‘Frankenstein’: il potere e i limiti della scienza

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«Tutta la differenza fra costruzione e creazione è esattamente questa:

una cosa costruita si può amare solo dopo che è stata costruita;

ma una cosa creata si ama prima che esista»

(G. K. Chesterton)

Il 1° febbraio 1851, quando Mary Shelley spirò, vittima di un tumore al cervello, tra le sue cose fu trovata una scatola che conteneva le ciocche dei capelli dei suoi bambini morti tanti anni prima. Vi era anche il cuore dell’amato marito, incredibilmente risparmiato dalla pira funebre.

In quegli ultimi anni Mary era cambiata. Tutto era iniziato nel 1836, quando il padre, William Godwin, poco prima di morire le aveva lasciato precise indicazioni affinché pubblicasse una sua opera, un libello anticristiano, l’ultimo lavoro incompiuto di una delle menti più fervide del progressismo britannico. La donna, allora neanche quarantenne, rifiutò di assecondare le ultime volontà del genitore: da qualche tempo si era infatti riavvicinata al cristianesimo e aveva ripreso a frequentare i servizi religiosi anglicani. Ormai non era più la giovane ragazza ribelle che si era abbeverata alle fonti delle menti più brillanti dell’illuminismo europeo e che aveva scandalizzato la società britannica per la sua relazione con il già sposato Percy Bysshe Shelley.

Ora guardava con speranza all’ipotesi di una felicità eterna, di un lieto fine che riscattasse la sua vita costellata di lutti e privazioni. Poco tempo prima di morire, debilitata dall’avanzare della malattia, aveva scritto nel suo diario: «Vado in una creazione che non è nuova, non mi addentro tra nuove leggi. Il Dio che ha fatto questo meraviglioso mondo fece anche quello dove vado io».

Il destino di Frankenstein. Tra mito letterario e utopie scientifiche, l’ultima fatica di Paolo Gulisano e Annunziata Antonazzo, è un saggio agile e brillante che accompagna il lettore alla scoperta della vita e delle opere di una delle più celebri scrittrici del XIX secolo, autrice di un libro che ha segnato indelebilmente la cultura occidentale, ispirando anche decine di pellicole cinematografiche. La famosa storia del mostro e del suo avido creatore è un apologo, diventato patrimonio collettivo, che si sostanzia in una serrata critica nei confronti di una scienza che non ha alcun rispetto verso la vita e che rischia solamente di procurare orrore e distruzione.

L’origine del Frankenstein, quello che sarebbe diventato il romanzo più celebre di Mary, risale al 1816, quando la ragazza si trovava con Shelley a Villa Diodati, la residenza svizzera dell’amico Lord Byron. Con loro vi era anche Polidori, il medico personale del poeta. In una sera piovosa, dedicata come sempre a lunghe conversazioni sui temi del soprannaturale e dei grandi progressi scientifici, Byron lanciò la sfida di creare un racconto dell’orrore, proposta  che venne accolta con entusiasmo dalla compagnia. Paradossalmente non sarebbero stati Shelley e Byron  a produrre la creazioni più interessanti, ma i giovani Polidori e Mary. Il primo scrisse Il vampiro, un racconto che negli anni seguenti spianò la via al genio di Bram Stoker, mentre la giovane fanciulla raccolse materiale sufficiente per pubblicare nel 1818 il suo intramontabile capolavoro.

Ma Frankenstein non è una banale storia gotica. Abbandonata la frusta ambientazione medievale carica di odio anticattolico tipica del genere, l’autrice tesse una trama mossa e vivace con lo scopo di andare al cuore di questioni drammaticamente attuali, senza troppi giri di parole. Del resto il sottotitolo del testo, Il moderno Prometeo, è già di per sé una dichiarazione di intenti. Victor Frankenstein, il luminare ginevrino che, colto dalla smania del successo, assembla pezzi di cadavere nell’illusione di poter creare la vita, diventa un archetipo della degenerazione della scienza in scientismo. La sua figura non è quella di un pazzo isolato, ma vuole essere la punta di diamante di una concezione della medicina come sfida alla natura e alle sue leggi, «una visione antropologica chiusa alla dimensione del trascendente, un metodo che pretende di esaurire la conoscenza della realtà nei confini del laboratorio». Il risultato, inutile dirlo, è un fallimento così devastante da compromettere non solo la vita di Frankenstein, ma anche quella dei suoi famigliari e della creatura (significativamente priva di nome).

Il prometeico tentativo di giocare a Dio si risolve in un’odiosa pantomima della creazione che porta a generare un orribile aborto, frutto dell’egoismo di uno scienziato privo di scrupoli e non di un generoso atto d’amore. Il mostro si ritrova così costretto a vivere a margine di una società che lo rifiuta, condotto alla violenza dal mancato amore di Frankenstein. Più tardi, quando legge per la prima volta il Paradiso perduto di Milton, trova addirittura una corrispondenza tra la sua condizione e quella del ribelle Lucifero, l’eterno escluso dalla gloria divina: «Ero di indole buona e gentile; il dolore ha fatto di me un demonio».

Il saggio di Gulisano e Antonazzo è dunque una sorta di galleria degli specchi in cui il celebre romanzo rimanda tanto alla biografia tormentata della sua autrice, quanto ai problemi morali connessi alle più recenti utopie scientifiche. La solitudine che la creatura denuncia è lo spaesamento dell’uomo contemporaneo di fronte a un destino senza Dio, è il desiderio di Mary di sfuggire al materialismo razionalista del padre e, soprattutto, è il grido angosciante che denuncia il nichilismo tecnologico in cui è avviluppata la modernità, un monito che, dopo duecento anni, è più che mai attuale.

Luca Fumagalli

Il libro: P. GULISANO, A. ANTONAZZO, Il destino di Frankenstein. Tra mito letterario e utopie scientifiche, Milano, Àncora, 2015, pp. 166, prezzo 15 Euro

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