La prima domenica di Quaresima

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di Mattia Rossi

La I domenica di Quaresima è tra le domeniche più “spiazzanti” (e, quindi, radiospadista) del repertorio gregoriano. E lo è allo stesso modo in cui lo è anche – non a caso – la I domenica d’Avvento.

Le analogie tra le due domeniche introduttive ai due tempi penitenziali del ciclo liturgico cattolico risaltano subito all’occhio in merito alla loro composizione scritturale.
Come la I d’Avvento è modellata sul salmo 24 (per lo meno l’introito, il graduale e l’offertorio), così la I di Quaresima è interamente costruita su un’unica fonte biblica: il salmo 90. Tutti i cinque brani del Proprium (introito, graduale, tractus, offertorio e communio) hanno un testo derivato dal salmo 90.
Si tratta di quello stesso salmo che, citato dal demonio in persona, riecheggia nelle parole del vangelo delle tentazioni di questa I domenica di Quaresima: «Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano», recita il graduale citando le parole di Satana che invita Gesù a gettarsi dal pinnacolo del Tempio. 
Stesso tenore per le antifone di offertorio e communio che fanno risuonare lo stesso medesimo testo: «Scapulis suis obumbrabit tibi Dominus, et sub pennis eius sperabis: scuto circumdabit te veritas eius» (Il Signore ti avvolgerà con le sue ali e troverai rifugio tra le sue penne: la sua fedeltà ti difenderà come scudo).
Due brani testualmente identici, musicalmente differenti, ma al contempo simili: dagli andamenti ritmico-retorici complementari sino alle citazioni melodiche interne che si rimandano vicendevolmente. 
Questa totale uniformità della I domenica di Quaresima ben risponde a chi della “creatività” ha fatto la propria bandiera nell’inventarsi nuovi riti, nuovi repertori, nuovi canti, nuovi calendari… La Chiesa insegna tutt’altro: la vera esegesi, quella corretta, meditata e ponderata sul Verbum Domini, richiede forzatamente tempo, puntualità e precisione. E richiede anche, come risulta evidente, più di una occasione per comprendere appieno un medesimo testo.
Il modellare un’intera Messa (ben cinque brani!) sugli stessi testi e sulle stesse fonti, ma con melodie, estetiche, ritmi, accenti diversi fa un qualcosa che i più derubricherebbero a terribilmente monotono, ma che, in realtà, è totalmente insostituibile da un punto di vista cattolico: offrire ai fedeli una coralità (quella vera, non quella del laissez-faire dottrinale dell’attuale Babele) di spunti, interpretazioni ed esegesi. 
Il gregoriano, così, contribuisce davvero a formare un rito nel quale la Parola è una ed è ‘gustata’ in modi diversi, ma sempre complementari e, soprattutto, con la certezza che siano integralmente cattolici.
Le due domeniche – la I d’Avvento e la I di Quaresima -, però, hanno anche una seconda particolarità comune. 
I due introiti (Ad te levavi della I d’Avvento e Invocabit me della I di Quaresima) sono costruiti sullo stesso impianto di VIII modo.
Gli otto modi gregoriani, come testimoniato da Guido d’Arezzo, sono sempre stati visti come perfettamente adattabili «ai diversi stati d’animo». Questa sensazione fece da sfondo a tutte le riflessioni dei musicologi antichi fino a che, nel Settecento, l’abate Poisson scrisse un trattato di canto gregoriano nel quale condensò il pensiero dei predecessori riguardo agli otto modi. 
L’ottavo modo, quello in cui sono scritti i due introiti, venne definito come “perfectus“: è l’ultimo e, in quanto ultimo, è simbolo del compimento e della perfezione ultraterrena.
Un caso? Certo che no: come all’inizio dell’Avvento la Chiesa fa pregustare l’Incarnazione, così nella I di Quaresima, l’introito in modo perfectus fa “udire” il compimento della Quaresima nella perfezione della letizia pasquale e della Risurrezione.