Ancora più studi evidenziano il disastro sanitario e sociale dello stile di vita gay

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di Rodolfo De Mattei

 

Negli Stati Uniti gli operatori sanitari del Distretto della Columbia per poter esercitare la professione dovranno obbligatoriamente ottenere dei crediti formativi dedicati alla cura delle persone LGBT. La nuova legislazione impone, infatti, a qualunque professionista del settore sanitario – compresi i medici e gli infermieri – di maturare, nell’ambito della propria istruzione una apposita formazione in ‘competenza LGBT’ attraverso:

“due crediti dedicati alla competenza culturale e clinica specializzata su pazienti che si identificano come lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, o di altro orientamento sessuale”.

Le rivoluzionarie disposizioni, progettate per favorire ulteriormente il processo di normalizzazione dell’omosessualità messo prepotentemente in atto dall’amministrazione Obama, ignorano o fanno finta di ignorare le reali drammatiche conseguenze sulla salute dello stile di vita omosessuale.

A tale proposito, la giornalista americana Susan Brinkmann ha messo in guardia rispetto ai noti rischi ai quali vanno incontro coloro che praticano atti sessuali contro natura, dichiarando [ci scusiamo per il tenore esplicito delle dichiarazioni, ma lo scopo è esclusivamente di divulgazione scientifica, ndr]:

ci sono sostanze nel liquido seminale chiamate ‘macromolecole immuno-regolatori’ che inviano ‘segnali’ che sono comprensibili unicamente dal corpo femminile, che poi permetterà l’intimità ‘due in una carne sola’ richiesta per la riproduzione umana. Quando depositate in altri luoghi, questi segnali non solo non vengono recepiti ma fanno si che lo sperma si unisca con qualsiasi altra cellula somatica del corpo che incontri. Questa fusione è ciò che spesso risulta nello sviluppo di cancri maligni”.

Tesi confermate dallo studio Correlates of Homosexual Behavior and the Incidence of Anal Cancer, pubblicato nel “Journal of the American Medical Association”, che afferma come il rischio di contrarre il cancro anale salga del “4.000% tra coloro che mettono in pratica rapporti anali”.

Nel maggio 2000 al “Fourth International AIDS Malignancy Conference”, presso il “National Institutes of Health”, il dott. Andrew Grulich ha ribadito l’allarme, affermando che “l’incidenza di cancro anale tra gli omosessuali con HIV era cresciuta 37 volte in comparazione alla popolazione in generale”.

Tuttavia, il cancro non è l’unico e nemmeno il più grande pericolo per gli omosessuali.Numerosi studi attestano infatti come i rapporti anali aumentano considerevolmente il rischio di contrarre diverse altre malattie tra le quali: prolasso rettale, clamidia, herpes labiale, herpes genitale, gonorrea epatite virale b, epatite virale c, gardnerella e sifilide.

Un altro rapporto dei “Centers for Disease Control and Prevention”, pubblicato a novembre del 2009, afferma che il 63% dei casi di sifilide in America nel 2008 è stato riscontrato in maschi omo-bisessuali. Riguardo la diffusione dell’AIDS fra maschi omo-bisessuali, nonostante anni di campagne di sensibilizzazione e di prevenzione, il virus dell’HIV continua ad essere cosi frequente nella popolazione omo-bisessuale che il numero di settembre-ottobre 2012 della rivista “The Gay & Lesbian Review” ha descritto l’AIDS come una «malattia omosessuale» e «uno dei problemi principali dei gay», avvertendo i suoi lettori che «i gay a cui è stato diagnosticato l’AIDS sono sessanta volte più numerosi degli uomini eterosessuali».

Gay, bisessuali, e altri uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini (MSM) pur rappresentando solo circa il 2% della popolazione degli Stati Uniti, sono la popolazione più colpita dal virus dell’HIV. Ad attestarlo è lo studio “HIV Among Gay and Bisexual Men” pubblicato sul sito del Centers for Disease Control and Prevention (CDC)  dove si legge

“nel 2010, giovani uomini gay e bisessuali (di età compresa tra 13-24 anni) hanno rappresentato il 72% delle nuove infezioni da HIV tra tutte le persone di età compresa tra 13 a 24, e il 30% delle nuove infezioni tra tutti gli uomini gay e bisessuali. Alla fine del 2011, una stima di 500,022 (57%) di persone che vivono negli Stati Uniti con una diagnosi di HIV erano uomini gay e bisessuali, o uomini gay e bisessuali che si sono anche iniettati droghe”.

A fare luce sul deleterio stile di vita gay è stato proprio un omosessuale, il giornalista inglese Simon Fanshawe, che nel 2006 ha realizzato un documentario-verità sul mondo gay, intitolato “The Trouble With Men Gay”, con il quale ha denunciato il “lifestyle” distruttivo caratteristico della tanto decantata “cultura gay”.

Intervistato dal quotidiano inglese “The Guardian”, Fanshawe, dopo aver premesso che il suo lavoro gli era costato l’immediato boicottaggio e radiazione da parte della comunità LGBT, ha svelato le reali abitudini e ossessioni del mondo gay, affermando:

«noi uomini gay viviamo la vita da adolescenti, ancora ossessionati dal sesso, dai corpi, dalle droghe, dalla gioventù, e dall’essere “gay”. (…) Abbiamo combattuto discriminazione e pregiudizio, ma solo per arrivare a distruggere noi stessi con droghe e sesso selvaggio».

Nel “gaio” mondo omosessuale, dove ogni giudizio morale è bandito, qualsiasi perversione sessuale è lecita – continua il giornalista inglese – in quanto:

«abbiamo organizzato la nostra identità intorno al sesso (…) Così la promiscuità è diventata la norma. (….) il 20% di uomini gay a Londra fa uso di droghe. La comunità gay preferisce il crystal meth perché riduce le inibizioni e permette di portare il sesso ad un livello “animalesco”, “privo di emozione”».

In Inghilterra, il fenomeno del cosiddetto “chemsex”, neologismo che unisce le parole chemistry e sex inteso come mix micidiale di droghe e sesso, è diffusissimo all’interno della comunità omosessuale, divenendo negli ultimi tempi una “priorità di salute pubblica” . A lanciare il grido di allarme sono stati direttamente i maggiori esperti britannici in materia sessuale attraverso un documentato articolo, pubblicato sulla nota e autorevole rivista scientifica, “British Medical Journal” (BMJ), edita dalla “British Medical Association” (BMA).

Una delle autrici dell’articolo, la dottoressa Hannah McCall, che lavora presso una clinica di salute sessuale per la “Central and Northwest London NHS Foundation Trust”, ha messo in luce come sembra esserci un evidente collegamento tra la pratica del “chemsex” e l’aumento di malattie sessualmente trasmissibili nella comunità gay, dichiarando:

“Le statistiche della sanità pubblica, quest’anno rispetto allo scorso anno, in Inghilterra mostrano un aumento delle malattie sessualmente trasmissibili e nelle persone che si iniettano anfetamina”.

La McCall ha inoltre affermato come l’uso della droga “chemsex” sia particolarmente diffuso tra gli uomini gay, specificando che

“probabilmente circa un quarto degli uomini gay che vengono in clinica dichiarano di aver fatto uso di droghe ”chemsex” nel corso dell’anno passato”.

Infine, la dottoressa ha fatto notare che, sebbene lo studio abbia al momento evidenziato la diffusione della droga chemsex, limitatamente all’interno della comunità gay, in qualsiasi momento, tale uso potrebbe facilmente estendersi anche alla comunità eterosessuale, seguendo il copione della tristemente popolare ecstasy, originariamente utilizzata unicamente in ambito omosessuale e successivamente diffusasi ovunque.

I quattro autori dell’articolo pubblicato sul “British Medical Journal” hanno così concluso il loro ampio editoriale, evidenziando come la “morbilità del “chemsex” debba essere una priorità di salute pubblica da affrontare con la massima urgenza e serietà”.

Alla luce dei reali dati statistici c’è da augurarsi che la comunità dei medici statunitensi si ribelli contro le inaccettabili imposizioni ideologiche del diktat globale omosessualista e proclami forte la verità scientifica riguardo i devastanti e mortali rischi ai quali va incontro una società che legittima e addirittura promuove il deleterio stile di vita omosessuale.

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3 Commenti a "Ancora più studi evidenziano il disastro sanitario e sociale dello stile di vita gay"

  1. #Alessio   16 febbraio 2016 at 8:29 pm

    Schifo chiama schifo… che s’impestino pure!

  2. #lister   20 febbraio 2016 at 3:18 pm

    Sì, sì, incentiviamo l’uso delle chemsex in quell’ambito, diamo corso alla “selezione naturale” di quella “specie”. 😀

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