Il cattolicesimo inglese nell’età vittoriana. Quarta e ultima parte: tra questione sociale e rinascita culturale

di Luca Fumagalli

Durante tutta l’epoca vittoriana la grande massa dei cattolici poveri crebbe e soffrì miserie di ogni sorta. Dietro le strade delle principali città del paese si aprivano i cortiletti dall’acciottolato sporco e ineguale; nelle piccole case cadenti, una addosso all’altra, affollate e antigieniche, risiedeva la maggior parte della povera gente, costretta quotidianamente al duro ritmo del lavoro in fabbrica, senza alcuna speranza per un domani migliore. Le famiglie dell’antica fede trovarono, in queste zone periferiche, il loro principale sostegno nel sacerdozio cattolico e, oltre ai preti missionari, un supporto al popolo era offerto dal clero inglese, da quello irlandese e dal lievito dei neo-convertiti.

Fra questi missionari, ad aver forse maggiore successo furono quelli più in contatto con i poveri, come Padre Aloysius Gentili, uno dei membri dell’Istituto della Carità del Rosmini e Padre Domenico Barberi, passionista, già celebre per aver accolto Newman nella Chiesa. Nonostante i pregiudizi contro i forestieri, vi era in quegli anni del primo periodo vittoriano un’ammirazione apertamente espressa per la dignità di carattere e i pregi morali dei sacerdoti.

Passata la metà del secolo, scomparsi questi primi esempi di vera carità cristiana, gli ordini religiosi ripresero l’intensa attività missionaria in tutta l’isola. Oltre ai Cappuccini e ai Francescani, i Redentoristi e i Gesuiti furono probabilmente quelli che ricevettero in proporzione la parte più larga delle nuove vocazioni per il clero regolare. Questi nuovi convertiti si dedicarono così a un’opera che aveva le sue radici nel lavoro per il povero.

Nel caso della Compagnia, essa rappresentò un elemento importante in Inghilterra, la cui influenza rimase cospicua per mezzo secolo durante gli anni dell’espansione che, partendo da Stonyhurst, vide la fondazione di Farm Street, Manresa House e il Beaumont College, tutte istituzioni scolastiche determinanti per la formazione della futura classe dirigente inglese fedele al Papa. Il loro ruolo crebbe con il progredire del regno, mentre i collegi riconosciuti venivano rinforzati dalle grandi scuole diurne del nord che offrivano un mezzo attraverso il quale i figli degli operai residenti in aree industriali potevano giungere a un livello economico più adeguato.

Allo stesso modo i Redentoristi, la cui figura più significativa rimane Padre Robert Coffin, che divenne vescovo di Southwark negli ultimi anni della sua vita, si impegnarono in opere pie, prediche e sermoni, facendo della questione sociale il fulcro della loro azione pastorale.

Fra gli effetti più duraturi del movimento di conversione del XIX secolo è da ricordare l’aumento dei centri cattolici nella campagna inglese e la fondazione di case religiose. Mano a mano che le nuove proprietà cadevano in mano ai cattolici si estendeva il vecchio sistema di ravvivare il cattolicesimo nelle aree rurali e gli stretti legami fra le famiglie ricche contribuirono alla ripresa religiosa. Del resto i convertiti dall’anglicanesimo, sottoposti all’odio dalla famiglia e dai parenti che consideravano il gesto un grande tradimento nei confronti della patria e degli affetti più stretti, necessitavano di strutture e luoghi di accoglienza.

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Collante di questa ulteriore cementificazione del cattolicesimo isolano fu il cardinale Herbert Vaughan (1832-1903) che successe a Manning come arcivescovo di Westminister. Sodale con il predecessore sia dal punto di vista teologico – provava infatti un ardente e quasi cavalleresco attaccamento alla Santa Sede – che dal punto di vista pratico, Vaughan avviò i lavori per la costruzione dell’odierna cattedrale cattolica di Westminister. La sua tenacia di carattere si mostrò in pieno durante i negoziati che condussero alla Bolla Romanos Pontifices del 1880, nella quale vennero definiti i rapporti fra l’episcopato e il clero regolare. Vaughan riunì in sé la forza di secoli di persecuzione. Nutrì una profonda devozione per il Santissimo Sacramento, ebbe una maniera di vedere le cose del tutto spirituale e godette della fedeltà della vecchia classe dei proprietari terrieri, dei nuovi convertiti e degli immigrati. 

Se il pregiudizio nazionale contro il “papismo” rimase potente per tutto il periodo vittoriano, dagli anni ’70 e ’80 del secolo, dal punto di vista sociale, la situazione dei cattolici si andava appianando, gli alloggi e le condizioni dei lavoratori miglioravano così come il tenore di vita medio degli agricoltori.

Allo stesso modo, dopo secoli di nascondimento forzato, anche il cattolicesimo britannico iniziava a far sentire il proprio peso nella vita culturale del paese. In particolare tre figure si rivelarono determinanti in questo senso, attirando l’attenzione di quanti si trovavano fuori dalla Chiesa: Lord John Dolberg-Acton, Padre Tyrrel e il Barone Friedrich von Hügel. Dolberg-Acton e von Hügel erano laici, cattolici per eredità, che vissero e morirono in comunione con la Santa Sede nonostante le loro posizioni teologiche liberali ed eterodosse; Tyrrel, convertito dal protestantesimo e poi sacerdote capofila del modernismo anglosassone, morì sotto scomunica.

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Padre Tyrrel

Lord Acton univa un serio gusto per la politica liberale allo studio della storia, concepita come sviluppo verso uno stato di perfezione e di progressiva libertà. A causa della sua posizione teologica ascrivibile ai piccoli quanto effimeri gruppi del progressismo ebbe pessimi rapporti con Manning e, in generale, con l’episcopato inglese. L’ultima parte della sua vita, dopo la riappacificazione con Vaughan e l’occupazione della cattedra di storia moderna a Cambridge, fu serena.

Il Barone von Hügel, figlio del ministro d’Austria presso la corte toscana, mostrava invece un’attenzione incessante ai problemi di spiritualità. La sua religione personale era profonda e nutrì una costante devozione per il Santissimo Sacramento, ma i suoi tormenti e le sue inquietudini intellettuali lo portarono a contatto con il modernismo continentale condannato da San Pio X nell’Enciclica Pascendi. 

Pur con tutti i limiti evidenziati, queste tre figure aprirono la strada a quel grande fermento culturale cattolico che si stava sviluppando nell’Inghilterra vittoriana, in particolar modo a partire dal 1850.

Come testimoniano i molti romanzi dell’epoca, l’amore dei cattolici verso le lettere assunse una connotazione non più esclusivamente saggistica, lasciando progressivamente spazio a un gusto colto per la letteratura artistica. Nella quasi totalità dei casi, però, la diminuzione della produzione accademica non significò la morte dell’apologetica, che anzi trovava nuova linfa e nuova capillarità diffusiva proprio grazie a una letteratura più godibile e diretta. Ecco allora che al fervorino, alla predica in parrocchia e nelle piazze – una tradizione quindi sostanzialmente orale e locale – si sostituì un’apologetica di matrice antiprotestante e poi una letteratura del medesimo taglio che, nelle pieghe delle storie e dei caratteri, diffondeva le idee del cattolicesimo contro le pretese di un anglicanesimo sempre più in crisi davanti ai mutamenti dei tempi.

Tre scrittori che godettero di un certo prestigio venivano direttamente dai grandi collegi  ecclesiastici. Il primo, Lafcadio Hearn, ne subì solo un’influenza superficiale mentre William Francis Barry, al contrario, fu un sacerdote impegnato sia nell’educazione della gioventù isolana come professore al Birmingham Theological College e poi a Oscott, sia nella scrittura. Il suo talento multiforme, consacrato con il primo romanzo del 1887, La nuova Antigone (The new Antigone), gli valse l’etichetta di primo romanziere cattolico moderno. Il terzo, Frederick Rolfe, dopo essersi convertito al cattolicesimo a ventisei anni ed essere stato battezzato da Manning, accarezzò per un breve tempo l’idea del sacerdozio soggiornando a Roma presso il collegio scozzese. Falliti gli studi, spese l’ultima parte della sua esistenza a Venezia dove condusse una vita da bohemienne che lo portò a una morte prematura in estrema povertà. Soprannominato Baron Corvo, Rolfe scrisse alcuni romanzi eccentrici, ma fu anche ritrattista, lasciando alla sua scomparsa alcune pitture devozionali e varie fotografie. L’opera per cui maggiormente lo si ricorda è il romanzo fantastorico Adriano VII (Hadrian the Seventh), edito nel 1904. Il libro è un’autobiografia fantastica venata di graffiante satira in cui si narrano le vicende di un oscuro letterato inglese che, eletto papa, si impegna a rifare il mondo secondo i suoi desideri.

Sul versante opposto, per quanto riguarda gli autori caratterizzati da uno stile piano che procede lineare e tranquillo, si ricordano monsignor Francis Bickerstaffe-Drew, che conseguì sotto le pseudonimo di John Ayscough un certo successo con il suo San Celestino, e Montgomery Cermicheal con il libro John William Walshe, una biografia romanzata e fantasiosa del viaggio del padre in Italia.  

Di carattere più spiccatamente apologetico sono le solide biografie cattoliche di Miss J. M. Stone e le opere di Wilfrid Philip Ward tra cui La vita e l’epoca del cardinal Wiseman (The Life and Times of Cardinal Wiseman), La vita del cardinal John Henry Newman (Life of John Henry, Cardinal Newman) e il bel documento sociale, misericordioso nei procedimenti ma orrido negli effetti, Sullo scrupolo del povero (On poor scruple), edito nel 1899.

James Britten, il botanico fondatore nel 1884 della “Società della Verità cattolica” (CTS) che si occupava della propaganda attraverso la pubblicazione di libri sia apologetici che spirituali, manifestò attraverso tutte le sue opere un carattere incantevole, fuori da ogni convenzione, sia che scrivesse di religione, come in Perché ho abbandonato la Chiesa d’Inghilterra (Why I left the Church of England), sia che dissertasse di botanica.

Questi scrittori e predicatori rappresentavano coloro i quali erano in stretto rapporto e, nel caso di Rolfe, antagonistico contatto con la mentalità della Chiesa e con la sua organizzazione, influenzando un numero di persone davvero cospicuo.

L’incontro del cattolicesimo con la letteratura inglese e il vasto pubblico dei lettori ebbe il suo massimo sviluppo alla fine del secolo, fra gli anni 1880 e il 1905. L’avvento del cattolicesimo come argomento popolare si può far risalire grosso modo a La storia di Henry Esmond (The History of Henry Esmond) di William Thackeray, che narra le imprese di un giovane cattolico devoto agli Stuart, e a Walter Scott, i cui romanzi caratterizzavano l’antica fede come un qualcosa di misterioso ma, allo stesso tempo, romantico e solenne. L’alba del “cattolicesimo per il lettore” si era inaugurata però con l’Helbeck di Bannisdale (Helbeck of Bannisdale) scritto nel 1898 da Humphry Ward, pseudonimo di Mary Augusta Ward.

Mary Augusta Ward
Mary Augusta Ward

Il tardo XIX secolo si caratterizzò invece, sempre nel contesto letterario cattolico, come un approccio generalista e spesso superficiale ai temi della fede, utilizzati con scarsa consapevolezza o addirittura come meri pretesti estetici. Si era, del resto, nel pieno periodo decadente che si risolse in un’inesorabile crisi di quella romanzistica apologetica tipica degli anni precedenti che sopravvisse quasi esclusivamente nell’opera filosofica del cardinale Newman e di Wilfrid Ward.

In questo senso può essere letta l’esperienza di Walter Pater che, con il suo carisma, contribuì a una tenue spinta verso il cattolicesimo del gruppo che faceva capo alla rivista letteraria “Yellow Book”, pubblicata a Londra tra il 1894 e il 1897. La cifra distintiva di questo autore era la simpatia per la cultura cattolica rinascimentale, anche se il suo gusto letterario non raggiunse mai una consapevolezza tale da mutarsi in azione o elevarsi alla sfera morale. Lo studio Sebastian van Storck, dedicato all’Olanda del XVII secolo e alla filosofia di Spinoza, rivela come questa simpatia fosse un po’troppo percettiva.

Tra i frutti più prossimi dell’opera di Pater è da citare Ernest Dowson, poeta decadente, che però non seppe approfondire troppo quell’atteggiamento religioso nato a contatto con il gruppo degli scrittori della rivista.

Di altro spessore è la poesia L’angelo oscuro (Dark angel) di Lionel Johnson in cui è rappresentato il senso penoso di quel conflitto morale che sperimenta un convertito dalla fede risoluta ma dalla vita instabile, vissuta tra alcolismo e vizi estetizzanti.

Gerard Manley Hopkins rimase invece una figura piuttosto isolata. Pur appartenendo cronologicamente al tardo periodo vittoriano, il gesuita mostrò nella profondità della sua scrittura un’anima troppo consapevole e profonda per essere paragonata alla letteratura media dell’epoca, in cui banalità e manierismo si confondevano spesso in prodotti indigesti.

Gerard Manley Hopkins
Gerard Manley Hopkins

Sul versante più tradizionale si presenta l’interessante vicenda di Coventry Patmore che, per i suoi contemporanei, fu una grande figura di poeta e letterato. Amico di Hopkins, nutriva una penosa avversione per Manning ma aveva una vita religiosa personale profonda e sincera, così come un attaccamento imperioso per l’arte. Il suo lavoro più famoso, che mostra anche la caratura di questo vecchio letterato, è un poemetto narrativo intitolato L’angelo nella casa (The Angel in the House) che racconta un ideale matrimonio felice.

Più in armonia con i suoi contemporanei e la gerarchia ecclesiastica cattolica fu Francis Thompson, il cui poema più significativo, Il segugio del cielo (The Hound of Heaven), racconta la ricerca di un’anima da parte di Dio. Il suo nome rimase indissolubilmente legato a quello della poetessa Alice Meynell che godette di un certo seguito a fine secolo.

In Inghilterra, alla fine del XIX secolo, il cattolicesimo aveva dunque ormai assunto un volto proprio, una fisionomia e un’autocoscienza prima sconosciuta. Con l’emancipazione, quel fascio di energie straripanti esplose in tutte le sue potenzialità, imponendosi non solo a livello religioso, ma anche sociale e culturale. Una nuova epoca si era aperta gettando le basi di tutta quella futura generazione di grandi ecclesiastici e laici che levarono in alto la bandiera di Cristo e di Roma contro le follie e le violenti ideologie del XX secolo. Basti citare, a titolo d’esempio, R. H. Benson, autore de Il padrone del mondo (Lord of the World), il convertito G. K. Chesterton, celebre per la prosa graffiante orientata alla polemica, Hilaire Belloc, il colto e raffinato amante della letteratura e della storia, e J. R. R. Tolkien, il cui Il Signore degli anelli (The Lord of the Rings) è uno dei libri più letti del XX secolo.

Questi furono solo alcuni dei molti frutti di quella Chiesa che rinacque in epoca vittoriana.