Elisabetta, Maria e i martiri inglesi: “Vieni ruota! Vieni forca!” di R. H. Benson

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di Luca Fumagalli

A cinque anni di distanza dal suo capolavoro, Il padrone del mondo, nel 1912 R. H. Benson diede alle stampe Vieni ruota! Vieni forca! (Come rack! Come rope!), ennesimo romanzo storico ambientato tra il 1579 e il 1588, in piena epoca elisabettiana, all’inizio delle persecuzioni sistematiche nei confronti dei cattolici.

Robin Audrey, figlio primogenito di un ricco possidente, è innamorato di Marjorie Manners, ma la ragazza, pur condividendo il medesimo sentimento, lo spinge al sacerdozio. Intuisce infatti il potenziale di Robin che, oltre alla devozione personale e a una fede salda, dimostra anche quello spirito pratico necessario ad affrontare i tempi venturi che si prospettano cupi: «Era di soldati come questi, tanto quanto quelli robusti e forti, che l’esercito di Cristo era composto». L’amore di Marjorie è così grande che rinuncia a lui pur di servire la volontà di Dio. Dopo gli studi e l’ordinazione nel continente, Robin ritorna in Inghilterra per celebrare la messa dove gli è possibile, viaggiando di nascosto. Nelle sue peregrinazioni affronta molte avventure, si imbatte in celebri personaggi storici e fa di tutto pur di portare il conforto di Cristo ai bisognosi. Sulla sua anima, però, come un ombra incombono gli strumenti del supplizio, la pena capitale a cui sono condannati tutti coloro che si rifiutano di abiurare la religione dei padri.

I protagonisti di Vieni ruota! Vieni forca! si muovono all’interno di un mondo lacerato da una frattura profonda, determinata dalla scelta di Elisabetta di continuare sulla strada tracciata dal padre. Il nazionalismo protestante si scontra violentemente con la sparuta minoranza cattolica, fragile e indifesa: è la riduzione storica del conflitto simbolo della letteratura di Benson tra i “padroni del mondo” – coloro che governano con ferocia e trionfano nel secolo – e i tanti innocenti che soffrono in nome di Dio e  a cui spetta la vittoria del Cielo. 

Il rischio della mera riproposizione di un canovaccio già visto è scongiurato dall’autore con la novità del tema politico che assume in questa sede una rilevanza inedita. Lo sguardo di Benson si ferma in particolare sui contrasti interni alla minoranza rimasta fedele a Roma.

Le polemiche tra i cattolici erano iniziate con la scomunica di Elisabetta da parte di San Pio V nel 1570. Il documento, Regnans in Excelsis, non solo non risultò decisivo ma, al contrario, contribuì involontariamente all’inasprimento della querelle: «Era, a dire il vero, una delle questioni a quei tempi discusse tra i cattolici. Il Papa non era stato abbastanza rapido per alcuni, e troppo rapido per altri. Un partito diceva che aveva tuonato troppo presto, se proprio era il caso di tuonare, e che era il caso di aspettare pazientemente finché Sua Grazia la regina non si fosse pentita da sola; l’altro partito diceva che non aveva tuonato abbastanza presto. Dal che si può almeno dedurre che lui era stato perfettamente opportuno. Non si poteva però negare che, dal giorno in cui aveva dichiarato Elisabetta fuori dall’unità della Chiesa e i suoi sudditi sciolti dal loro dovere di fedeltà – ma mai, come qualcuno finse allora e ha continuato a fingere da allora, che un privato potesse ucciderla e non commettere del male – da quel giorno, la ferocia di lei era aumentata di anno in anno contro le genti cattoliche, le quali non desideravano altro che di servire sia lei che il loro Dio, se lei lo avesse permesso e reso possibile».

Nel romanzo si delineano due gruppi con visioni diametralmente opposte. Da un lato vi sono coloro che, nonostante le persecuzioni, rimangono fedeli alla regina, speranzosi in un cambio di rotta di Elisabetta verso la tolleranza e la libertà di culto. Dall’altra vi è la compagine filospagnola, convinta che solo l’intervento armato di Filippo II possa liberare definitivamente l’isola dalle grinfie del protestantesimo. Per loro Elisabetta è un tiranno illegittimo e cospirano in tutti i modi per portare al trono la cugina della sovrana, la scozzese Maria Stuart, un esempio di virtù e fedeltà al Papa. Se Elisabetta aveva dichiarato loro guerra, essi erano tenuti moralmente a considerarsi dei belligeranti: «Strumenti di tortura fisici, tra cui la ruota, erano stati impiegati contro di loro. Allora perché non avrebbero dovuto impiegare anche loro lo stesso genere di strumenti, se potevano, in risposta?».

In questo tessuto si insinua la malevolenza della propaganda anglicana che dipinge i sacerdoti clandestini come spie al soldo degli spagnoli. Dietro l’imputazione di tradimento – tematizzata anche mezzo secolo dopo nel romanzo storico L’Invincibile Armata del polacco Jan Dobraczynsky – vi è solo un calcolo politico mirante all’eliminazione di ogni resistenza interna: «È questo che cercano per incolpare noi tutti. Non suonerebbe bene che dei cristiani spargessero sangue cristiano per il cristianesimo». Quella di Elisabetta è una vera e propria crociata contro il cattolicesimo, una modalità feroce per imporre un’autorità tirannica, autoreferenziale e assoluta.

Vieni ruota! Vieni forca! svicola la ferma presa di posizione a favore dell’una o dell’altra parte per porsi su un piano ulteriore nel momento in cui esalta le figure dei grandi martiri del cattolicesimo inglese, esempi di virtù cristiana che travalicano i particolarismi e offrono il loro sacrificio come testimonianza e stimolo.

Maria Stuart viene ingiustamente accusata di aver partecipato al complotto per spodestare Elisabetta quando, in realtà, ne è completamente all’oscuro. Alla regina di Scozia, vittima di false accuse, tocca il ruolo dell’agnello sacrificale. Con compostezza accetta la morte senza inutili strepiti limitandosi a protestare la sua estraneità ai fatti. Nelle ultime parole di Maria, pronunciate poco prima di morire, non c’è spazio per l’odio: «Quelli che ritenevo amici mi hanno preso in trappola, e hanno raggiunto colore al racconto. Prego il nostro Salvatore di perdonarli come faccio io; e con quel Salvatore nel cuore […] vi dico che sono innocente di ciò che mi imputano. Morirò per la mia religione, e nient’altro».

Anche Edmund Campion è un personaggio leggendario. Corsaro del cattolicesimo, il gesuita percorre di nascosto tutta l’Inghilterra amministrando i sacramenti e fuggendo dalle guardie con abili stratagemmi. Il solo nome è fumo negli occhi per gli anglicani che ne temono il carisma, l’intraprendenza e la cultura, qualità che contribuiscono a fare di lui il nemico pubblico numero uno. Ma nel suo cuore non vi è traccia di acredine alcuna nei confronti degli inglesi o di Elisabetta. La sua ben nota ironia arriva addirittura a giustificare, con una punta di provocazione, la ferocia della regina: «Diciamo che prende la legge troppo alla lettera, e che presiede il nostro letto di Procuste protestante». Per lui la palma del martirio sopraggiunge nel 1581.

Nella morte di questi martiri non si può non scorgere il disegno provvidenziale di Dio, un forte richiamo alla conversione dei cuori e delle menti, un messaggio di concordia indirizzato a un’Inghilterra gretta e sorda. Anche davanti all’approssimarsi della morte, il martire non cede alla tentazione della disperazione. Come il buon ladrone, chiunque muoia per Cristo è certo che il giorno stesso sarà con Lui in Paradiso: «E’ per la fede cattolica che muoio – quella che una volta era la fede di tutta l’Inghilterra – e che, prego, sarà un giorno nuovamente la sua fede. In essa ho vissuto, e in essa morirò. E prego Dio, inoltre, che tutti coloro che mi sentono oggi abbiano la grazia di considerarla, come me – come la vera religione cristiana (e nessun’altra) – rivelata da Cristo nostro Salvatore».

Il libro: R. H. BENSON, Vieni ruota! Vieni forca!, Verona, Fede & Cultura, 2013, pp. 446, 11 Euro.

2 Commenti a "Elisabetta, Maria e i martiri inglesi: “Vieni ruota! Vieni forca!” di R. H. Benson"

  1. #bbruno   29 gennaio 2016 at 8:49 pm

    solo una domanda: questo Edward Campion, il gesuita che “percorre di nascosto tutta l’Inghilterra amministrando i sacramenti”, e che riceve la palma del martirio nel 1581, non ha nulla a che fare con Edmund Campion, il gesuita della storia, che, scoperto a celebrare la Messa, viene portato sul patibolo a Tyburn – drawn hanged and quartered – nell’ anno 1581 ?

  2. #Luca   30 gennaio 2016 at 8:09 am

    C’è stato un refuso, non me ne sono accorto! Grazie per la segnalazione 🙂