Il cattolicesimo inglese nell’età vittoriana. Seconda parte: Wiseman e il ritorno della Chiesa in Inghilterra

di Luca Fumagalli

Nell’età vittoriana, a seguito della rottura dell’isolamento in cui la cattolicità aveva vissuto sino allora, la comunità degli aderenti all’antica fede si trovò immersa nelle vita generale della nazione. Opere come la prima parte della History of England di John Lingard e History of the Protestant Reformation di William Cobbet offrono un esempio del dibattito che, in ambito anglicano, aveva come oggetto i cattolici e il loro nuovo status di emancipati.

La discussione, per certi versi scontata, si mostrava però secondo una veste inedita. Per la prima volta i cattolici si potevano difendere da una posizione più facile e adeguata, seppur non ancora ad armi pari.  Del resto gli uomini di governo che avevano appoggiato l’emancipazione erano essi stessi, nella maggior parte dei casi, ben lontani dalla Chiesa di Roma, liberali pregni ancora dello scetticismo di tardo XVIII secolo. In questi anni nessuna personalità cattolica di rilievo poté essere considerata una figura di calibro nazionale, ma molti, a seguito dell’emancipazione, riuscirono a fare carriera nel servizio diplomatico ricoprendo, come nel caso di Justin Sheil, incarichi importanti come quello di ministro a Teheran.

Quattro date sono indicatrici del rapido mutamento del quadro generale della vita inglese che si stava compiendo sullo sfondo del XIX secolo: il 1829, con il già ricordato Atto di emancipazione, il 1832 con l’approvazione del primo progetto di legge per la riforma elettorale (Reform act), l’ascesa al trono della regina Vittoria nel 1837 e il matrimonio con il principe Alberto due anni dopo.

Con la riforma elettorale – a cui ne seguiranno altre due nel 1867 e nel 1884 – si estese sostanzialmente il diritto di voto ai piccoli proprietari, agli artigiani e agli operai più benestanti, permettendo progressivamente a molti cattolici di essere parte attiva della vita politica dell’Inghilterra sul cui trono sedeva ora una delle più celebri regine della storia. Succeduta allo zio Guglielmo IV, la regina Vittoria era stata formata sin da giovane a un mentalità fortemente e rigorosamente protestante. Sul fronte cattolico, soprattutto per opera del principe consorte, la sua azione politica mutò nel corso degli anni da un’avversione non troppo fattuale a una sostanziale indifferenza. Insieme scoprirono, nell’intimità dell’affetto famigliare, quel fondo germanico di virtù cristiane che sentimentalmente li fece avvicinare un po’ di più alla Chiesa di Roma. La regina non era certo tenera con i “papisti” e le sue reazioni ostili alle illustri conversioni al cattolicesimo che si verificarono sotto il suo regno furono scontate. Per una protestante come lei l’accettazione del cattolicesimo doveva rappresentare infatti qualcosa come una blasfemia, un peccato contro la luce. Nel corso degli anni, con l’attenuarsi del suo protestantesimo militante, anche i sudditi cattolici seppero amarla e rispettarla.

Il mezzo secolo compreso tra il 1791 e il 1841 aveva formato un tutto unico tra gli aderenti all’antica fede. I whigs si erano costituiti campioni delle libertà cattoliche e avevano ricevuto quell’appoggio che i cattolici, esclusi dal parlamento, erano riusciti a raccogliere nei collegi elettorali sotto il loro controllo. Nei circoli politici, il sostegno concesso sporadicamente alla chiesa nazionale era bilanciato da una indifferenza noncurante nei riguardi dei cattolici che, ad esclusione di alcuni sporadici momenti di tensione – in particolare durante i governi di Gladstone – aumentarono costantemente di numero, potendo condurre una vita tranquilla e pacifica.

John Keble, tra i primi animatori del Movimento di Oxford

 Nei primi anni del regno della regina Vittoria si verificarono anche i primi effetti dell’indebolimento della chiesa ufficiale, un processo che era iniziato nel secolo procedente con la progressiva laicizzazione della filosofia e della società. Nel 1833 il Parlamento soppresse alcune diocesi anglicane in Irlanda con la motivazione che fossero troppe per la sparuta comunità locale. In alcuni ambienti intellettuali tale decisione fu percepita come un tentativo di usurpazione da parte dello stato di un potere della Chiesa, cosa che sollevò un grande dibattito sui compiti e sulle prerogative parlamentari.

Negli ambienti religiosi di Oxford un buon numero di personalità pervenne alla conclusione che la chiesa anglicana poteva difendersi dal potere statale solamente se si fosse trasformata rapidamente. Inoltre si avvertiva tutta la debolezza teologica dell’anglicanesimo che, soffermandosi troppo sulle forme, aveva progressivamente perso la sostanza del fatto cristiano, non esigendo e non producendo alcuna conversione. Tra i sostenitori di questa ipotesi si schierarono molti brillanti universitari – alcuni convertiti poi al cattolicesimo – come John Keble, Richard Hurrel Froude, Edward Bouverie Pusey, William Palmer, John Henry Newman (1801-1890) e molti altri.

John Henry Newman
John Henry Newman

Il cosiddetto “Movimento di Oxford” nacque ufficialmente il 14 luglio 1833 con il discorso di Keble sul tema dell’apostasia nazionale, cioè il pericolo dell’indifferenza e dell’irreligione che stava attraversando la chiesa d’Inghilterra, invitando tutti a lottare contro le usurpazioni statali. Dal 1833 al 1841 l’impegno teologico dei membri del movimento di Oxford si concretizzò nella compilazione di novanta trattati (Tracts for the Times), piccoli pamphlet di lunghezza variabile dedicati ad argomenti religiosi, che valsero al gruppo l’appellativo di “trattatisti”. Ben presto il movimento assunse un ruolo di primo piano all’interno della chiesa nazionale, delineando una posizione teologica ben precisa, caratterizzata dall’interpretazione dell’anglicanesimo come una posizione moderata, una “via media” tra gli eccessi opposti di Roma e del protestantesimo. I suoi membri predicavano un dogmatismo forte contro il “latitudinarismo dogmatico” – una sorta di relativizzazione nello spazio e nel tempo delle verità di Fede – una gerarchia composta da vescovi come successori degli apostoli, con sacramenti e riti come canali della Grazia divina, l’indipendenza dallo stato e, per ultimo, un rinnovamento della fede mediante lo studio dei Padri della Chiesa e dei teologi del XVII secolo.

L’ultimo trattato, scritto nel 1841 da John Henry Newman, causò a quest’ultimo l’allontanamento da Oxford. La fine di un’esperienza significativa in seno al movimento favorì, alcuni anni dopo, la sua conversione alla Chiesa di Roma.

All’inizio del XIX secolo nacquero quattro protagonisti determinanti per lo sviluppo della Chiesa cattolica in Inghilterra, personalità che, anche attraverso i dissapori personali, ebbero un peso determinante nella creazione di quella solida base che garantì la diffusione dell’antica religione in tutta l’isola anche nei decenni successivi. Il cardinale Wiseman, l’arcivescovo Ullathorne, il cardinale Manning e lo stesso cardinale Newman furono capi vigorosi, di nobile temperamento e di padroneggiata energia, il cui ascendente scrisse una delle pagine più belle della storia inglese, mettendo in moto quella cultura e quell’idea sociale cattolica in fermento che poté finalmente imporsi all’attenzione del pubblico in tutta la sua portata rivoluzionaria.

Ancora una volta, l’incontro con queste quattro straordinarie esperienze offre l’occasione per tracciare, attraverso alcuni rapidi cenni biografici, i due principali filoni teologici che andavano stabilizzandosi all’interno della Chiesa. Se infatti Ullathorne e Newman incarnarono un pensiero teologico parente stretto dello “spirito cisalpino” – in particolare il secondo, per esempio, era noto avversario del dogma dell’infallibilità pontificia – dall’altro lato figure come Wiseman e Manning ne costituivano il volto intransigente e ultramontano, quel cattolicesimo anglosassone da sempre fedelmente sottomesso a Roma e al Papa.

Nicholas Patrick Stephen Wiseman (1802-1865), di origine ispano-irlandese, fu certamente l’uomo più carismatico all’inizio dell’età vittoriana. Si erano costruite chiese, si era svolta in tutta l’isola un’opera di consolidamento, ma, nel complesso, la Chiesa cattolica in Inghilterra tra gli anni ’30 e ’40 viveva un periodo di relativa sonnolenza, destinato ad interrompersi, proprio nel 1840, con l’arrivo di Wiseman.

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Il cardinale Nicholas Patrick Stephen Wiseman, arcivescovo di Westminister e primate della Chiesa inglese

Il giovane sacerdote, nato in Spagna, figlio di un commerciante irlandese, era uno spirito gioioso, dotato di erudizione, entusiasmo, potenza emotiva e ricchezza di immaginazione, doti che avevano contribuito alla sua nomina come rettore del Collegio Inglese di Roma sin dal 1828. Dai sedici anni era stato nel collegio, prima come studente e poi come vice-rettore, si sentiva a casa nella Città Eterna e godeva della protezione del celebre filologo cardinale Mai e di Papa Gregorio XVI, il pontefice regnante all’epoca. 

La sua vita ecclesiastica in Inghilterra si divise in due parti distinte: lo straordinario, rapido successo dei primi anni e l’azione costruttiva, frammista anche a delusioni, della tarda maturità.

Presso Wiseman, con la sua impulsiva accoglienza per qualunque proposta potesse avvantaggiare la Chiesa cattolica, giunse nel 1830 un ecclesiastico convertito di recente, George Spencer, che fu animatore del piccolo “Movimento di Cambridge” del tutto simile al suo omologo di Oxford ma caratterizzato da posizioni teologiche generalmente più liberali. Ardente, ascetico e quanto mai generoso, era consumato da un desiderio apostolico per la conversione dell’Inghilterra. Pensava che questa fosse ormai a portata di mano e infiammava Wiseman con la sua Fede. Da quell’incontro il centro degli interessi di Wiseman cambiò. Egli divenne il capo dell’ancor piccolo gruppo che credeva fermamente nel rapido ritorno dell’Inghilterra al cattolicesimo. Si dette quindi molto da fare in conferenze e prediche e, nel 1836, trascorse anche un anno a Londra dove contribuì a fondare con Daniel O’Connel il periodico cattolico “Dublin Review”. 

Nel 1840 occorse una redistribuzione delle zone amministrative dei cattolici inglesi e vennero eretti tre nuovo vicariati: Lancashire, Yorkshire e Galles. Nello stesso tempo l’ex distretto delle Midlands venne diviso in due zone, quella centrale e orientale. Monsignor Wiseman venne scelto come vescovo ausiliario del distretto centrale e preside del collegio di Oscott. Il primo gruppo di convertiti, a cui si era unito nel 1834 il giovane architetto Augustus Welby Pugin, formava un piccolo sodalizio compatto, unito dai vincoli familiari a quella parte di antichi cattolici nei più cordiali rapporti con Roma. Le loro attività comprendevano la fondazione di monasteri, ricerche archeologiche e studi letterari.

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Augustus Welby Pugin

Il carattere degli spontanei e cordiali rapporti di Wiseman, spiega in qualche modo l’isolamento che lo circondò durante gli anni di Oscott, dal 1840 al 1845. Egli fece liete accoglienze alla pubblicazione del Tract XC di Newman e alla tendenza romanofila dei suoi seguaci, ma durante il periodo della sottomissione di Newman alla Chiesa cattolica nel 1845, la sua posizione fu molto difficile. Molti preti si dimostrarono avversi al suo interesse per la chiesa alta anglicana e i vescovi pensavano, del resto, che egli avesse dato troppa importanza al mero entusiasmo. Il clero si fece progressivamente più diffidente in merito alle sue preoccupazioni per coloro che non erano ancora entrati nella Chiesa di Roma. In quel tempo, dunque, già tutti i semi delle sue future disgrazie erano stati gettati, ma il suo trionfo si stava comunque avvicinando. Wiseman  aveva infatti un grande punto a suo favore, quel carattere tenace e quella determinazione che gli permettevano di attuare ogni progetto. Peccato però che fosse totalmente privo della capacità di convincere gli altri delle sue buone idee.

A rendere più netto il contrasto con l’antica gerarchia era al lavoro nel distretto delle Midlands, incaricato della missione di Coventry, William Bernard Ullathorne (1806-1889) che, nel 1846, si unì a Wiseman come vescovo e che per quarant’anni sarebbe stato il punto di riferimento per la tradizione cattolica in Inghilterra.

Figlio di un commerciante dello Yorkshire, il giovane William a quindici anni si arruolò come mozzo su una nave e partì per mare. All’età di diciannove anni decise di entrare nel noviziato nella casa benedettina di Downside. Ordinato nel 1832, venne inviato dai superiori come vicario generale in Australia. Ritornò in patria nel 1840 con una provata reputazione di uomo del fare, consolidata dal carattere schietto e dall’essere un predicatore potente ed efficace. Fu nuovamente a Coventry e poi a Birmingham, dove visse per quarant’anni e fu vescovo di quella diocesi dalla sua costituzione nel 1850 fino al 1888. Molto amato dai cattolici, fu amico di Newman e, nel corso della sua azione pastorale, seppe guadagnarsi la fiducia del laicato che sempre lo sostenne in ogni battaglia. Fu in tutti i sensi un tipico rappresentante dell’antico cattolicesimo, del suo senso comune, della sua forza e della sua tenacia, dello spirito della Congregazione benedettina inglese, religiosa e missionaria. Ullathorne ebbe quindi il compito di dirigere il disordinato coro del vecchio clero inglese, mentre il centro della scena, ancora una volta, era riservato a Wiseman.

William Bernard Ullathorne, arcivescovo di Birmingham
William Bernard Ullathorne, arcivescovo di Birmingham

Due nuovi, importanti problemi, richiedevano infatti una soluzione: prima di tutto bisognava accogliere adeguatamente tutti i convertiti illustri dall’anglicanesimo come Newman, e sua fu la responsabilità di sistemarli adeguatamente. Negli anni successivi poi, la popolazione cattolica aumentò rapidamente per l’immigrazione irlandese causata dalla carestia innescata dal fallimento del raccolto delle patate. A fronte dell’aumento notevole dei cattolici in Inghilterra, la Santa Sede decise di portare i quattro vicariati inglesi a otto e Wiseman, pochi mesi dopo essere stato nominato vicario apostolico a Londra, organizzò un piano missionario emergenziale.

Finalmente, il 19 settembre 1850, a seguito di numerose pressioni da parte degli ecclesiastici e dei laici inglesi, tenendo conto del rapido aumento dei cattolici sull’isola, Papa Pio IX ripristinò ufficialmente la gerarchia in Inghilterra con la bolla Universalis Ecclesiae ed eresse una sede metropolitana e dodici vescovati. Al sistema dei vicari apostolici che governavano la Chiesa direttamente in nome del Papa vennero sostituite le diocesi: l’Inghilterra finiva quindi di essere una terra di missione per ridiventare, a pieno titolo, uno dei paesi della cattolicità. Le sedi vescovili nel 1851 erano Westminister, Beverley – abolita nel 1878 e divisa nelle nuove sedi di Leeds e di Middlesbrought – Birmingham, Clifton, Hexham – poi Hexham e Newcastle – Liverpool, Newport e Menevia, Northampton, Nottingham, Palymouth, Salford, Shrewsbury e Southwark. Pio IX decise di non restaurare le diocesi come erano prima della Riforma, forse per osservare il divieto imposto da Giorgio IV di utilizzare in ambito ecclesiastico i vecchi titoli. Questa legge implicita non fu invece osservata, peraltro senza alcuna conseguenza, quando fu ripristinata la gerarchia in Scozia nel 1878. Scomparve il titolo cattolico di arcivescovo di Canterbury e Nicholas Wiseman divenne cardinale con il titolo di arcivescovo di Westminister, primate della Chiesa cattolica in Inghilterra.

Le reazioni delle ali più protestanti della chiesa inglese non si fecero attendere: mentre Wiseman pronunciava parole di gioia e conforto per tutti i cattolici dell’impero britannico, a Londra si svolsero pubbliche manifestazioni e le effigie del nuovo cardinale vennero bruciate per le vie. A livello legislativo l’opposizione parlamentare sfruttò il momento favorevole per approvare, nel 1851, un progetto di legge per i titoli ecclesiastici. Il provvedimento stabiliva una multa di 100 sterline per qualsiasi vescovo cattolico che assumesse il titolo di una sede territoriale. Rimase fortunatamente lettera morta e fu respinto definitivamente vent’anni più tardi. L’indignazione del momento si calmò comunque rapidamente e il pubblico interesse sulla faccenda si attenuò in breve tempo.

La nuova gerarchia inglese si mise subito all’opera e tenne il primo sinodo a Birmingham nel 1852. In questo periodo, dopo aver raggiunto l’apogeo, cominciò però la parabola calante della vita pastorale del cardinale Wiseman che iniziò a scontrarsi con il clero diocesano e i nuovi vescovi che, memori della mutua indipendenza dei vicari apostolici, rivendicavano una maggior autonomia. Così, per far fronte ai nuovi problemi e al lavoro della diocesi, Wiseman persuase Roma a concedergli un coadiutore, il vescovo George Errington di Playmouth, cui vennero dati il diritto di successione e la promozione ad arcivescovo di Trebisonda in partibus infidelium, cioè vescovo puramente nominale di una diocesi ormai soppressa a causa della mancanza di cattolici nella regione. Errington era stato vice-rettore di Wiseman a Roma e aveva lavorato con lui ad Oscott ma, nonostante la confidenza maturata negli anni, non esisteva questione per cui il cardinale era disposto a delegare totalmente l’autorità senza diritto di appello e, naturalmente, la loro collaborazione non funzionò. Errington fu quindi allontanato nel 1858 e Wiseman, sul finire della sua vita, trovò finalmente il conforto di una grande amicizia nel suo nuovo consigliere, Henry Edward Manning (1808-1892), un convertito dall’anglicanesimo che condivideva con lui lo stesso amore per Cristo e per l’autorità del Papa.

Wiseman morì nel 1865 e con lui si concluse la prima fase della rinascita cattolica inglese del XIX secolo. Aveva reso facile la via ai primi convertiti, aveva contribuito a restaurare la gerarchia in Inghilterra e aveva provveduto all’accoglienza dei molti nuovi proseliti. C’era qualcosa di ingenuo e di fanciullesco nella sua visione della presunta nuova primavera della Chiesa cattolica sull’isola, con moltitudini numerose che si sarebbero convertite dal protestantesimo alla vera Chiesa di Cristo, ma resta indiscutibile che compì un grandissimo lavoro che non sarebbe stato possibile senza la sua lungimiranza. Non ultimo lasciò ai cattolici inglesi un’eredità preziosa: il giovane Manning. 

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