Heidegger, gli Ebrei, l’erranza

Privatamente riceviamo e di seguito pubblichiamo [RS]

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di Doctor Subtilis

Al 1942 risale la famigerata nota dei Quaderni neri in cui è detto che la «comunità degli ebrei è nell’epoca dell’Occidente cristiano, cioè della metafisica, il principio di distruzione», e che «solo quando quel che è essenzialmente “ebraico”, in senso metafisico, lotta contro quel che è ebraico, viene raggiunto il culmine dell’autoannientamento nella storia».

Nel 1942 la Endlösung, la “soluzione finale” era ancora, ufficialmente almeno, e negli stessi documenti nazisti, “territoriale”: non sterminio, ma migrazione forzata, per quanto  atroce.

Del resto, in una nota del maggio 1940 (Denkschrift Himmlers über die Behandlung der Fremdvölkischen im Osten) Himmler poteva qualificare come indegno del popolo Tedesco «il metodo bolscevico dello sterminio fisico di un popolo» (egli pensava, con tutta probabilità, all’Holodomor). In un discorso del luglio dello stesso anno, Hans Frank, Governatore della Polonia, prospettava l’emigrazione in una colonia d’America o d’Africa (probabilmente il Madagascar) come “soluzione finale”. All’ottobre dello stesso anno risale l’articolo di Alfred Rosenberg, il famigerato ideologo del regime, dall’eloquente titolo Gli Ebrei in Madagascar. All’emigrazione farà chiaramente riferimento Hitler quando, nel celebre discorso del 30 gennaio 1941, affermerà che gli Ebrei erano destinati a «cessare di esercitare il proprio ruolo in Europa»; di emigrazione in una “Riserva Ebraica” parlerà Rosenberg nel discorso del marzo 1941 La Questione Ebraica come problema mondiale. All’emigrazione di massa fa ancora esplicito riferimento la famigerata e sempre citata (ma quasi mai per esteso) lettera del luglio 1941 indirizzata da Göring ad Heydrich, in cui il primo investe il secondo del compito della “Soluzione Finale”.

In ogni caso, ben difficilmente Heidegger poteva sapere cosa davvero avvenisse o non avvenisse nei Lager, se ancora nell’agosto del 1943, stando ad una relazione interna del Ministero degli Esteri statunitense, vi era «insufficient evidence to justify the statement regarding execution in gas chambers». E, sorprendentemente, i diari di Goebbels, addirittura nel marzo del 1943, lasciavano aperta la possibilità che la futura Soluzione della Questione Ebraica potesse appunto consistere nella fondazione, al di fuori dell’Europa, di uno Stato Ebraico (evidentemente sotto il protettorato nazista).

Può darsi (come si è ipotizzato nel caos delle fonti e nel conflitto fra documenti d’epoca e testimonianze a posteriori) che a partire da un dato momento non ci fosse più, in materia di politica antiebraica, una direttiva centrale, e le decisioni fossero prese di volta in volta a livello locale, sulla base di una “poliarchia” (la quale però contrasterebbe con il ben noto Führerprinzip, il “Principio del Capo” che dominava la visione nazista).

Ad ogni modo, se Heidegger, nel 1942, avesse inteso l’”autoannientamento” come sterminio fisico, egli sarebbe stato, paradossalmente, ancor più antisemita e più spietato dei Nazisti.

Comunque, per l’odierna storiografia ufficiale le camere a gas erano “segreto di Stato”, noto solo a pochi altissimi gerarchi (Les Chambres à gaz, secret d’État, Paris 1984). Non si vede come Heidegger, nel 1942, potesse esserne a conoscenza.

L’«autoannientamento» della nota del 1942 non ha dunque, in ogni caso, nulla a che vedere con l’«industrializzazione della morte» di cui Heidegger parlerà, a proposito dei lager (forse avendo in mente, come Amadeo Bordiga, pur da lui com’è ovvio lontanissimo, nel tanto maltrattato e frainteso Vae victis Germania, anche lo «sterminio attraverso il lavoro» teorizzato da Oswald Pohl), nel dopoguerra.

E, anche a quest’ultimo riguardo, andrà fatta qualche precisazione. Nella conferenza Das Ge-Stell, del 1949, Heidegger accosta la moderna, impersonale ed asettica meccanizzazione dell’industria alimentare non solo ai lager nazisti, ma anche alle carestie programmate (il riferimento sarà stato all’Holodomor, l’”Olocausto per fame” attuato dai Sovietici in Ucraina) e alla minaccia di un altro Olocausto, quello nucleare: Heidegger vuole dire, forse, che ogni forma di sistematico, calcolato ed impersonale annientamento messo in opera dall’uomo contro altri uomini (specie se mediato dalla di per sé disumana freddezza della Tecnica) svilisce l’uomo stesso, abbassandolo al rango di bestia da macello.

Se Heidegger offese gli Ebrei, offese in egual modo gli Ucraini e i Giapponesi. E non fu, in ogni caso, così folle da equiparare tout court Auschwitz alla Simmenthal. Si potrà citare, semmai, il Montale della Primavera hitleriana: «Ha sprangato il beccaio che infiorava / di bacche il muso dei capretti uccisi, / la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue / s’è tramutata in un sozzo trescone d’ali schiantate,/ di larve sulle golene, e l’acqua séguita a rodere / le sponde e più nessuno è incolpevole». Le bestie da macello sono vittime innocenti, agnelli sacrificali.

Tutta la questione va comunque posta, a mio avviso, in altri termini.

Azzardo un ‘ipotesi, valga quel che valga.

Quando Heidegger, in quel passo del 1942, che ha suscitato forti polemiche, e ha indotto a bollarlo come un radicale antisemita, parla di “autoannientamento”, di Selbstvernichtung (Vernichtung, insieme ad Ausrottung, “annientamento” e “sradicamento”, era precisamente la terminologia che i documenti nazisti utilizzavano per indicare le deportazioni), degli Ebrei, allude forse, a mio avviso, all’identità politica del Sionismo, e alla sua paradossale, sorprendente e autodistruttiva collaborazione (dalla Haavara, migrazione in Palestina con il paradossale supporto nazista, al Piano Madagascar, progetto, certo utopico se non folle, di migrazione in quell’inospitale isola di tutti gli Ebrei d’Europa) con il Nazismo (si veda, per un quadro generale, lo studio di Lenni Brenner, ebreo e marxista radicale, Zionism in the Age of the Dictators, Wesport 1983).

Del resto, già Theodor Herzl, padre del Sionismo, sosteneva che gli Ebrei avrebbero dovuto perseguire una propria entità territoriale anche attraverso la collaborazione con gli antisemiti.

Proprio perseguendo una propria identità statale, gli Ebrei sarebbero forse, agli occhi di Heidegger, caduti nell'”oblio dell’Essere”; avrebbero, in certo modo, dimenticato la parola del proprio Dio, che per l’Esodo “è Colui che è”, “è ciò che è” (fondamento remoto, forse, il roveto ardente dell’Esodo, di ogni metafisica, o di ogni onto-teologia).

Del resto, a ben vedere, la nota del 1942 ha anche una connotazione religiosa, e insieme ontologico-metafisica. Il conflitto fra identità ebraica e identità cristiana è anche, indirettamente, ma intrinsecamente, lotta dell’ebraismo con se stesso, poiché ebraiche sono le radici dello stesso cristianesimo, e dunque, con esso, nella tradizione occidentale, di ogni metafisica teologica e di ogni onto-teologia.

Scriveva Marx, nelle pagine Sulla questione ebraica, che gli Ebrei si sarebbero davvero emancipati solo rinunciando alla propria identità religiosa, solo divenendo cittadini eguali in una società di eguali. Una forma, anch’essa, in certo modo, di autoannientamento, non fisico ovviamente, ma culturale, religioso, identitario: e qualcosa di ben diverso, anzi di antitetico, rispetto al nazionalismo sionista, che invece accentuava, se non esasperava, quell’identità, benché più in termini nazionalistici che religiosi.

Ma è, in parte, ciò che per una diversa, opposta via, e con esiti tragicamente contrari, avvenne ‒ forse proprio attraverso il Sionismo ‒ secondo Heidegger: gli Ebrei si autoannientarono come popolo di Dio, popolo del Libro, popolo della Rivelazione, dunque potenzialmente popolo dell’Essere e popolo del Disvelamento (sebbene, com’è ovvio, l’ontologia si svincoli con Heidegger da ogni prospettiva teologica, malgrado l’ascendenza scotista dell’opposizione fra essenza ed esistenza, tra il fondamento assoluto dell’Ens e la “gettatezza” dell’individuo inteso come ultima solitudo), perseguendo, lungo una via rivelatasi poi autodistruttiva, la propria autoaffermazione come identità politico-territoriale, il proprio passaggio e la propria metamorfosi da uno statuto ontologico ed apocalittico di depositari dell’Essere e del Destino a quello storico-politico di un’entità territoriale ed amministrativa.

Sono stati segnalati i paradossali punti di contatto fra Heidegger e la Mistica Ebraica: contatti evidenti, mi sembra, soprattutto per quanto concerne il concetto di Tzimtzum, del “ritiro” e dello “svuotamento” di Dio, della Luce divina, dal Mondo affinché si renda possibile e si configuri lo Spazio (l'”Aperto” di Heidegger interprete di poesia) della creazione, del tempo, dell’esistenza; o quello di Ein Sof, di illimitato, infinito, e insieme fusione di Essere e Nulla, qual è il Dio, come pura possibilità, prima della creazione: idee che consuonano profondamente, mi sembra, con la circolarità heideggeriana di Essere e Nulla, con la dinamica di un Essere del quale, alla fine, «ne è nulla», privo com’è, nella sua assolutezza e nella sua aseità, di determinazioni temporali e creaturali.

L’autoannientamento degli Ebrei può essere forse pensato anche in questi termini: tacito rinnegamento dell’aurorale rapporto mistico con il Divino, estinzione del “roveto ardente” per dare luogo alle ceneri opache di un disegno politico, terreno e terrestre ‒ quello della ricerca, da parte del popolo errante per eccellenza (e si ponga mente, qui, al rilievo che nel pensiero di Heidegger riveste l'”erranza”, la ricerca dell’Essere come perpetuo ed epifanico smarrimento, avulso da ogni possibilità di stabile radicamento, l’«essenza della verità» consistente, come si legge in Sull’essenza della verità, nel «dominare del mistero nell’erranza»), di una definita e definitiva identità territoriale, anche a costo di assoggettarsi al nemico.

L’adesione, la collaborazione delle autorità sioniste alla Endlösung, alla soluzione finale (che era, almeno inizialmente, e almeno nei progetti, negli intenti, o perlomeno nell’ingannevolezza e negli occultamenti e nei velamenti delle formule politiche e burocratiche ‒ e almeno fino al 1942, prima che nelle fonti subentrino contraddizioni e silenzi, fra i tanti immensi silenzi della storia, colmati quasi solo dalle spesso problematiche testimonianze a posteriori , territoriale Endlösung, “soluzione finale territoriale”, prospettatasi a partire dal momento in cui la questione ebraica parve non poter più essere risolvibile tramite l’emigrazione) segnarono proprio la fine di quell’ontologica e gnoseologica erranza: e dunque una forma di autoannientamento, di arresto, di congelamento del perpetuo moto, storico e concettuale, del pensiero e dell’essere.

D’altro canto, in alcune pagine di Essere e tempo (74-75), Heidegger contrappone la «storicità inautentica» di un popolo il cui cammino nei secoli è guidato o condizionato da forze esterne e l’autentico Destino di un popolo che, invece, si riappropria liberamente, dal profondo, in essenza, della sua matrice e della sua ascendenza per dischiudere nuove, ed autentiche, possibilità all’esistenza storica.

Si può pensare anche allo Schmitt del Nomos della terra, alla sua idea di un ordinamento e di una localizzazione ‒ “Ordnung und ortung” ‒ attraverso cui i popoli si autoaffermano andando “oltre lo Stato” ‒ mentre, nel perseguire ad ogni costo un’espressione territoriale, fosse pure una riserva o un  vastissimo Ghetto, fosse esso nel Protettorato di Palestina, in Madagascar o nella Rutenia Bianca, il Sionismo avrebbe finito per entrare, pericolosamente, nell’ombra dello Stato Nazista, con esiti devastanti.

E si potrebbe citare, con molte cautele, per possibili, almeno implicite, affinità con Heidegger, Evola (il cui “razzismo spirituale” non è qualcosa di diverso dal razzismo biologico: ne è l’esatto opposto), per l’idea, esposta in Tre aspetti del problema ebraico, che, nello spirito ebraico, «la rivolta contro l’antico ritualismo sacrale si associ ad un sempre crescente servilismo dell’uomo di fronte al Dio, ad un sempre maggior piacere per l’autoumiliazione e ad una sempre maggiore menomazione del principio eroico, fino all’abbassamento del tipo del Messia a quello dell”espiatore’, della ‘vittima’ predestinata sullo sfondo terroristico delle apocalissi».

Non più, dunque, un Dio-Essere, una Divinità intesa quale totaliter Aliud, “totalmente Altro”, come nella tradizione ontologica e in quella mistica, eckhartiana, di cui pure Heidegger risentì; ma un Dio personale e determinato che interviene nella storia, e al quale nella storia si pretende di assegnare un ruolo politico, subordinando l’Essere, il Dio-Essere, all’istituzione terrena, più che vedere in quest’ultima, hegelianamente, una emanazione o un “ingresso nel mondo” di quello.

In tal senso, credo, più peculiare e sottile, si potrà dire che l’autoannientamento degli Ebrei rientra coerentemente nell’ontologia heideggeriana, inserendosi nella dialettica, o nella polifonia, di Tecnica (intesa, in questo caso, anche come “arte” della politica, come strategia e gioco delle entità e delle determinazioni territoriali) ed Erranza.

 

 

 

3 Commenti a "Heidegger, gli Ebrei, l’erranza"

  1. #bbruno   1 marzo 2016 at 3:36 pm

    qualcuno ci ha capito qualcosa? Chi ha detto che una teoria è vera se la puoi far capire con quattro parole all’uomo della strada? Io sto con costui!…

  2. #Doctor Subtilis   1 marzo 2016 at 8:24 pm

    Spiegare Heidegger in quattro righe… La vedo durissima.

  3. #Doctor Subtilis   1 marzo 2016 at 8:47 pm

    Provo comunque a semplificare. Ci vogliono in ogni caso più di quattro righe.
    In una pagina di diario del 1942, Heidegger dice che gli Ebrei si sono “autoannientati”. Nel 1948, in una conferenza, egli paragona i lager nazisti, inarrestabili “fabbriche di cadaveri”, ai macelli meccanizzati dell’industria alimentare (il discorso del 1948 in realtà è più complesso e sfaccettato, ma lasciamo stare).
    Dunque, alcuni studiosi hanno sostenuto: Heidegger dice che nell’Olocausto gli Ebrei si sono autoannientati, che l’Olocausto è stato paradossalmente colpa loro, e che la loro tragedia non è poi molto diversa dalla macellazione del bestiame nell’industria alimentare. Dunque, Heidegger è un bastardo antisemita della peggior specie.
    Il mio articolo fa notare che nel 1942 Heidegger non poteva avere in mente lo sterminio sistematico degli Ebrei, perché le camere a gas naziste erano un segreto di stato, noto solo a pochissimi alti gerarchi, e che, in ogni caso, a quella data le autorità naziste (anche in documenti segreti, non solo nelle comunicazioni pubbliche) intendevano la “soluzione finale” della questione ebraica come “soluzione finale territoriale”, ossia come creazione di una grande riserva (probabilmente in Madagascar, o forse nell’Europa dell’Est, probabilmente nella Rutenia Bianca) in cui confinare tutti gli Ebrei d’Europa. Quest’ultima soluzione era accettata dalle autorità del Sionismo, ed era già stata prospettata, nell’Ottocento, da Theodor Herzl, che del Sionismo fu il padre.
    Dunque, la questione della visione che Heidegger ha degli Ebrei deve essere posta in altri termini, di natura filosofica.
    Questi ultimi non possono essere riassunti in poche righe. Almeno, io non ne sono capace.
    Basti qui notare che, in ogni caso, nulla più del concetto di “razza” in senso strettamente biologico è lontano dall’ontologia di Heidegger.