[MATTIA ROSSI] La Domenica delle Palme

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La liturgia della II domenica di Passione, detta “delle Palme”, è bipartita: la gioia e la solennità dell’acclamante processione iniziale, da un lato; la tristezza e il lutto del severo Proprio della Messa di Passione, dall’altro.

L’inizio della liturgia processionale in onore di Cristo Re è accompagnata dal canto dell’Hosanna filio David. Non è l’unica volta – fatta eccezione per la festa di Cristo Re di istituzione recente – che la Chiesa celebra la regalità di Nostro Signore: già col Natale e con l’Epifania, la liturgia aveva esaltato la gloria e la potenza del Signore. E, infatti, l’antifona che apre la solenne processione delle palme si richiama direttamente al Natale: l’incipit melodico dell’Hosanna filio David è identico all’attacco dell’introito Puer natus del giorno di Natale «Puer natus est nobis, et filius datus est nobis: cuius imperium super humerum eius: et vocabitur nomen eius, magni consilii Angelus». Anche il testo natalizio lo annunciava: un bimbo è nato, un Figlio ci è donato che ha ricevuto sulle sue spalle il principato, l’imperio.

Il Figlio osannato alla nascita e il Figlio osannato al suo ingresso in Gerusalemme vengono identificati con la stessa cellula melodia di due note posta prima sul Puer e poi sull’Hosanna. Il legame tra Incarnazione e Passione, per noi moderni, è un remoto discorso teologico; per i medievali era, invece, un’immediata percezione liturgica e musicale data da un minuscolo segnale melodico.

A rendere ancor più affascinante, ma anche comprovato, questa lettura della prima parte della II domenica di Passione si aggiunge un ulteriore elemento: anticamente, la benedizione delle palme si svolgeva alla basilica di Santa Maria Maggiore che a Roma, come spiega dom Gaspare Lefebvre osb, simboleggiava Betlemme, la città della nascita di Gesù e dell’adorazione del Re dei re da parte dei Magi.

A fare da contraltare alla prima parte della solenne liturgia di questo giorno, che si conclude con il grandioso inno a Cristo Re Gloria laus, c’è il tremendo Proprio della Messa tutto incentrato sulla dolorosa Passione di Nostro Signore.

Come già segnalato per domenica scorsa, la I di Passione, tutti i cinque brani del Proprio sono in prima persona: è il canto straziato di Cristo che sale al macello e invoca l’aiuto del Padre dell’introito («Signore, non allontanare da me il tuo soccorso, volgiti a mia difesa. Strappami dalle fauci del leone e libera la mia anima dalle corna dei bufali»); è il fiducioso appello, nel graduale, del Figlio sacrificato («Tu mi tieni per la mano destra, mi guiderai col tuo consiglio e mi accoglierai nella gloria»); è il lunghissimo lamento disperato del Crocifisso nel tractus, con una melodia che ricorda l’inizio dell’itinerario quaresimale ovvero il tratto del Mercoledì delle Ceneri («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»); è il racconto dell’offertorio dell’Agnello immolato deriso e oltraggiato dai persecutori («L’insulto ha spezzato il mio cuore e venni meno; speravo compassione, ma invano; consolatori, ma non ne trovai. Come nutrimento di diedero fiele e nella mia sete mi diedero da bere aceto»); è il grido finale dell’Uomo che non vorrebbe bere quell’amaro calice ma al contempo si affida totalmente a Dio («Padre, se questo calice non può passare senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà»).

La prima parte della liturgia della II domenica di Passione è tutta incentrata sulla glorificazione di Cristo e della Sua regalità, ma è una lode che presto si tramuta (nella Messa) in dolore e mestizia che prefigurano direttamente la croce del Golgota che splenderà gloriosa, tra pochi giorni, nel Triduo Pasquale.

Mattia Rossi

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