L’inverno, i semi, i frutti

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di Andrea Giacobazzi 

Di tanto in tanto si leggono sulla stampa notizie di antichi semi ritrovati, appartenenti a vegetali di qualità estinte o molto rare. Ripiantati danno vita a nuove coltivazioni e portano frutto.

Essendo nato e cresciuto in campagna queste notizie mi hanno sempre molto colpito, confermandomi il carattere contingente del creato e della nostra condizione, così soggetta al tempo e alle variazioni, ma allo stesso tempo avvolta in un orizzonte superiore, un essere (con la minuscola) che rimanda ad un Essere necessario, non contingente appunto.

Questi episodi naturali hanno dunque qualcosa di non semplicemente riducibile al loro significato agricolo o botanico.

La stessa crisi che attraversa la Chiesa nell’epoca postconciliare – lo vediamo tutti i giorni – non è una crisi solo naturale ma eminentemente metafisica.

Non ha una soluzione “agevolmente umana”, anzi umanamente ci pare tutto troppo alto e complesso per poter trovare una via d’uscita.

Questa è la ragione per cui molte persone faticano ad accettarne il carattere di lungo periodo. Sia chiaro: non giudico, per primo il sottoscritto ha faticato parecchio ad entrare in questa prospettiva.

Cerco di spiegarmi: il guaio è che è difficile accettare l’idea dell’origine non prossima di un problema. Il problema vicino (e semplice) è un problema normalmente risolvibile con le nostre forze, affrontabile in base allo spirito del nostro tempo, di cui si possono eventualmente valutare gli sviluppi. Invece un problema lontano, che magari risale la nostra gioventù o precede la nostra nascita è qualcosa di intrinsecamente distante, oscuro, persistente, così forte da toccare l’interezza, o comunque la larga parte, della nostra esistenza e del nostro rapporto col mondo.

Una crisi della Chiesa immaginata come risalente al 2013, all’inizio del bergoglismo, diventa una crisi al limite del rassicurante, breve, risolvibile quasi umanamente, alla nostra portata, cominciata da poco e forse paragonabile a tanti piccoli e medi sbandamenti pontifici del passato.

“In fin dei conti anche Papa Onorio fu condannato da Leone II, no?”
“Stefano VI non fu forse l’autore dell’orribile Sinodo del cadavere?”
“Giovanni XXII non sostenne l’errore sulla visione beatifica?”

… Che sarà mai? Morto un Papa se ne fa un altro. Dopo un Bergoglio arriverà un Ratzinger!

Beninteso: gli esempi riportati sono assolutamente reali, chi li sminuisce (o li rigetta completamente nella comprensione della crisi attuale), finisce per compiere un errore grave. Rimane però un fatto: la situazione odierna supera di gran lunga – in ampiezza e profondità – questi casi storici e diversi altri che potremmo elencare.

Il problema del “dopo un Bergoglio arriverà un Ratzinger” è che un Ratzinger è venuto prima di un Bergoglio e – fatto piuttosto raro – è venuto durante il regno di un Bergoglio, tacendo e acconsentendo su tutto, almeno finora.

Il ratzingerismo è innegabilmente la premessa storica e teologica della situazione attuale.

So bene quanto sia difficile da accettare: significa accettare che il più conservatore tra coloro i quali hanno occupato il Soglio di Pietro nel post-Concilio, sia il Padre morale del caos in cui ci troviamo. Vacillerebbe il Concilio e molto di ciò che l’ha seguito.

Particolarmente curiosa, in questi giorni, mi è parsa la notazione del cardinale Burke secondo cui l’ultima esortazione bergogliana non sarebbe Magistero, con la M maiuscola. Sottoscrivo. Ma depotenziare il carattere magisteriale di un testo dotato di una tale implicazione pubblica significa di fatto annullare la portata magisteriale di tutti gli atti successivi ai primi anni ’60. Un’affermazione di questo tipo, già da sola, ci fa capire quanto sia reale il carattere di non prossimità relativo a questa crisi.

Purtroppo sono tanti gli autori laici ed ecclesiastici che – agendo in senso contrario all’evidenza – cullano tante persone nell’improbabile convinzione che così non sia, che i problemi siano iniziati l’altro ieri. Con profezie da interpretare, rivelazioni private, esegesi bibliche un tanto al chilo viene preparata, cotta e servita una pietanza ad alta digeribilità: la “facilità” della situazione, per quanto sgradevole possa sembrare.

No, la situazione non è facile, il problema non è vicino, umanamente e rapidamente risolvibile. Umanamente la situazione è fuori controllo e non da ieri o dall’altro ieri ma da oltre cinquant’anni.

Il menù delle consolazioni è ampio: dalle politiche (partiti della famiglia e affini) alle teologiche, dalle movimentiste alle misticheggianti. Molti vendono o regalano illusioni che trovano un pubblico pronto a coglierle ed accoglierle. Appaiono l’unico appiglio – umano, s’intende – per non prendere atto della realtà.

Dico “umano” perché tutti abbiamo la certezza metafisica, fondata su Fede e ragione, che il male non prevarrà alla fine. Siamo tutti coscienti che ci deve essere una prova, sicuramente dura ma non sappiamo quanto prolungata.

Qui sta lo scatto difficile, anche per chi scrive: passare dal naturale al soprannaturale, dal fisico al metafisico, dall’umano al sovrumano.

Un contadino spera sempre di poter salvare una pianta a cui tiene, fa di tutto per recuperarla ma quando prende coscienza che la pianta non passerà l’inverno deve salvare i semi. La pianta non è più salvabile con forze umane – i regni del passato, gli Stati cattolici, ciò che vorremmo, insomma – ma i semi sì. Ostinarsi a tenere in vita il fusto non è solo inutile: è dannoso.

Con fermezza bisogna salvare i semi – e difenderli dai roditori! – per quando tornerà la primavera, una reale primavera.

Magari fra molti anni qualcuno li pianterà e, statene certi, daranno frutto.

2 Commenti a "L’inverno, i semi, i frutti"

  1. #Francesco   13 aprile 2016 at 11:34 pm

    Andrea hai scritto davvero una toccante riflessione.
    Hai ragione che è davvero spaventoso accettare che la crisi di fede della Chiesa Cattolica in questi ultimi tempi moderni ha origini molto lontane, sicuramente anche prima del Concilio Vaticano II.
    Credo che le apparizioni mariane riconosciute dalla Chiesa siano state e sono ancora un aiuto soprannaturale in più della Santa Vergine Maria offerto agli uomini, soprattutto agli uomini di Chiesa.
    La battaglia in corso è soprattutto spirituale e quindi soprannaturale, pertanto ci occorre un aiuto soprannaturale.
    Io credo che i semi buoni che, grazie a Dio ci sono eccome nella Chiesa, come il Card. Burke daranno frutti buoni.
    Però teniamo nella mente e nel cuore che Gesù ci ha rivelato che se il seme non muore non può dar frutto.
    La Chiesa passerà l’inverno di questa tribolazione affidandosi e adempiendo alle richieste della Santa Vergine Maria ausilio dei veri cristiani.
    La primavera della Chiesa arriverà col Trionfo del Cuore Immacolato di Maria a Lode e Gloria della Santissima Trinità.
    Quando siamo nella prova il nostro aiuto è la Madre di Nostro Signore Gesù Cristo.

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  2. #Cristiano Lugli   17 aprile 2016 at 2:45 pm

    Bellissimo articolo! Interessantissimo il pargone di riflesso che si fa con la il moto naturale. Da campagnolo quale anch’io sono mi ritrovo perfettamente in questa visione; bisognerebbe per tanto che l’uomo ricominciasse a comprendere la natura, per comprendere ciò che lo circonda, distruggendo innanzitutto il falso mito che l’ecologismo boffiano ha costruito, distinguendo un mondo sacro e un mondo profano, edulcorato sotto il perbenismo ambientalista. Tutto il mondo è sacro in quanto Opera magna di Dio, ciò che si scosta da questa visione è solo un punto di vista ( profano ) e che ha, nel tempo, alienato il rapporto dell’uomo con la natura.
    La temperanza e la fermezza del contadino al quale ci si riferisce nello scritto di Andrea è l’unica possibilità del fedele cattolico che voglia salvare il seme, osservando la natura e prendendo come modello di sapienza il laborioso contadino.
    Grazie per la bella riflessione, caro Andrea.

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