[TIRAGRAFFI] Tre stili di resistenza

George,_a_perfect_example_of_a_tuxedo_cat
di Augusto Maria De Gattis 
Le etichette, gli incasellamenti, non sono mai né esaustivi né piacevoli. Se li utilizziamo è solamente perché vi è un caso in cui ben tre etichette, di stampo ‘dottrinale’, vengono solitamente a coincidere in un solo soggetto: “fallibilisti”, “sedeplenisti”, “resistenti”.
Il soggetto in questione è il “tradizionalista cavaliere”. Cavaliere perché sta, nella sua ‘opposizione’ alla rivoluzione conciliare, esattamente a cavallo della chiesa conciliare. Queste tre categorie, dicevo, che vengono a coincidere, sono:
– Il fallibilista, per il quale è del tutto normale che la legittima autorità e la Chiesa possano sbagliare abitualmente e sistematicamente in materia di fede (senza rendersi conto che, se è  normale che lo possano fare – sbagliare -, di che cosa ci si lamenta se, appunto, è normale?); 
– il sedeplenista, per il quale la Sede petrina, nonostante tutto, rimane ‘piena’, cioè i “papi” conciliari rimangono l’autorità legittima (sorvolando sul come possano rimanere l’autorità pur essendo apostati se è a scopo di difendere la Verità che sono/dovrebbero essere costituiti autorità);
– il resistente, per il quale è del tutto normale ‘resistere’ e opporsi a colui al quale, invece, si deve obbedire, giacché lo si riconosce come autorità e come Vicario di Cristo (senza spiegare come possa essere Cristo stesso a insegnare la libertà religiosa o l’ecumenismo, a volere il Novus Ordo, ecc…).
Come se non bastasse, generalmente, questi tre complementari strabismi vengono aggravati da una nominale riverenza (disobbediente) verso il “Santo Padre” o gustose, in quanto vere, sottolineature dell’essere comunque in comunione con Roma. 
Ebbene, queste tre brevi identikit introduttive del fallibilista-disobbediente per giungere al giudizio che ne dà Pio IX:
“A che serve ripetere così sovente delle dichiarazioni di fede cattolica e di obbedienza alla Sede Apostolica quando queste belle parole sono smentite dei propri atti. Ben più, forse che la ribellione non è resa più inescusabile quando si riconosce che l’obbedienza è un dovere? Si tratta di riconoscere il suo potere non solo quanto alla fede ma anche quanto alla disciplina. Colui che lo nega eretico, colui che lo riconosce e rifiuta testardamente di obbedirgli e degno di anatema” [1]
Parole che cadranno nel vuoto perché – quasi dimenticavo – probabilmente Pio IX si sbagliava.
Augusto Maria De Gattis 
[1] Pio IX, Enc. Quae in Patriarcatu, 1 settembre 1876.