“Il ragazzo martire di Norwich”. L’omicidio rituale ebraico in una poesia di Baron Corvo

The Boy Martyr of Norwich (copertina)

Nota di Radio Spada: in vista della pubblicazione di una biografia del scrittore cattolico inglese William Rolfe nella collana “L’osteria volante” prevista per il dicembre 2016, verranno pubblicate alcune traduzioni inedite di poesie rolfiane a cura di Luca Fumagalli, redattore di Radio Spada.

Testi e traduzione a cura di Luca Fumagalli

Premessa: Corvo poeta

Il nome di William Rolfe, comunemente noto con lo pseudonimo letterario di Baron Corvo, solitamente non è associato alla poesia. Diversi riconobbero la sua straordinaria facilità nel comporre in versi ma, ad accezione dell’agile volumetto approntato da Cecil Woolf nel 1974, intitolato Collected Poems, delle poesie dell’enigmatico scrittore inglese rimangono poche tracce, più che altro cimeli per collezionisti facoltosi.

I componimenti conosciuti sono circa una trentina – qualcuno è andato perso e certamente altri devono essere ancora ritrovati – ma solo diciassette furono pubblicati su giornali scolastici, quotidiani o riviste letterarie e religiose. La maggior parte è databile tra il 1880 e il 1890, quando Rolfe aveva dai venti ai trent’anni. Dal 1890 l’autore si trovò ad affrontare crescenti difficoltà economiche che lo fecero virare in direzione della prosa, certamente più popolare e remunerativa. L’ultima poesia nota fu scritta a Venezia, nel 1909.

Lo stile compositivo di Baron Corvo mostra la medesima attenzione verso la parola tipica dei romanzi, selezionata accuratamente con lo scopo di valorizzarne al massimo l’espressività. Le poesie, generalmente brevi e quasi tutte di argomento religioso, utilizzano forme metriche della tradizione inglese.

Sebbene non disprezzabile, Rolfe non fu un versificatore eccelso. Il vero Baron Corvo, se così di può dire, rimane quello della prosa: nei romanzi, nei racconti e nelle lettere è presente una geniale originalità che nei poemi giovanili, tranne rare occasioni, è perlopiù assente.

 

William di Norwich e l’omicidio rituale

Quello di San William di Norwich (1132-1144) è il primo caso conosciuto di omicidio rituale. L’unica fonte contemporanea disponibile è quella di Thomas di Monmouth, un monaco di Norwich. Secondo il suo racconto, il dodicenne William, apprendista conciatore, fu allontanato da casa con l’inganno e in seguito il suo corpo mutilato fu trovato appeso a un albero vicino alla città. Lo zio del giovane, un sacerdote, accusò pubblicamente gli ebrei di essere gli autori dell’orribile omicidio. Cinque anni più tardi, quando alcuni cristiani furono processati per l’assassinio di un ebreo, il vescovo di Norwich ordinò la riapertura delle indagini sulla morte di William, ma nessuno fu condannato a causa della mancanza di prove. Il culto pubblico si diffuse rapidamente, e al giovane martire fu anche intitolata una cappella, a Mousehold Heath, purtroppo distrutta durante la Riforma.

Rolfe nutriva una devozione profonda per questo santo ragazzo, una volta molto popolare in Inghilterra. A lui dedicò almeno tre poesie, un dipinto e progettò di scriverne la biografia.

The Boy Martyr of Norwich

Far in the thickest wood the fair lad lies
A rosy radiance plays around his head
Tall trees rise black upon the midnight skies
Save where a silver beam reveals the dead.
Magnificat he sang at evensong
And then when music hushed and lamps were low
Alone he homeward went nor dreamed of wrong
And in the still moonlight with footsteps slow
From a dark entry sprang a Jewish horde
Like fiends around the gentle boy they stood
And, as in ages dim they slew his Lord,
Nailed to a cross his white limbs stained with blood.
But God’s sweet Mother grants him strength to bear
That fadeless diadem which martyrs wear.

(Traduzione: Lontano, nel bosco più folto, giace il leale ragazzo; / un splendore roseo brilla intorno alla sua testa, / neri alberi si innalzano nel cielo di mezzanotte / tranne dove un raggio d’argento rivela il morto. / Cantò il Magnificat durante la preghiera serale / e poi, quando la musica tacque e le lampade si abbassarono, / tornò verso casa senza temere alcunché; / e nel chiaro di luna, con passi lenti, / da un’entrata scura balzò un’orda ebraica; / stavano simili a demoni intorno al delicato ragazzo / e, come in epoca oscura uccisero il suo Signore, / inchiodarono su una croce le sue bianche membra macchiate di sangue. / Ma la dolce Madre di Dio gli concede la forza di sopportare / quel diadema intramontabile che i  martiri indossano.