#FAMILYDAY2016 : Per difendere la famiglia non basta la ragione umana, occorre il Logos divino

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di Isacco Tacconi

 

Carissimi organizzatori del Family Day,

dopo profonda riflessione mi son deciso, infine, a scriverVi questa lettera mosso dal desiderio di contribuire, come voi, come posso e come so, al bonum certamen.

La premessa doverosa è quella che mi obbliga, secondo carità, a salvare la buona fede e le intenzioni di tutte le persone coinvolte a vari livelli nell’appena trascorso “family day” al Circo Massimo. E tuttavia, vorrei esortare a considerare le strategie e i principi filosofici sottesi all’azione politico-sociale di buona parte della militanza pro-life/pro-family contemporanea.

Ecco ciò che ho da dire:

Il 30 gennaio al Circo Massimo si è parlato di “famiglia naturale”, si è parlato di difendere la ragione con la ragione, si è ricorso alle, pur legittime, risorse umane nel tentativo di contrastare un’onda che nera e minacciosa quanto ineluttabile si è levata non sul mondo, perché dal mondo essa proviene, ma sulla Chiesa di Cristo.

Ultimamente, lo vediamo, a sostegno della causa pro-family si invoca il “buon senso” e gli argomenti puramente razionali nel tentativo di invertire la tendenza dissolutrice che permea come miasma asfissiante tutta l’attuale dis-società democratica postcristiana, come la definì acutamente Marcel de Corte. Si dice: «per difendere la famiglia naturale, basta la ragione. Non serve ricorrere al cristianesimo. Anzi – si dice – metterci in mezzo la fede è un “autogol”, allontanerebbe tanti che invece ci sosterrebbero, ci finanzierebbero, si unirebbero a noi!». Ma vediamo se la diagnosi è giusta e la terapia adeguata al male.

Ecco lo status quaestionis: Per far trionfare in questo mondo e in questa società contemporanea post-cristiana, la virtù, il buon senso, la (retta) ragione e la vita onesta (o “vita buona”), è necessaria o no la fede in Cristo? Ovvero: la fede è indispensabile solo per la salvezza individuale o anche per la salvezza collettiva delle società umane? Attenzione, la domanda è cruciale e intorno alla sua risposta ruota l’essenza stessa della fede cattolica. Ma per rispondere a tale questione credo sia necessario sbirciare un poco nello scrigno di saggezza a noi trasmessa, quale eredità, dai secoli gloriosi dell’Evo cristiano.

Sintetizzando brutalmente, possiamo dire che larga parte del dibattito della scolastica medievale si occupò proprio di indagare e individuare i limiti e le possibilità della ragione umana insieme alla necessità della Fede rivelata. Sostanzialmente due scuole si contesero il primato: quella francescana-scotista e quella domenicana-tomista. Giovanni Duns Scoto fu colui che seminò i germi di quel volontarismo che, passando per Descartes, sfocerà nel naturalismo illuminista francese, passato alla storia come “età dei lumi”, o della “ragione”. Certo di una ragione impazzita, perché emancipatasi dalla fede. Di fatto san Tommaso d’Aquino aveva illustrato chiaramente come la ragione possegga certamente il suo ambito di competenza inviolabile e distinto dall’ambito della fede, eppure essa è ordinata, cioè finalizzata, alla ricezione della fede. Il Dottore angelico illustrò con mirabile sapienza come la ragione costituisca il gradino necessario e propedeutico alla ricezione della fede, illuminando l’inscindibile unione della conoscenza umana naturale con la conoscenza soprannaturale. Dallo studio del suo pensiero emerge con chiarezza come la ragione umana lasciata a se stessa senza la luce della Grazia, non possa raggiungere nemmeno la pienezza delle sue possibilità conoscitive umane se non con grande fatica e in virtù di uno speciale acume intellettuale, dono di pochi.

 

Ragione, da Cesare Ripa, Iconologia

 

Ogni uomo infatti, è stato creato per Dio e per questo ordinato ad entrare nella sua Chiesa, allo stesso modo la ragione di ogni singolo uomo è ordinata, cioè finalizzata, a conoscere e credere le verità rivelate da Dio. In altri termini, la ragione è stata data all’uomo perché accolga la fede e non perché la ignori considerandola una sorellastra “non umana” di cui, in fondo in fondo, diffidare. Al contrario, la prima è in rapporto alla seconda come la potenza all’atto. Sappiamo infatti che la fede non contraddice la ragione né la annulla ma la supera, sublimandola al di sopra dei suoi limiti naturali. Non a caso sant’Agostino, commentando san Paolo, afferma che: “la legge (rivelata e naturale, ndr) fu data perché si invocasse la grazia, la grazia fu data perché si osservasse la legge”. Lo stesso san Tommaso riconosce che certamente l’uomo può con la luce naturale della ragione giungere a cogliere alcune verità essenziali quali l’esistenza e l’immortalità dell’anima, l’esistenza di Dio e il suo giusto giudizio ma soltanto, aggiunge, dopo lungo tempo e non senza fatica né senza errori. Di fatto bisogna riconoscere che di Aristotele ce ne è stato uno solo, e non si può certo dire che oggi siano così comuni le persone che facciano funzionare il proprio cervello a pieno regime al pari del “gigante” di Stagira. Senza considerare che, per far funzionare bene la ragione e la volontà, è necessaria la grazia santificante senza la quale neanche le virtù morali acquisite riescono a perfezionarsi. In tutto questo il peccato, il peccato mortale, abituale, reiterato, radicato costituisce un grande ostacolo all’esercizio dell’intelligenza e della volontà.

Noi abbiamo dinanzi una “generazione perversa e degenere” e sappiamo che uno degli effetti più gravi del peccato è l’incapacità di ben ragionare e di vedere il bene, anche quello naturale. Dunque, come ci si può appellare alla semplice ragione per rispondere a coloro che hanno smarrito la ragione a causa del peccato grave contro natura, dell’odio a Dio e alla Chiesa? Ricordiamoci del noto detto: “Quos vult Iupiter [Deus] perdere, dementat prius”. Non solo, ricordiamoci che per sbloccare l’evangelizzazione del sud America fu necessario l’intervento della Madonna a Guadalupe, giacché i missionari trovarono popoli talmente abbrutiti dal peccato e dalla perversione che a nulla sarebbero giovati gli sforzi umani se non fosse intervenuta la nostra “Mamma del Cielo” a sciogliere i cuori e a ottenere loro la grazia della conversione dal Figlio. Laddove c’è il peccato infatti, l’unico rimedio è la Grazia, non le argomentazioni, non i dibattiti, non le manifestazioni di piazza, non i sottili ragionamenti di questo mondo. “Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo?” (1Cor 1,20).

Ma vorrei aggiungere un altro argomento alla questione della presunta sufficienza della ragione quale rimedio al male e alla perversione morale contemporanei, ed è il seguente: Se bastasse la ragione per difendere i cosiddetti “principi non negoziabili”, la famiglia naturale ecc., a cosa è servita l’Incarnazione, la Passione e la Morte di Nostro Signore Gesù Cristo? Se non serve ricorrere ad argomentazioni cristiane per difendere le realtà umane, come influisce la fede cristiana sulla vita delle persone e nella società? Quale valore possiede e quale ruolo svolge la Rivelazione del Figlio di Dio ai fini della risoluzione della ribellione prometeica dell’uomo contro il suo Dio e Padre? Confido di avvertire un pericolo, ossia quello dell’ateismo pratico giacché, abbracciando una prospettiva razional-pragmatista, in maniera quasi impercettibile si scivola gradatamente verso la vanificazione del Sacrificio del Figlio di Dio facendo, di fatto, a meno dell’ausilio della Grazia.

Infatti, è pur vero che in tutte le culture prima dell’avvento del Messia vigeva l’istituto matrimoniale, ciò è innegabile sotto ogni punto di vista e coloro che dichiarano pazzamente che il matrimonio è una mera sovrastruttura convenzionale della cultura, mutevole e in evoluzione, impattano rovinosamente contro il muro dell’oggettività della realtà naturale, storica, sociologica, antropologica, culturale e religiosa di ogni tempo e luogo.

Ma è altrettanto vero che l’istituto matrimoniale aveva bisogno, come tutte le realtà umane, di essere redento, giacché non mancavano prima dell’avvento della grazia di Cristo (e come vediamo anche dopo), snaturamenti, perversioni e contraffazioni della famiglia. E’ sufficiente leggere la morale domestica di San Paolo per rendersi conto dell’abisso incolmabile che sussiste tra una concezione “naturale” della famiglia e del matrimonio e il progetto “soprannaturale” che Dio ha su tutti gli uomini. Perché, in definitiva, tutti gli uomini sono chiamati a diventare cattolici per essere salvati dal peccato e dall’ignoranza. Ma se noi, i cattolici, non lottiamo per questa espansione del Corpo Mistico limitandoci esclusivamente ad una battaglia “laica”, di trincea, per la sopravvivenza, soccomberemo inesorabilmente, inghiottiti da coloro che, al contrario, non si limitano a difendere le proprie idee ma le impongono agli altri, non contraddicendo la democrazia, ma proprio in virtù di essa. Il mito della tolleranza civile e della pacifica convivenza democratica è appunto, un “mito”. «Quale accordo può esserci tra Cristo e Beliar?» (2Cor 6,15).

 

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Nessun aspetto del vivere umano può e deve andare esente dalla Redenzione operata da Cristo, e quando ciò, come vediamo, avviene, l’uomo con tutta la sua ragione cade rovinosamente e irrimediabilmente come la casa fondata sulla rena di cui ci parla il Vangelo. Appare perciò una donchisciottesca illusione quella di pensare di ottenere qualche risultato reale e apprezzabile in questa battaglia per la vita, per la famiglia, per la ragione e per la natura, senza far riferimento diretto alla Rivelazione del Figlio di Dio e alla dottrina cattolica.

Noi tutti ci troviamo a vivere un’epoca che per certi aspetti è analoga all’ultimissima fase di decadenza dell’Impero Romano in cui i valori tradizionali della pietas, della virtus, dello ius dei mores maiorum erano stati completamente abbandonati e calpestati a causa della corruzione e della perversione dei costumi che, allora come oggi, dilagava in Roma sovvertendo ogni ordine costituito, naturale, politico, religioso e sociale. Questo era l’oggetto del pianto di Seneca, questo era il mondo perduto che non poteva essere ricuperato se non attraverso l’intervento divino che, con la predicazione degli Apostoli, stabilì la Grazia di Cristo come rimedio al peccato del mondo. “Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi!”, così i fedeli cattolici adorano e riconoscono l’unico Rimedio al male morale, alla dannazione infernale sperimentata già qui in terra.

Dagli orribili peccati dell’aborto, del divorzio, dell’adulterio, della fornicazione e, stento a scriverlo, della sodomia, può liberarci Colui che, solo, toglie i peccati del mondo. La Grazia dei sacramenti, la grazia del Sacrificio di Cristo che convertì gli stessi aguzzini delle sante Felicita e Perpetua, la Grazia che ristabilì non solo il diritto e la giustizia ma trasformò radicalmente la vita della romanitas, redenta e trasformata in cristianitas. Il Sacrificio di Cristo, i sacramenti, la santità dei cristiani, questa allora fu la medicina delle anime e, quindi, della società nella quale erano diffuse (anche allora) come cancro, la sodomia, la pederastia, la corruzione, il divorzio ed ogni altro genere di sopruso.

In ultima istanza, ritengo non bastino Cicerone (divorziato ben due volte), Catone Uticense (divorziato risposato), Seneca o Aristotele per difendere la famiglia naturale: chi crede questo rende vano, per se stesso, il Sacrificio di Cristo consumato per ristabilire anche il matrimonio e la famiglia. Scriveva F. Agnoli nel 2014 che il divorzio nella Roma Imperiale è un “dato di fatto incontestabile: all’arrivo di Cristo e nei secoli successivi nell’impero romano il matrimonio e la famiglia erano in crisi più che mai; una crisi che si riversava anche sulla società e che finiva anche per avere ripercussioni demografiche. […] La predicazione di Cristo sul matrimonio indissolubile fu senz’altro ben poco “realistica” e alquanto “rivoluzionaria”. Tanto più che per i pagani il matrimonio durava sinché dura la volontà di stare insieme”. La medesima mentalità edonistica odierna non è altro che un ritorno all’antica bestialità precristiana eppure, oggi come allora, l’unica soluzione è la predicazione di “Cristo, e Cristo Crocifisso”. Immaginate voi se San Pietro arrivando a Roma si fosse messo a combattere la corruzione morale a suon di pubbliche arringhe o facendo uso di stringenti argomenti di ragione: non ci sarebbe stata alcuna Chiesa.

Cari amici, se per convertire le genti e salvare questa società cancrenosa e morente bastassero argomenti razionali “laici” sarebbe sufficiente essere dei bravi retori e studiare l’arte del sofisma, cioè della “persuasione”, ma per fondare la christianitas ci sono voluti i santi, c’è voluto il sangue dei martiri. Forse il Signore del cielo e della terra ha, per riguardo alle esigenze moderne, mutato metodo oggi per sconfiggere il mondo e le potenze infernali che lo dominano? La sua Croce non è più il vessillo che una volta veniva innalzato nei campi, sulle cime dei monti, ai crocicchi delle strade, nei tribunali, nelle caserme, nelle stalle, nelle scuole, nei campi di battaglia, negli ospedali per far luce a tutti coloro che sono nelle tenebre della vita presente?

 

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Nostro Signore ai farisei che si appellavano alla legge mosaica per giustificare il divorzio ricordò che “al principio non fu così” stabilendo una legge nuova ed eterna dalla quale non si può più prescindere né per la salvezza individuale né, tantomeno, per la salvezza delle società e degli stati: la legge del Vangelo. Da una parte fa anche sorridere il parlare di natura e di legge di natura omettendo di parlare di Colui che della natura è l’artefice e senza il quale la nozione stessa di natura non avrebbe senso e consistenza. Inoltre, ammettendo anche di parlare della costituzione naturale del matrimonio dobbiamo far riferimento alla creazione del primo Uomo e della prima Donna ossia ad Adamo ed Eva, cioè ad un dato rivelato de fide nel quale rientra anche il peccato originale, fonte di ogni disordine spirituale compreso l’attuale sovvertimento della natura, dell’uomo e del matrimonio.

Non illudiamoci, per ristabilire ogni cosa come era al principio è stato necessario che il Verbo Eterno si incarnasse e spargesse il suo Sangue divino in Sacrificio di espiazione, di riparazione e di santificazione per la vita del mondo. E la sua eredità è stata data da Dio al mondo non perché rimanesse accantonata, o sottintesa, o implicita come succede, bisogna dirlo, nei family day, ma in alto e ben visibile perché faccia luce a tutti gli uomini. Lumen Christi si canta la notte di Pasqua, quella «Lux vera quae illuminat omnem hominem venientem in hunc mundum». Ma se il mondo cattolico che si professa militante dovesse cadere nella trappola della logica del consenso democratico, realizzerebbe il passo che dice: «in propria venit et sui eum non receperunt». Quella Luce ha illuminato il mondo che era nelle tenebre del peccato e dell’ignoranza e che vi è risprofondato oggi dopo duemila anni di cristianesimo, di santi e di martiri. Ed oggi, il cosiddetto mondo cattolico militante/pro life/pro family vorrebbe fare luce al mondo soltanto con la fioca e corruttibile luce della semplice ragione?

Si vorrebbero forse difendere i diritti e le conquiste di Cristo facendo a meno di Cristo?

In questa debole forma di resistenza culturale sembra aleggiare una sorta di “Cristo implicito” per cui si fa riferimento alla “natura” senza far riferimento all’Autore della natura. Ci si appella alle leggi di natura ignorando l’Eterno Legislatore senza il quale il concetto stesso di natura non solo non sarebbe intelligibile ma la natura stessa non esisterebbe perché “Tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e in vista di Lui”. Eppure, vogliamo lasciarlo sottinteso, dando per scontato che Iddio condivida il nostro modo di agire che Lo vede relegato in un sottofondo sentimental-intimistico timoroso di nominare il “Nome che è al di sopra di ogni altro nome” e nel quale soltanto è stato “dato che ci possiamo salvare”.

La paura che la nostra (umana) partecipazione alla “piazza” possa essere, in fin dei conti, davvero risolutiva ai fini politici è un laccio subdolo che può ingannare anche i migliori, tra i quali non figura di certo il sottoscritto. E tuttavia è l’antico inganno liberale che si insinua nel sottofondo della nostra coscienza, sottraendoci all’azione del dono infuso della Scienza che ci consente di ben giudicare dei beni naturali in ordine al fine soprannaturale della nostra esistenza.

 

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Un inganno, quello del liberalismo democratista che, col tempo, scavando come goccia insistente ma discreta nella roccia, lentamente la scalfisce penetrando nel profondo.

Per tentare di convincere qualcuno non dico a venire dalla “nostra” parte, ma a lasciarci vivere (in questo senso il nome del comitato “difendiamo i nostri figli” è sufficientemente eloquente, e “democratico”) si negherebbe persino che la maggior parte di coloro che sono scesi in piazza sono, per la stragrande maggioranza, cristiani o sedicenti tali.

In sostanza, per ottenere qualche risultato nell’agone politico, si DEVE nascondere Cristo, altrimenti: “chi ci verrebbe?”. Chi seguirebbe il Cristo solo e abbandonato sul Calvario, oltraggiato e ridotto ad una piaga? In questa prospettiva, che altro non è che l’ennesima variante liberal-democristiana, si rinnova, è d’uopo dirlo, il rinnegamento di Pietro; quel “vi giuro che non lo conosco!” professato oggi con vile prudenza umana dinanzi alle “servette” del sinedrio parlamentare. Ma cosa direbbe il nostro Amabile Redentore dinanzi a queste astute strategie politiche che nascondono diligentemente il suo Preziosissimo Sangue sotto il tappeto del politicamente corretto? Dicono “sì, crediamo in Cristo, Lui è il Salvatore, ma in politica non c’entra, anzi è di ostacolo!”.

Oggi ci si raduna sui luoghi dove migliaia di cristiani vennero trucidati, sbranati, bruciati, crocifissi, travolti dalle bighe di Cesare per lo spasso degli spettatori invasati, su un suolo ancora intriso del loro sangue. Quei testimoni della fede, e solo per questo anche della ragione, piuttosto che essere associati anche solo indirettamente, o implicitamente, ad una cripto-apostasia preferirono essere stritolati dalle fauci dei leoni. Il loro sangue testimonia contro di noi la nostra mancanza di fede che ci fa confidare nella sola ragione, cioè nell’uomo e non in Dio, nella ragione umana e non nel Logos divino. Questo confidare nella natura è il segnale del nostro inevitabile fallimento.

«Quo vadis Domine? – Dove vai o Signore?», chiediamolo a quel Gesù che, come il fantasma del padre di Amleto, si aggira mendicante alle nostre spalle oscurato e celato da improbabili simboli di fumose famiglie naturali, e ascoltiamo attoniti la sua veritiera risposta: «Venio Roma iterum crucifigi!».

Eppure, contemplando quelle Cinque piaghe, quel Costato trafitto, dovremmo domandarci: “c’è qualcuno che oggi sia disposto a militare e marciare (pubblicamente) sotto l’insegna delle Cinque Piaghe, quelle piaghe per le quali siamo stati guariti?”. Non è qui in discussione la fede personale, familiare e individuale di ciascuno di noi, ma si tratta del rapporto tra questa fede individuale e la sfera pubblica, il foro esterno, ossia della relazione che deve sussistere tra Dio e la società degli uomini.

 

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C’è qualcuno che darebbe la vita (pubblicamente) per il Datore della Vita, senza il quale neanche potremmo sussistere se non ci sostenesse il soffio della sua volontà vivificante? Soltanto associandoci alla Croce, a quella Santa Croce che è l’unico vessillo che sconfigge il Nemico infernale con le potenze tenebrose degli spiriti dell’aria, potremmo ottenere un vero successo sul male dilagante. Ciò non significa un successo necessariamente politico, immanente e immediato, ma certamente un successo che supera la contingenza dello spazio e del tempo.

Le sante membra del Figlio di Dio furono trafitte e sanguinanti anche per i Renzi, per le Boldrini, per le Cirinnà e per gli Scalfarotto, non peggiori dei sommi sacerdoti Hanna e Caifa per i quali il Nostro amabile Redentore pregò il Padre sul patibolo da loro satanicamente approntato per inchiodarvi il loro Creatore. Poveri gli illusi di ieri e di oggi, come pensare di muovere guerra al Re dell’Universo?

E noi? Come non ricorrere a Colui che con un solo pensiero potrebbe ricacciare tutte le cose dal nulla dal quale le trasse?  Sospiriamo e gemiamo dinanzi al male che sopravanza perché “questa è la vostra ora – dice il Signore – questa è l’ora dell’impero delle tenebre”.

Cosa fare, dunque, mi si dirà? Siamo capaci soltanto di essere distruttivi? Rimaniamo chiusi in casa con le mani in mano aspettando l’Armageddon?

No, certamente. Allora, cosa possiamo fare? Ve lo dico nella prossima puntata.

 

 

3 Commenti a "#FAMILYDAY2016 : Per difendere la famiglia non basta la ragione umana, occorre il Logos divino"

  1. #Lucius   24 febbraio 2016 at 7:20 pm

    Volesse il Cielo che l’attuale Pontefice parlasse così’ come l’autore di questo articolo;quanto bene ne ricaverebbero le anime.Ma vedo,senza nulla togliere all’Autorita’da Lui costituita,che il Signore non guarda ai colletti bianchi,ma al cuore che sa crederLo,amarLo,rispettarLo e difenderLo!

  2. Pingback: Valide alternative al #FAMILYDAY? Eccole qua | Radio Spada

  3. #Giorgio Romano Vitali   28 febbraio 2016 at 8:53 am

    FINALMENTE UN CREDENTE AUTENTICO.