidio della diagnosi preimpianto, grazie a due interventi, l’ultimo dei quali è pochi giorni fa[10]. La Corte Costituzionale infatti giustifica le proprie pronunce in base ad un giudizio di bilanciamento, che in realtà si sostanzia nel dare prevalenza sempre e comunque al principio di autodeterminazione della donna a danno dell’embrione, vera e propria vittima sacrificale dell’egoismo umano. Oggi è quindi possibile accedere a tecniche di fecondazione assistita che consentono di selezionare gli embrioni e di impiantarli nell’utero della donna, anche laddove la coppia sia portatrice sana di malattie geneticamente trasmissibili. In sostanza, siamo di fronte al ritorno delle tecniche di eugenetica tanto care al regime nazionalsocialista, secondo quell’ideologia anticristiana condannata duramente dal Magistero infallibile[11].

Resta in piedi il divieto di maternità surrogata (vero!) ma se diamo uno sguardo ai recenti dibattiti parlamentari c’è poco da star sereni: i vari disegni di legge attualmente in discussione ne propongono di fatto il superamento. E se non dovesse intervenire (nell’immediato) il legislatore possiamo verosimilmente credere che sarà la giurisprudenza a dare il colpo di grazia a quest’ultimo (fragile) ostacolo.

In definitiva, la recente sentenza della Corte Costituzionale non rappresenta affatto una novità assoluta, poiché si tratta della logica conseguenza dell’aver aderito alla prospettiva secondo cui i principi fondamentali della Costituzione sarebbero funzionali al soddisfacimento degli interessi egoistici della persona, senza alcuna valutazione di ordine morale ed etico. L’embrione infatti sebbene nelle parole della Corte Costituzionale goda di tutela da parte dell’ordinamento, nei fatti può essere fatto oggetto di una vera e propria selezione naturale di darwiniana memoria. Tempi duri per tutti noi, sicuramente, ma dobbiamo prendere coscienza di ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi e attivarci affinché l’ago della bilancia penda di nuovo verso la giusta direzione, in Gesù Cristo Nostro Signore.

 

 

 


[1] Cfr. San Pio X, Pascendi dominici gregis, 1907, definì modernismo come “sintesi di tutte le eresie”, consultabile sul sito http://w2.vatican.va/content/pius-x/lt/encyclicals/documents/hf_p-x_enc_19070908_pascendi-dominici-gregis.html.
[2] Cfr. Leone XIII, Immortale Dei, 1885, consultabile su http://w2.vatican.va/content/leoxiii/it/encyclicals/documents/hf_l-xiii_enc_01111885_immortale-dei.html.
[3] L’art. 1 Statuto albertino così recitava: «La Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi».
[4] Cfr. Pio XI, Divini Redemptoris, 1937.
[5] Cass. n. 21748 del 2007.
[6] Mt 6, 24.
[7] http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/legge-194-.aspx.
[8] Corte Cost., sent. n. 162 del 2014, consultabile su http://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2014&numero=162.
[9] K. Wojtyła così si esprimeva nel discorso tenuto all’Assemblea dell’ONU il 2 ottobre 1979: «La Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo … deve rimanere nell’Organizzazione delle Nazioni Unite il valore di base con cui la coscienza dei suoi Membri si confronti e da cui attinga la sua ispirazione costante. Se le verità e i principi contenuti in questo documento venissero dimenticati, trascurati, perdendo la genuina evidenza di cui rifulgevano al momento della nascita dolorosa, allora la nobile finalità dell’Organizzazione delle Nazioni Unite potrebbe trovarsi di fronte alla minaccia di una nuova rovina». Consultabile su https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1979/october/documents/hf_jp-ii_spe_19791002_general-assembly-onu.html.
[10] Corte Cost. sent. n. 96 e 229 del 2015, consultabili su http://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2015&numero=96;
[11] Cfr. Pio XI, Mit brennender Sorge, 1937, consultabile su http://w2.vatican.va/content/pius-xi/it/encyclicals/documents/hf_p-xi_enc_14031937_mit-brennender-sorge.html