Il giorno in cui G. K. Chesterton invitò a merenda l’umanità

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di Luca Fumagalli

La risata è la cifra poetica ed esistenziale di G. K. Chesterton. Il sorriso che sovente si dipingeva sul suo pingue faccione era la dimostrazione più evidente di quella gioia di vivere che animava tanto la penna quanto la quotidianità. Da solo o in compagnia, lo scrittore era spesso preda di una gioia improvvisa, nata nel silenzio di un pensiero da tempo meditato e germogliato in un istante. Il suo corpo, come una grancassa, cominciava allora a vibrare e dalle labbra usciva un suono potente, acuto, ma mai sguaiato. Ne nasceva un contagio irresistibile e tutti, grandi e piccini, ridevano con lui.

La stessa magia, la strana sensazione di averlo lì al proprio fianco, la prova anche il lettore dei suoi capolavori. Se qualcuno dovesse mai chiedere cosa rende diversa l’esperienza della lettura di un romanzo di Chesterton da quella di qualsiasi altro autore è presto detto: un libro di Chesterton non lo leggi, è lui che legge te. Sedersi e aprire un’opera dello scrittore inglese è esattamente come prendere posto nel confessionale. Tra le pagine, fitte di dialoghi brillanti e avventure improbabili, ognuno può ritrovare un pezzo di sé che credeva perduto o che addirittura non aveva neanche sospettato esistesse. Come in uno specchio il lettore si riscopre; messo innanzi al baratro dell’esistenza è chiamato all’opzione tra il bene e il male, una decisione che implica niente meno che l’eternità. Poco prima di morire, mentre si trovava a letto, in uno dei pochi momenti di parziale ripresa Chesterton ebbe modo di sussurrare: «La posta in gioco è assai chiara. È tra le tenebre e la luce e ognuno deve scegliere da che parte stare».

La risata e la gravità della vita si incontrano nello strumento privilegiato della narrativa chestertoniana: il paradosso. La sfida lanciata all’opinione comune prende le mosse dalla costatazione che tutta l’esistenza, a partire dalla Croce, null’altro è se non una gigantesca contraddizione. Quel Dio che si è fatto uomo e che è addirittura morto per le sue creature è solo il momento apicale di quell’intruglio bizzarro che chiamiamo vita: «Siamo solo polvere? Eppure che bella cosa è la polvere». Nella gioventù lo stesso Chesterton sperimentò la tentazione del nichilismo, la sensazione che la realtà fosse solamente un grande inganno, anzi, il più grande degli inganni. Eppure essersi spinto fino alla possibilità della negazione più radicale fu proprio ciò che gli restituì un’ammirazione ancora maggiore per la fragile, ma reale bellezza del cosmo. La risata, allora, non è uno sciocco strumento di evasione, ma è la più profonda e genuina preghiera partorita dall’uomo, è una lode di ringraziamento levata a Dio per il solo fatto di esserci.

L’uomo che ride (Cantagalli/Il Foglio 2011) è un’avventura, capitolo dopo capitolo, attraverso la vita di Chesterton, i suoi romanzi e i tanti personaggi che gravitarono intorno a lui. È la storia della sua duplice conversione, quella al cattolicesimo e alla letteratura, raccontata con stile accattivante e grazie a un sapiente intreccio citazionistico. Edoardo Rialti, docente e saggista, crea un percorso ideale che si snoda dall’infanzia fino alla morte dell’autore, alternando la linea biografica ad approfondimenti riguardanti gli aspetti più significativi della poetica di Chesterton come la religione, la critica al nazismo e l’economia.

Se la bibliografia dedicata al grande scrittore inglese negli ultimi anni è diventata piuttosto corposa anche in Italia, questo è da imputare al fascino che la sua letteratura e la complessa personalità continuano a esercitare ancora oggi, a ottant’anni dalla morte. Amato da Ghandi, Collins e Mussolini, Chesterton può a ragione essere considerato tra i più grandi, se non il più grande scrittore cattolico dell’ultimo secolo. Nei suoi libri, tra caciotte, cavalieri, artisti, investigatori, bottiglie di rum e pinte di birra è sempre presente una sottotraccia cristiana che si esplica nella costante lode alla vita. Anche nei momenti più cupi e dolorosi, la speranza che sorregge l’esistere non viene mai meno. Ed è questo uno dei motivi per cui la sua prosa passa con tutta facilità dalla battuta raffinata al dialogo commovente, dalla satira graffiante al sarcasmo. Un volta, mentre si trovava a New York, festeggiò con entusiasmo il giorno del Ringraziamento e levando il calice divertì alcuni, e irritò altri, sostenendo che pure gli inglesi dovrebbero festeggiarlo, per ringraziare i padri pellegrini di essersi levati di torno.

Chesterton era fatto così, ma proprio per questo piaceva tanto anche al Papa. Nella statua mutilata di una Madonna vista in Polonia leggeva la forza dell’intercessione della madre di Gesù che implorava pietà per gli uomini, e rappresentò la Chiesa nel suo famoso Padre Brown, un ometto apparentemente goffo e inadeguato, ma capace di illuminare il mondo con la pietà e la saggezza. Nella semplicità di un’immagine era capace di condensare un significato altissimo e la difficoltà dei suoi libri è la figurazione più eloquente di una realtà che, preda della secolarizzazione, fa sempre più fatica a capire se stessa. Pio XI gli manifestò paterna simpatia arrivando addirittura a chiamarlo “Difensore della fede” (forse anche il Papa era stato contagiato dall’umorismo dello scrittore se si pensa che l’ultimo inglese ad aver ricevuto quel titolo fu il non proprio esemplare  Enrico VIII).

In occasione del Natale del 1886, Chesterton scrisse un singolare biglietto in cui invitava tutta l’umanità a casa sua per un corroborante tè pomeridiano. L’invito è ancora valido, forse il tè è finito, ma poco importa. Per i ritardatari Chesterton ha riservato la sorpresa più bella di tutte: una parola capace di svelare il segreto della felicità.

Il libro: Edoardo Rialti, L’uomo che ride, Siena, Cantagalli/Il Foglio, 2011, pp. 170, 15 Euro

2 Commenti a "Il giorno in cui G. K. Chesterton invitò a merenda l’umanità"

  1. #Daniela Giarla   14 febbraio 2016 at 1:39 pm

    Che meraviglia! Grazie, Luca!

  2. #Maria   16 febbraio 2016 at 4:36 pm

    Finalmente! Qualcosa che ci mette di buon umore .