Lagne antifasciste reggiane

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di Andrea Giacobazzi

Ci risiamo. Il confronto rivoluzionario destra-sinistra (impostosi a modello dopo 1789 francese) e il più recente derby quasi-hegeliano fascismo-antifascismo, ritornano sugli schermi.
Succede nelle mia città natale, Reggio Emilia, dove il dibattito sulla resistenza e sui suoi crimini non si è mai spento e dove lo scontro politico non è mai sceso sotto una certa temperatura. I mesi scorsi sono stati segnati da accuse rivolte a Caritas e PD sul tema della cosiddetta accoglienza. Il livello della tensione ha determinato l’iscrizione nel registro degli indagati di un consigliere della Bassa, coinvolto nella contestazione.
Inevitabile, da parte dei soliti conformisti, la ripetizione a pappagallo dei mantra contro il “fascismo risorgente” e i pericoli per la convivenza civile, a favore dell’indiscutibilità della resistenza e della santità laica dei genuini democratici. Insomma, la frittata è fatta, anzi il “dogma” è fatto. Dogma di una religione civica e lagnosa, positivista e, a tratti, penosa.

Alcuni hanno detto “no” e hanno deciso di indire una manifestazione in piazza per sabato 16 gennaio. Non si parla di episodi isolati ma – nota uno degli organizzatori – frutto di un clima generale in cui “la sinistra spinge per mettere fuori legge gli oppositori politici utilizzando la clava nell’antifascismo”.

Lascia turbati che, passati oltre settant’anni dal 1945, un gruppo nutrito di persone debba sottoscrivere un manifesto in cui si ribadisce che nel cuore dell’Emilia “l’accusa di “fascismo” viene utilizzata NON per difendere la libertà, ma per isolare e intimidire gli avversari politici e per impedire loro di avere accesso ai mezzi di comunicazione”. O ancora, per ricordare come il 2015 si sia “chiuso con denunce contro gli autori di legittime contestazioni contro i crimini partigiani e l’immigrazione selvaggia”.

Si badi, non son qui a spolverare il fez e il frustino. Giusto in questi giorni su Radio Spada si sono ripubblicate le tre parti del saggio Non restaurare ma Instaurare. Parole scanzonate sulla “questione fascista” oggi (I; II; III) che scrissi come prefazione al libro Fascismi di Pietro Ferrari e in quelle righe non mancano serrate critiche a un certo “mondo ideale”. A settimane è in uscita il volume – curato con l’amico Piergiorgio Seveso – in cui si depotenziano (dal lato cattolico integrale) gli entusiasmi per il Concordato del 1929 e si mette sotto la lente d’ingrandimento la statolatria peronista e le sue similitudini con quella condannata da Pio XI. Però ripeto: qui non si tratta di nostalgia ma di attualità e di semplice constatazione.

Ancora una volta, anche in relazione ai fatti di Reggio, tocca tornare su quanto già scritto in passato: gli antifascisti ormai sono diventati antiafascisti (anti-A-fascisti) con enfasi sulla “a” privativa più che sulla contrarietà espressa da “anti”. Detestano e sono disorientati dal non-fascismo perché per esistere hanno bisogno di un “fascismo” contro cui combattere, se non c’è lo inventano e così diventa fascista pure il prete che dice una Santa Messa per le vittime innocenti degli eccidi partigiani, diventa fascista chi non ama lo spaccio di droga nel suo quartiere, fascista persino chi a Belluno o a Teramo simpatizza per la Siria di Assad, dove i comunisti sono al governo.

Risulta altrettanto stucchevole la logica un po’ manichea, ma parecchio banale, secondo la quale parlare dei meriti del Ventennio sia disdicevole. Lo si ripeta un’ennesima volta: quel periodo ebbe positività difficili da nascondere. Positività che non sono da rinnegare ma – anche qui – da constatare con serenità.

Fa particolarmente sorridere leggere del sindaco di Reggio, Luca Vecchi, che con piglio quasi ducesco sentenzia: “sull’antifascismo Reggio ha la schiena dritta, e non concede spazi di mistificazione a nessuno”. Non meno comico risulta il presidente della provincia (a proposito: Renzi non le aveva abolite?), quando tuona sulla necessità di tenere “ben salda nelle istituzioni la barra dell’antifascismo”. Vien spontaneo domandarsi se non fosse stata miglior cosa se negli ultimi settant’anni gli antifascisti che han governato, avessero saputo dov’era la barra, dato il mare aperto in cui ci troviamo, ma non divaghiamo.

Del resto non c’è da stupirsi, sono le stesse istituzioni (nello specifico: il comune) che nella primavera scorsa avevano diffuso attraverso i loro siti la locandina del “25 aprile di Radio Spada” – una giornata di convegni cattolici segnata da un ottimo successo in termini di partecipazione – salvo prodursi in un patetico dietrofront e in una veloce cancellazione una volta appurata la incompatibilità ideologica col dogma piddino. Per leggere il testo dell’interpellanza inerente la vicenda  cliccare qui.

Al netto di un po’ troppi riferimenti alla “Destra” (che però correttamente è definita come “parola superata”) e al suo apparato simbolico, riscontrabili nel comunicato diramato dagli organizzatori, non posso non essere moralmente solidale con chi il 16 gennaio, nella città dove son nato, scenderà in piazza.

Ah dimeticavo: visto che gli antifa han già indetto una contromanifestazione mi permetto di dare un consiglio non richiesto: siate una piazza sorridente, perché questi attacchi, più che da agone politico sono da set cinematografico. Della commedia all’italiana.

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