William Golding e Il Signore delle Mosche: la profezia inascoltata di un premio Nobel

gold

Condividiamo anche qui l’articolo che il nostro Luca Fumagalli ha pubblicato su Domus Europa (http://www.domus-europa.eu/?p=5271)

Il nome di William Golding (1911-1993) è stato inghiottito dall’oblio. In Italia i suoi romanzi non sono più ristampati da tempo, e recuperare le vecchie edizioni è ormai diventata un’operazione più adatta al cultore di modernariato che al semplice lettore. Questo, del resto, pare essere il destino che incombe minaccioso su tutti quegli autori che, come l’inglese, raggiunsero la notorietà grazie a un solo romanzo, l’unico sopravvissuto alle ingiurie del tempo.

Il Signore delle Mosche, pubblicato per la prima volta nel 1954, fu un tale successo di pubblico e critica che in poco tempo sostituì Il giovane Holden come Bibbia dell’adolescente inglese e americano, costituendo ancora oggi uno dei  testi di riferimento della cultura europea del secondo dopoguerra.

Anche nella nostra penisola, sebbene la ricezione iniziale sia stata più timida che altrove, il capolavoro di Golding vanta un vasto seguito di lettori e ormai il numero delle edizioni e delle ristampe ha superato la doppia cifra.

La fama del romanzo fu poi amplificata dalla riduzione cinematografia curata da Peter Brook nel 1963. La pellicola, in concorso a Cannes nell’edizione che vide trionfare Il gattopardo di Visconti, ottenne una speciale menzione da parte della giuria, letteralmente stregata dall’allusivo gioco di luci e ombre prodotto dalla scelta del bianco e nero. L’esito positivo fu merito anche della singolare abilità dei giovani attori, assistiti da una robusta sceneggiatura e dalle indicazioni di uno dei più grandi maestri del teatro contemporaneo.

Un nuovo film fu prodotto nel 1990; i pesanti interventi nella storia e alcuni sostanziali allontanamenti rispetto al romanzo ne decretarono però il fallimento ai botteghini.

Ma Il Signore delle Mosche fu soprattutto il libro che, non senza polemiche, garantì a Golding il premio Nobel per la letteratura, ricevuto nel 1983 direttamente dalle mani del sovrano svedese Carlo XVI Gustavo.

D’altronde la storia di un gruppo di ragazzi che, naufraghi su un’isola, si scopre capace di generare solo malvagità e violenza, è una testimonianza così alta e sofferta della drammatica condizione umana che non poteva passare inosservata. Nello sfatare i miti del positivismo di ritorno, lo scrittore britannico dipinge uno dei ritratti più riusciti dell’uomo, andando a indagare il malcelato impasto di bene e di male che alberga nella sua anima. Il Signore delle Mosche ha dunque per tema il peccato originale, quella disumanità che, parafrasando il geniale ossimoro di Ambrose Bierce, è patrimonio degli esseri umani. Tutto questo si riflette nel mondo distopico devastato dalla guerra nucleare che fa da corollario agli spargimenti di sangue che si consumano sull’isola, opera di fanciulli tutt’altro che innocenti.

Nelle pagine finali del libro, al contrario di quello che accade nell’altro illustre “Signore” della letteratura inglese − Il Signore degli Anelli, pubblicato anch’esso, per singolare caso, proprio nel 1954 − non c’è spazio per la salvezza. I naufraghi si trascinano vicendevolmente in una spirale d’odio che ha come unico esito possibile il male. Il sinistro trofeo che hanno approntato alcuni di essi, una testa di maiale conficcata sulla cima di un palo appuntito, è l’immagine più eloquente di un trionfo dal sentore luciferino (l’espressione “signore delle mosche” è infatti una perifrasi biblica per indicare Satana).

Alla luce del suo capolavoro, soprattutto il Italia, Golding è stato associato ad alcune delle figure più significative del pessimismo letterario europeo come Leopardi, Kafka e Morselli, accumunati dalla sfiducia radicale circa eventuali potenzialità redentive dell’umanità. Addirittura c’è che ha preteso di apparentare le idee contenute ne Il Signore delle Mosche alle conclusioni teologiche di Calvino e Lutero. Queste considerazioni, per certi aspetti legittime e condivisibili, soffrono però di una grave parzialità, un limite che già Anthony Burgess, il noto autore di Arancia meccanica, si era incaricato di denunciare: «Molti sostengono di essere ammiratori di Golding, ma hanno letto solo Il Signore delle Mosche».

L’idea per un saggio come L’ombra delle mosche. Introduzione alla narrativa di William Golding (Il Cerchio, 2015) nasce dunque dalla volontà di colmare un vulnus per troppo tempo trascurato, ancora più grave se, come nel caso specifico, si sta parlando dell’opera non di uno scrittore “minore”, ma addirittura di un premio Nobel. Solo attraverso la lettura critica e ragionata dell’intera produzione dell’inglese − che comprende, tra l’altro, ben tredici romanzi − è possibile trovare il bandolo di una matassa poetica ingarbugliata e contraddittoria.

Si scopre così, per citare l’esempio più interessante, che Golding, libro dopo libro, associa ai temi tradizionali ipotesi sempre più insistenti di riscatto universale. Parimenti si affaccia con rinnovato vigore l’intuizione dell’esistenza di un dio benevolo in grado di liberare l’uomo dal pesante fardello della colpa. La trilogia Ai confini della terra (da cui la BBC ha tratto nel 2005 una miniserie in tre episodi),  La guglia e L’oscuro visibile sono, in questo senso, alcuni dei romanzi più brillanti in cui lo scontro tra bene e male, carne e spirito, fede e ragione trova vie per giungere a una sintesi felice, per una positività concreta e alla portata dei protagonisti.

All’interno di uno stile non sempre facile, contraddistinto da eleganza e preziosità ricercata, si gioca per intero la battaglia esistenziale di un singolare autore dalle doti profetiche a cui il mondo pare aver inflitto l’ingiusta maledizione di Cassandra.  Se l’opera di Golding può essere accusata di qualcosa, l’unica colpa è, in realtà, la virtù dell’onestà; si tratta, in altre parole, della pervicace volontà di restituire l’uomo all’uomo, di mettere il mondo davanti a uno specchio per invitarlo a fare finalmente i conti con la propria malizia. L’ignoranza può essere infatti una colpa fatale, e l’isola divorata dalle fiamme, la cartolina infernale che congeda il lettore de Il Signore delle Mosche, non è poi così lontana dal diventare realtà.

Luca Fumagalli

Rispondi