[CHI MORRA’, VEDRA’] Il suffragio alle anime purganti

Continuiamo la pubblicazione, a puntate (undicesima), dell’operetta di don Dolindo Ruotolo “Chi morrà, vedrà… il Purgatorio e il Paradiso”. Buona lettura! [RS]

 

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La parola « suffragio » ha in sé il valore di un refrigerio dato a chi soffre, e di una soddisfazione o di un pagamento fatto per chi è compromesso o indebitato. Questo refrigerio e questo pagamento noi possiamo farlo o con le nostre possibilità spirituali, o con le ricchezze che Gesù Cristo ha donato alla sua Chiesa, e delle quali noi possiamo disporre in favore delle anime purganti.

Le nostre possibilità sono le opere buone, le elemosine, le penitenze e le preghiere. Le ricchezze della Chiesa a nostra disposizione sono la Santa Messa, suffragio dei suffragi, e le Indulgenze, con le quali si applicano alle anime purganti le innumerevoli ricchezze dei meriti di Gesù Cristo, della Vergine SS.ma e dei Santi. Con un atto, che si suole chiamare eroico, perché è la totale cessione che noi facciamo alle anime purganti di tutti i nostri meriti soddisfatori, e di tutte le ricchezze spirituali, delle quali potremmo disporre noi per pagare i nostri debiti, e risparmiarci le pene del Purgatorio, noi veniamo a spogliarci di tutto, e compiamo un atto di carità spirituale, che di per sé è già un suffragio di molto valore, che comprende tutti i singoli suffragi che possiamo fare.

 

Diamo un cenno di queste nostre possibilità di suffragio:

Le opere buone.

Le nostre opere buone, finché viviamo, possono essere meritorie, impetratorie e soddisfattorie, secondo che, meritando, ci danno diritto ad un nuovo grado di gloria in Paradiso, o muovono Dio a concederci qualche grazia particolare, o valgono a rimetterci una parte più o meno grande della pena che dobbiamo scontare o in questo mondo o nell’altro, per le colpe commesse.

E’ di fede che ogni opera buona, fatta nelle debite condizioni, è meritoria per il Cielo.

Le promesse dell’Evangelo sono chiare ed assolute a questo riguardo: E’ ricompensato il buon servo che fu fedele nelle piccole cose (Matt. 25, 23). Nel giorno del giudizio gli eletti entreranno nel possesso della gloria eterna per le loro opere di carità: Ebbi fame e mi deste da mangiare ecc. (Matt. 25, 35 ). Gesù, perché non avessimo a credere che solo le opere grandi saranno rimunerate, soggiunse: Se darete un bicchiere di acqua fresca ad un povero in nome mio, ne riceverete la ricompensa (Matt. 10, 42).

Le opere buone possono essere impetratorie, cioè possono equivalere ad una preghiera fatta per ottenere una grazia, e la preghiera sta proprio nel fare l’opera buona per amore di Gesù. Chi fa un dono ad una persona benefica, e lo fa per amore verso di lei, la impegna delicatamente ad esaudirla in qualche supplica che le fa, o, pur senza direttamente volerlo, perché un atto di amore interessato non sarebbe puro amore, attira l’attenzione amorosa della persona benefica sulle proprie necessità…

Giuditta e Davide digiunarono e distribuirono elemosine, la prima per ottenere la riuscita della sua impresa contro Oloferne, e Davide per ottenere la guarigione del figlio. Gesù stesso c’insegna a digiunare per scacciare i demoni impuri.

Tante volte le nostre preghiere sono sterili, perché non sono accompagnate da opere buone. Un atto di avarizia, per es., una persistente ostilità verso una persona, un atto di egoismo che sopprime la carità, ecc. possono essere ostacoli fatali alle preghiere che rivolgiamo a Dio, alla Madonna ed ai Santi. I voti che molte volte si fanno per ottenere grazie, in fondo non sono che la promessa o il proposito di fare un’opera buona per amore di Dio, come impetrazione più forte.

Le nostre opere buone, infine, sono anche soddisfattorie, cioè sono un pagamento e una riparazione per i nostri peccati. E’ di fede. Infatti ogni opera buona importa un sacrificio, ed ha sempre un carattere penitenziale, anche se il fervore della carità le rende facili e consolanti. Anzi, dice S. Tommaso, la virtù soddisfattoria si accresce per la carità più perfetta con la quale noi operiamo (In suppl. 3 p., q. 15, art. 2).

E’ evidente che non possiamo cedere il nostro merito per le opere buone, perché il merito ha un carattere personale, ed è inalienabile, ma possiamo applicare alle anime purganti il valore impetratorio e soddisfattorio delle opere buone. Se possiamo ottenere grazie, guarigioni e conforto per i nostri fratelli viventi, e possiamo fare atti di riparazione per i loro peccati, lo possiamo fare anche per le anime purganti. E’ un atto di carità purissimo privarci del vantaggio di soddisfare per noi, soddisfacendo per gli altri e per le anime purganti con preghiere, con opere buone e con atti penitenziali. Questo atto di carità poi, essendo perfetto, purifica l’anima nostra con l’amore che lo ispira.

Le condizioni che si richiedono perché un’opera buona sia applicabile alle anime del Purgatorio, sono queste:

1° – che sia fatta in maniera soprannaturale, per amore di Dio;

2° – che sia fatta in stato di grazia, poichéé col peccato mortale sull’anima non si può soddisfare né per sé , né per gli altri;

3° – che sia fatta con l’intenzione di appliccarla alle anime purganti.

L’atto eroico di carità

L’atto detto eroico, al quale abbiamo accennato prima, è proprio la cessione fatta alle anime purganti di tutte le ricchezze espiatorie delle nostre opere buone, e di tutte le ricchezze della Chiesa, che potremmo riservare per nostro vantaggio.

E’ un atto di carità assai gradito a Dio, e che riesce di grande vantaggio per noi, impegnando la misericordia e la generosità divina verso di noi, e impegnando le anime purganti a pregare per noi ed a soccorrerci.

Per dimostrare il gradimento di Dio per questo atto di carità, citerò un fatto avvenutomi nella fanciullezza.

Verso il 1890, venne un Gesuita, che era stato maestro di matematica di mio padre, e ci parlò di tante cose spirituali, e in particolare dell’atto eroico, esortandoci a farlo. Doveva essere nel novembre del 1890. Il gesuita era il Padre Salvatore De Filippis. Io avevo otto anni, e benché sempre deficiente e fanciullo, fui colpito dal discorso sull’atto eroico, e decisi di farlo io, e farlo fare al mio fratello maggiore Elio che aveva dieci anni.

Ma come farlo? Avevo capito la bellezza dell’atto, ma non avevo capito come farlo.

Allora, nella mia ingenuità, dissi a Gesù: « Quanto desidero un libretto che me lo spieghi; una copia per me, ed una per mio fratello! ». Mi addormentai con questa preghiera. Al mattino accompagnavo mia madre alla Chiesa detta del Purgatorio, per la Messa e la Comunione che essa faceva ogni giorno. Io non avevo ancora fatto la prima Comunione. Abitavamo al Vico Nilo N° 26, nei pressi della piazzetta Corpo di Napoli. Erano le 4,30 circa del mattino, e pioveva dirottamente. Il vico Nilo non aveva marciapiedi, e l’acqua passava come un torrente nel mezzo. Ci accostammo, mamma ed io al muro di destra, per non essere travolti. Alla metà circa del vicolo, io vidi una cosa bianca, trascinata dall’acqua, e, per curiosità, mi avanzai nell’acqua per prenderla. Erano due libretti, e con mia sorpresa avevano questo titolo: Spiegazione del voto eroico per le anime purganti. Esattamente uno per me ed uno per mio fratello. Certo non fu a caso che, con quella pioggia e in quell’ora, si trovassero travolti dall’acqua i due libretti, e proprio due. Il Signore volle esaudire la mia preghiera, e fin d’allora feci l’atto eroico per le anime purganti.

L’elemosina

Noi possiamo sollevare le anime purganti non solo con le opere buone in generale, ma con determinate opere buone, che sono per loro come un balsamo salutare. Tra tutte le opere di carità evangelica, nella Sacra Scrittura ci è raccomandata con insistenza l’elemosina. « L’elemosina – diceva l’Angelo a Tobia – libera dalla morte ed essa è che purifica dai peccati e fa trovare la misericordia e la vita eterna » (Tobia 12, 9). L’Ecclesiastico dice che come l’acqua spegne il fuoco ardente, l’elemosina espia i peccati (Eccl. 3, 33). Il Nuovo Testamento parla della carità e dell’elemosina con tali espressioni, che pare sia promessa ricompensa a quelli solo che praticano questa virtù, ed il giudizio universale ha per oggetto principale la carità e la beneficenza. Il fare perciò l’elemosina con l’intenzione di applicarne il frutto impetratorio e soddisfattorio per le anime del Purgatorio, è di grande conforto per quelle anime.

I poveri stessi nel chiedere l’elemosina hanno quasi l’intuito di questo sollievo che l’elemosina reca alle anime purganti, domandandola in loro nome, e ringraziando chi la fa, con una parola che è come la soddisfazione del sollievo dato a quelle anime. A Napoli, per es., i poveri dicono: « Signurì, refrescate ll’anema d’ò Purgatorio ». E quando ricevono l’elemosina, dicono: « Frisch’all’anema e tutt’e muorte vuoste » o simili frasi.

Il sollievo dato alle anime purganti poi si accresce anche per le preghiere che i poveri fanno per i loro benefattori; preghiere che Dio ha promesso di esaudire in modo speciale: « Il Signore esaudì il desiderio dei poveri i (Salmo 2, 37). Per queste preghiere hanno vantaggio anche quelli che fanno l’elemosina vivendo in peccato mortale, e quindi nell’impossibilità di meritare; la preghiera del povero può impetrare per loro la conversione, e quindi la salvezza eterna.

Parlando dei poveri, non intendiamo parlare degli accattoni, i quali non sono poveri ma sfruttatori della carità. Però facciamo notare che un Sacerdote sulla pubblica via, deve fare l’elemosina anche a quelli che conosce come accattoni, per dare il buon esempio agli altri, perché c’è il pregiudizio che i Sacerdoti non fanno la carità, ed un’elemosina è la smentita di questo calunnioso pregiudizio. Allora l’elemosina si fa all’accattone per glorificare Gesù nella carità pubblica. Se si vuol fare l’elemosina facendo… un processo interno a colui che la domanda, non la si farebbe mai. La generosità è sempre larga di cuore e ricca di amore, e non va troppo per il sottile nel donare per amore di Gesù. Se i poveri sono indegni di essere soccorsi o ingrati a chi li soccorre, Gesù, per amore del quale deve farsi sempre l’elemosina, è sempre infinitamente degno di essere soccorso, ed è infinitamente generoso nel ricompensarla.

La mortificazione e la penitenza

Un altro mezzo per soccorrere le anime purganti, è la mortificazione e la penitenza, che sono opere soddisfattorie per eccellenza, essendo un diretto riscatto dei peccati commessi, ed un pagamento per i peccati commessi dalle anime purganti.

Dolorosamente nel nostro tempo il valore della mortificazione e della penitenza è completamente sconosciuto ai fedeli e persino alle anime consacrate a Dio. La quaresima, tempo sacro, che attirava grandi misericordie sull’umanità peccatrice, è scomparsa, e le operazioni liturgiche della S. Messa, che si dicono nel tempo di Quaresima, sembrano una irrisione. Il Sacerdote infatti prega in tanti modi che sia santificato il digiuno, che non facciamo più, e supplica la misericordia divina a tener conto della nostra mortificazione, quando noi non la pratichiamo. E’ colpa dei fedeli se la Chiesa ha soppresso i digiuni quasi totalmente, perché li ha soppressi per evitare altri peccati, dato che non erano osservati. Eppure Gesù ha detto che, se non facciamo penitenza, periremo (Luca 13, 3). I peccati non sono diminuiti, ma purtroppo si sono accresciuti spaventosamente, e attirano sulla terra continui flagelli.

Forse il pensiero di soccorrere le anime purganti con la mortificazione e con la penitenza potrebbe muovere molti a praticarle, per quell’amore che ci lega a loro.

La nostra giornata terrena peraltro è ricca di occasioni di praticare queste virtù, e bisogna profittarne, se vogliamo espiare i nostri innumerevoli peccati, e soddisfare per i peccati delle anime purganti. La vigilanza nel levarsi al mattino, senza impoltrire nel letto, la pena del freddo d’inverno e del caldo nell’estate, la ripugnanza di un cibo che non ci piace, la pena dei malanni che ci affliggono, la pazienza nelle contrarietà, i dolori morali che ci fanno agonizzare, e simili cose sono preziose occasioni per far penitenza, e per suffragare le anime purganti. E’ da stolti subire i dolori della vita sopportandoli impazientemente e lamentandosene come una fatalità, se non addirittura con un senso di ribellione verso il Signore, la Madonna ed i Santi. Come è una grande stoltezza cercare sempre di divertirsi e di godere, e smarrirsi nelle vanità della vita, che possono condurre l’anima alla eterna dannazione. Portiamo la croce con grande rassegnazione, per amore di Dio, senza lamentarci e senza inveire, e la croce ci farà soccorrere le anime purganti, e ci farà camminare verso l’eterna felicità. Non vogliamo soddisfare tutte le esigenze del nostro egoismo, teniamo a freno la nostra corrotta e ribelle natura con la penitenza, ed avremo anche la gioia di dominarci, di godere della libertà dello spirito, e di ridurre le pene stesse della vita, perché l’unione alla Divina Volontà e la pazienza sono un balsamo a tutte le pene della vita.

L’agitarsi, il lamentarsi, il ribellarsi, il disperarsi sono… amplificatori delle pene e delle angustie della vita.

 

[segue]