Messa da Requiem. Un racconto di Mattia Rossi

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di Mattia Rossi

 

«Anima ejus, per misericordiam Dei, requiescat in pace. In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.» disse sommessamente, tenendo in una mano il Rituale e con l’altra benedicendo il feretro, l’arcicappellano della casa imperiale, il cardinale Gonzalo De Barres. Sul letto ricoperto di finissime sete color porpora, giaceva, circondato dall’intera corte, l’imperatore. Il suo primo corpo, quello carnale, l’aveva abbandonato; il secondo (la Corona), quello immortale e trascendente, tornava in attesa di un nuovo vicario.

I chierici della cappella imperiale si alternavano, tra il notturno e l’ora prima, al capezzale dell’imperatore garantendo, così, la preghiera continua. Quando il silenzio si faceva pesante, in tutto il palazzo riecheggiavano, in lontananza, i melismi dei chierici:

 

De profundis clamabo ad te Domine,

Domine exaudi orationem meam.

 

All’alba, la cappella, posta esattamente sotto la stanza imperiale perché così l’aveva voluta il cattolico imperatore, era parata a lutto per le esequie. Il nero dei paramenti si sovrapponeva al buio dello spazio sacro; le ieratiche e immobili fiamme di qualche cero, che ondeggiavano solamente all’aria delle tuniche monastiche in atto di alzarsi e inchinarsi profondamente ad ogni Gloria Patri, rendevano lucenti gli ori dei ricami che ornavano i drappi e i velluti.

In sacrestia, con un’austerità liturgica che solamente un Principe della Chiesa poteva avere, l’arcicappellano De Barres, dopo aver recitato i salmi in preparazione alla Santa Messa, si lavava le mani prima di indossare i sacri paramenti: «Da, Domine, virtutem manibus meis ad abstergendam omnem maculam; ut sine pollutione mentis et corporis valeam tibi servire», «Concedi, o Signore, che le mie mani siano monde da ogni macchia affinché possa servirti con purezza di mente e di corpo».

Intanto il chierico cerimoniere gli passava, uno alla volta, i paramenti: l’amitto, l’alba, il cingolo, la croce, stola, la tunicella, la dalmatica, le chiroteche…. Ad ogni imposizione le labbra del cardinale Gonzalo de Barres bisbigliavano l’orazione. Solo quando il chierico gli aveva posto la pianeta la voce di Gonzalo si fece più forte e distinta: «Domine, qui dixisti “Jugum meum suave est et onus meo leve”, praesta ut illud portare sic valeam quod possim consequi tuam gratiam», «Signore, che hai detto: “Il mio giogo è soave e il mio carico è leggero” fa’ che io possa portare questo in modo da ottenere la tua grazia. Amen».

Forse capì proprio in quell’istante che il giogo di colui per il quale si stava prestando ad offrire il Santo Sacrificio – l’imperatore – non fu mai leggero. L’impero costruito e faticosamente difeso dalle insidie dell’eresia protestante in espansione tornava nelle mani di qualcun altro con l’incognita del non sapere se questi avrebbe accettato l’assistenza divina e l’ordine che Dio richiedeva per l’amministrazione del regno e della società.

Tornato col pensiero ai propri riti di vestizione, il cardinale Gonzalo, si fece imporre la mitria, indossò l’anello sopra il guanto e si fece legare il manipolo. Le mani di Ramiro, il giovane cerimoniere del cardinale, tremavano quasi fosse la prima volta che sostava al cospetto dell’arcicappellano: quel nodo del manipolo lo faceva ogni mattina, prima della Messa dell’alba alla quale assisteva come ministro, ma in quella circostanza, anche le mani del giovane sentivano il peso. Quasi fosse lo stesso peso morto delle mani incrociate senza vita dell’imperatore.

Tutto era pronto. Il feretro, intanto, era giunto sulla porta della cappella. De Barres chiamò a sé i chierici: «Procedamus», disse con voce flebile e muovendo leggermente il capo. La svettante punta della mitria bianca diede il via alla processione.

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Requiem aeternam dona eis Domine. Il coro aveva intonato l’introito: ogni gruppo di note ascendente, alla prima nota, veniva leggermente rallentato quasi a voler simboleggiare l’ascesa al Cielo dell’anima defunta.

Con voce sommessa, il cardinale De Barres recitava l’«Introibo ad altare Dei» e, inchinatosi profondamente, il Confiteor. Intanto la schola, dopo aver cantato l’introito, iniziava il Kyrie eleison: il cardinale non si sedette, stette in piedi al centro dell’altare, pronto per l’oremus.

Terminata l’epistola, l’arcicappellano andò a sedere. Con un incedere lento e solenne raggiunse la propria sede, posò le mani sulle ginocchia e, con lo sguardo fisso al pavimento del presbiterio ricoperto di tappeti, ascoltò il graduale.

Requiem aeternam dona eis Domine et lux perpetua luceat eis… Lo stesso testo dell’introito risuonava nuovamente con note diverse. Il De Barres non poté fare a meno di riflettere sulla ricchezza liturgica che la Chiesa offriva in quel giorno: la stessa preghiera di invocazione del riposo eterno per il defunto veniva ripresentata sotto una forma musicale più ornata e solenne.

E, parimenti, il De Barres non poté fare a meno di ricordare il vecchio padre Raimondo, suo confessore di gioventù e monaco benedettino che gli trasmise la conoscenza e l’amore per il canto sacro della Chiesa. «Il gregoriano, figliolo, è frutto della meditazione dei monaci miei predecessori. Il testo liturgico è il seme, la meditazione è la germogliazione, ciò che tu canti è il frutto. Se uno stesso testo lo ritrovi nella stessa Messa non è certo perché ai miei confratelli che prima di me hanno composto queste melopee mancava la fantasia. Il gregoriano, nella sua fissità e ripetitività, ha il solo scopo di stare davanti a Lui il meno indegnamente possibile», erano le parole di padre Raimondo che al cardinale De Barres, seduto su quella cattedra vestito degli abiti pontificali, riecheggiavano in cuore.

Absolve, Domine, animas omnium fidelium defunctorum ab omni vinculo delictorum… Il coro era giunto al tractus e nella mente del De Barres era un susseguirsi di riflessioni. Lo aveva sempre affascinato il fatto che il tractus della Messa dei defunti, il brano al posto dell’alleluia, avesse la stessa melodia dei tratti del Sabato Santo.

Ancora una volta, l’allora giovane padre Gonzalo, era debitore del vecchio padre Raimondo dal quale aveva appreso la simbologia sottesa al repertorio gregoriano: «E’ la risurrezione, figliolo!», gli diceva il monaco benedettino. Avveniva ora nel cardinale De Barres, seduto davanti al feretro dell’imperatore, ciò che era del tutto normale per i monaci: il riecheggiare della melodia del tratto della Messa esequiale rimandava immediatamente alla liturgia pasquale, alla risurrezione. Non servivano dottorati in teologia, pensava in quel momento l’arcicappellano: la Chiesa, anche attraverso il suono, fa pura teologia.

Il cardinale, al cenno del cerimoniere che quasi venne a destarlo, si alzò e si diresse all’altare. Pensava che il vecchio padre Raimondo, circa trent’anni prima, gli aveva già suggerito i contenuti dell’omelia che avrebbe dovuto tenere. Ma allora non lo sapeva…

Munda cor meum… Dominus sit in corde meo, et in labiis meis ut digne et competenter annuntiem Evangelium suum. Invocava, il cardinale De Barres, il Dio in cuore e sulle labbra per degnamente annunciare suo Vangelo. Esattamente la stessa missione che padre Raimondo gli aveva insegnato essere propria dei monaci gregoriani.

 

 

6 Commenti a "Messa da Requiem. Un racconto di Mattia Rossi"

  1. #lister   3 novembre 2015 at 9:06 am

    Sempre bello leggerLa.

  2. #Mattia Rossi   3 novembre 2015 at 7:23 pm

    Una precisazione, forse tardiva, per i lettori: l’intento dell’autore è sostanzialmente poetico e raffigurativo, non rubricistico. Si legga, perciò, come un affresco letterario (più o meno riuscito) e non come il Trimeloni 😉 AmDg

    • #lister   4 novembre 2015 at 10:56 am

      Non era necessaria la precisazione e, comunque, il magnifico affresco (altro che Compendio di Trimeloni) è decisamente “riuscito”.

  3. #alessandro   3 novembre 2015 at 9:18 pm

    Molto bello.

  4. #Simone Petrus Basileus   3 novembre 2015 at 9:50 pm

    ottimo

  5. #N. Bonora   27 novembre 2015 at 10:51 pm

    Un magnifico affresco? A me sembra, invece, un pessimo brano tratto da un pessimo libro del decadente, estenuante ed estetizzante Gabriele d’Annunzio. Non mi soffermerò sui marchiani errori liturgici e rubricisti, per i quali consiglio all’autore di rileggersi veramente il Trimelloni, poiché qui sembra solo scimmiottarlo e fare sfoggio di pura erudizione …musicale, forse? Il grande scrittore cattolico scozzese Bruce Marshall parlava nei suoi romanzi di preti, frati, suore e Messe, anche Messe da morto, ma faceva tutto cum pondere et mensura: non dimenticava nulla, fin nei minimi particolari. Qua non si riesce a capire nemmeno se il cardinal De Barres celebri un Pontificale o una Messa prelatizia. Per cortesia, chi sono i monaci gregoriani? Un nuovo ordine fondato dal sig. Rossi?