Putin e il piano americano in Siria. Una nuova sinergia?

Russia's President Vladimir Putin (R) and Foreign Minister Sergei Lavrov (L) hold talks with US Secretary of State John Kerry (C) in the Kremlin in Moscow, on May 7, 2013. Kerry sought today to narrow differences over the conflict in Syria with Putin, urging the Russian strongman to find common ground to help end the bloodshed. AFP PHOTO/ RIA-NOVOSTI/ POOL / MIKHAIL KLIMENTYEV (Photo credit should read MIKHAIL KLIMENTYEV/AFP/Getty Images)

di Gabriele Colosimo

L’immagine che quasi tutti noi abbiamo del presidente della Federazione Russa è quella dell’uomo forte, che non si piega al compromesso, che va dritto per la sua strada e che ultimamente assoggetta al suo volere persino lo zio Sam. In parte è effettivamente così. Se non fosse intervenuto in Siria, prima indirettamente e poi direttamente, non sono sicuro che il buon presidente Assad avrebbe resistito così a lungo, non perché non abbia un ottimo esercito, anzi, ma perché quando si gioca con le superpotenze il conflitto si sposta dal fronte militare a quello finanziario, economico, su importazioni dei beni, sanzioni, ecc.

La Siria è stata infatti sanzionata attraverso un gruppo che si faceva chiamare “Amici della Siria”, un collettivo diplomatico con un appellativo di orwelliana memoria, composto da sedicenti ribelli moderati e da USA, Inghilterra, Francia, Italia, gli Stati del Golfo e qualche altra colonia. Ovviamente nessuna organizzazione terroristica è mai stata condannata da questi cialtroni, ma, al contrario, si è spesso deliberato a favore di fondi per “training and weapons” per i “ribelli”, confluiti poi accidentalmente (?) in Daesh, lo stato islamico, che ora tutti dicono di voler combattere. Ricordo che l’ex ministro Terzi, del primo dei governi non eletti in Italia, quello di Monti, ebbe un ruolo di primo piano in questa poco onorevole questione.

Sul fronte internazionale odierno, appare invece abbastanza sospetto il riavvicinamento tra Putin e gli americani. Sui media nostrani le poche critiche rimaste sono ridicole, tanto che i redattori vengono ormai regolarmente asfaltati nei commenti dal popolo del Corrierone e di Repubblica, che di politica estera, ammettiamolo, non si è mai interessato più di tanto. E mentre Obama è sui campi da golf, Kerry parla di “identità di vedute” e “accordo vicino” coi russi. Nel frattempo i media dello zar elogiano i curdi e affermano che una parte dei ribelli gli stia fornendo l’intelligence necessaria su alcuni obiettivi militari appartenenti a Daesh.

Dal titolo: "Alleato 'vitale'. Perché la Russia dovrebbe giocare la carta curda"
Dal titolo: “Alleato ‘vitale’. Perché la Russia dovrebbe giocare la carta curda”

 

 

La situazione sembrerebbe più complessa di quanto non fosse già qualche mese fa, invece si sta enormemente semplificando. La chiave di volta è in alcune dichiarazioni passate in sordina.

 

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Dal titolo: “Henry Kissinger: Una Siria balcanizzata e distrutta è la miglior possibile risoluzione”

 

Quel furbacchione di Henry Kissinger parlava pubblicamente di una Siria disgregata come migliore opzione già a giugno 2013, appare quindi abbastanza palese che i negoziati sotterranei stiano andando avanti da molto più tempo di quanto vorrebbero farci credere le diplomazie e probabilmente ora siamo solo vicini al massimo risultato ottenibile da una trattativa tra nazioni con interessi divergenti. Il punto che resterebbe aperto per gli americani è: come buttare giù Assad? Anche se forse la domanda giusta è: gli americani hanno mai voluto veramente buttare giù Assad?

In ogni caso, ora che strizza l’occhio ai curdi in chiave antiturca, Putin è il maggiore attuatore del programma della massoneria internazionale, a tutto vantaggio di Israele. Ad Assad sta bene? Se sta bene a Putin non ci sono grandi alternative, per la motivazione esposta pocanzi. E l’Iran cosa ne penserà mai? In caso di problemi c’è un ampio ventaglio di concessioni che si potrebbe fare nella regione e fuori, i round di colloqui sul cosidetto nuclear deal hanno già delineato quali. Tutto sistemato? Si fa per dire, dato che c’è sempre un alto numero di variabili nei rapporti internazionali, ma a grandi linee credo proprio di sì.

Avremo il tanto sospirato (dai sionisti) Kurdistan, ci sarà poi forse una nuova regione autonoma, più sunnita che laica, e poi ci sarà un governo di unità nazionale con Assad e la lista dei “migliori” ribelli, su cui si stanno accordando Russia e Stati Uniti.

Considerando che l’esercito siriano e quello russo stanno facendo fuori decine di comandanti “ribelli”, il criterio di selezione non appare poi così oscuro: chi collabora con qualche “dritta” d’intelligence e un po’ di pazienza verrà ammesso al nuovo governo, chi non collabora avrà qualche difficoltà di sopravvivenza, come accaduto al leader Alloush, del gruppo Jaysh Al-Islam, una volta annoverato da Kerry tra i ribelli moderati.

alloush

 

Non sono particolarmente contrario alla neutralizzazione questi soggetti, soprattutto considerando che la giunta degli euroburocrati potrebbe metterceli presto in casa, qualora riescano a scappare con un’imbarcazione. Il problema risiede nel fatto che l’approccio di inserire i più “mansueti” fra i terroristi islamici nel nuovo governo della Siria laica non lascia presagire nulla di buono per la minoranza cristiana, schieratasi al 99% col presidente Assad. Chi penserà a loro? Chi garantirà la stabilità nel precario Medio Oriente dopo l’inserimento di altri corpi estranei, dopo quello impiantato alla fine della seconda guerra mondiale?

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