Progresso tecnologico e corruzione morale: “L’inviato dell’imperatore” di William Golding

 

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di Luca Fumagalli

Scritto nel 1956, L’inviato dell’imperatore (Envoy Extraordinary) – due anni più tardi adattato per il teatro con il titolo The Brass Butterfly – si colloca nel momento più importante e cupo della narrativa di Golding. Nel racconto, estratto dal volumetto The Scorpion God, si alterna il dramma alla risata, la pietà alla sofferenza, e trovano spazio i temi che caratterizzano i suoi romanzi dell’epoca come il rapporto tra scienza e religione, il peccato originale e la disillusa ironia nei confronti delle ansie progressiste e della sostanziale belluinità umana.

A questi è associata una narrazione facile, incentrata soprattutto sui dialoghi piuttosto che sulle ricche ed elaborate descrizioni. Leggendo L’inviato dell’imperatore si ha dunque l’impressione di un testo già destinato al teatro in cui emergono soprattutto i protagonisti, mentre l’ambiente rimane a margine, nulla più che un pretesto scenico per rendere icastici i fatti descritti. Analogo discorso vale per l’epoca romana in cui ha luogo la vicenda. Come sempre Golding non è interessato alla fedeltà della ricostruzione storica, quanto alla creazione di un ennesimo microcosmo frutto dell’assemblaggio di elementi eterogenei. Non è un caso se, dopo Il Signore delle Mosche, l’azione si svolga nuovamente su un’isola, quella di Capri, nel terzo secolo, spazio limitato che garantisce un grado di accuratezza maggiore per gli intenti morali che lo scrittore si prefigge.

Divisa in quattro parti, la trama, semplice e lineare, si sviluppa secondo un crescendo costante, un climax che culmina con la sorpresa conclusiva. L’Imperatore romano si sta godendo alcuni giorni di meritato riposo a Capri a fianco del nipote adottivo Mamilio, triste cantore e poeta incapace di trovare un senso a un’esistenza piatta e banale: «Il tempo è immobile. C’è un’eternità tra un sonno e l’altro. Non riesco a sopportare la lunghezza della vita». L’Imperatore ha anche un altro nipote, Postumo, fiero guerriero ed erede al trono che, nel frattempo, è impegnato in una campagna militare in Illiria. Il giovane odia Mamilio perché, ingiustamente, teme che voglia sottrargli il trono che spetta a lui di diritto.

Il tempo scorre tranquillo fino a quando, una mattina, si presentano a corte due postulanti greci: Fanocle e sua sorella Eufrosine, una giovane velata secondo il costume orientale, ma dagli occhi grandi ed espressivi. L’uomo, ex bibliotecario di Alessandria e valente scienziato, si mette al servizio dell’Imperatore per costruire una nave e alcune potenti armi che sfruttino la forza del vapore. Mamilio, intanto, si innamora di Eufrosine, l’unica cosa in grado di risvegliarlo dal torpore: «Il suo volto aveva assunto un’aria sorpresa, come se lo avessero destato di soprassalto da un sonno profondo».

Postumo, sentita la notizia che l’Imperatore sta costruendo una nuova nave e che il lavoro è supervisionato dall’odiato cugino, abbandona l’esercito e giunge all’isola con una potente flotta pronto a eliminare il rivale e a prendere per sé il titolo di Cesare. Viene però ucciso da una delle armi da fuoco inventate da Fanocle a cui, in precedenza, Eufrosine aveva rimosso la farfalla d’ottone che fungeva da sicura (da qui il titolo della pièce teatrale).

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Colpito dall’astuzia della donna, l’Imperatore decide di sposarla, consapevole che, sotto il velo, si nasconde un volto deturpato dal labbro leporino. Mentre Mamilio è nominato successore al trono, Fanocle, invece, è costretto ad assumere l’incarico di ambasciatore plenipotenziario in Cina perché le sue invenzioni sono reputate eccessivamente pericolose. Allo scienziato non resta che ubbidire agli ordini, e anche la sua ultima scoperta, la stampa, non riesce a fare cambiare idea al sovrano: «Ho già detto che sei un egocentrico. Sei anche egoista. Sei solo nel tuo universo con la legge naturale, e la gente costituisce un’interruzione, un’intrusione».

Le differenze rispetto alla versione teatrale sono minime, motivate dall’impossibilità di rappresentare certe scene sul palcoscenico e dal desiderio di introdurre una diversa tensione drammatica. Golding dona così maggiore spessore alla sottotrama sentimentale e la storia d’amore tra Mamilio ed Eufrosine – senza più labbro leporino –, che culmina con il matrimonio tra i due, è resa tormentata e difficile dalla fede cristiana della fanciulla che, secondo le leggi dell’epoca, dovrebbe essere messa a morte. La questione religiosa, ad eccezione di un’accorata invocazione dell’Imperatore rivolta a Giove perché con il suo fulmine distrugga la flotta di Postumo, rimane comunque secondaria, utile solamente per imbastire una vicenda che, in scena, correva il grave pericolo di risultare eccessivamente lineare.

Sia nel racconto che nella versione teatrale la trama si chiude su Fanocle. Nell’immagine del povero scienziato obbligato a mettere da parte le sue invenzioni, considerate dei potenziali pericoli, lungi dalla netta vittoria si coglie, al contrario, l’inevitabilità del loro ritorno. Si posticipa ciò che è comunque destinato ad avverarsi, e la decisione dell’Imperatore di tenere con sé la pentola a pressione svela una risposta almeno parzialmente favorevole.

Qualcosa di simile può essere trovato in The Rewards of Industry di Richard Garnett, testo che Golding conosceva e da cui, molto probabilmente, trasse ispirazione per L’inviato dell’imperatore. Nel libro tre fratelli cinesi in cerca di fortuna rivelano all’Occidente l’invenzione della stampa, l’uso delle armi da fuoco e il gioco degli scacchi. La stampa trova però l’opposizione del califfo d’Alessandria che teme che altri libri possano rivaleggiare con il Corano, mentre colui che ha portato gli esplosivi è imprigionato per aver dato fuoco a Costantinopoli. Solo l’inventore degli scacchi è ricompensato con grandi ricchezze, e a lui tocca concludere la storia offrendo al lettore un sunto morale: «Un piccola cosa che il mondo è pronto a ricevere è meglio di una grande che non ha ancora imparato a valutare correttamente. Il mondo è un grande bambino e sceglie il divertimento prima della cultura».

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Ciò che rende la narrazione di Golding memorabile, elevandola rispetto a quella di Garnett, è che i problemi degli uomini, seppur toccati con solarità e delicatezza, vengono connessi al tema del progresso. L’autore invita a riflettere sul legame che esiste tra l’incremento della conoscenza tecnologica e la diminuzione della qualità della vita. Una denuncia che dovette risultare ancora più efficace all’epoca della prima pubblicazione, in piena guerra fredda, sotto lo spettro costante del conflitto atomico. Il racconto si dipana sul filo del confronto tra il razionalismo scientifico e l’istinto vitalistico e irrazionale della natura umana. Non è assente in questo una nota autobiografica che emerge soprattutto nell’esito ultimo della vicenda: quando si tenta di unire due nature così opposte il risultato è la distruzione e la morte.

L’inviato dell’imperatore, nello scontro tra scienza e fede, evoluzione e innocenza, compendia elementi tratti da molti dei romanzi dell’autore, apparendo come una sorta di epitome della poetica di Golding. Del resto, anche in uno dei suoi saggi, lo scrittore aveva proposto la questione del valore della scienza usando termini satirici molto vicini a quelli impiegati ne L’inviato dell’imperatore: l’uomo «ha il potere di decidere che questo è vero, quello è falso, che questo è brutto, quello è bello, che questo è giusto, quello è sbagliato. Queste sono precisamente la domande alle quali la scienza non può rispondere con le sue misurazioni e le sue analisi».

Tra i protagonisti, infatti, la minaccia più grave non è rappresentata da Postumo e dal suo desiderio di potere, quanto da Fanocle e dall’ostinata volontà di cambiare il mondo. Se, infatti, l’avidità del nipote dell’Imperatore è naturale componente dell’anima ferita dal peccato, l’ambizione dello scienziato rivela un ulteriore grado di corruzione. La sua follia utopica mira quasi a mutare la natura stessa dell’uomo, come se il cambiamento fosse condizione indispensabile per non morire.

Il sovrano incarna l’atteggiamento diametralmente opposto, e mentre parla con Mamilio, nelle primissime righe del testo, lascia intravedere un’amarezza che ha il sapore della profezia: «Se soltanto tu potessi vedere il mondo attraverso i miei occhi pieni di rimpianto e d’oscurità incombente!». Al razionalista è dunque contrapposto il sensuale, l’anziano Imperatore a cui, data l’età, come il Galileo di Brecht, è ormai consentito solamente indulgere al piacere della tavola, ma che, nonostante tutto, trionferà sulla visione di Fanocle.

L’inviato dell’imperatore non si risolve in questa semplice contrapposizione che, a dire il vero, è solo la prima di molte altre più complesse e drammatiche. È un assaggio di quella compenetrazione di piani che spinge chi legge sempre più nel profondo della coscienza umana, oltre la facilità del racconto e la sua amara ironia.

Mamilio, al contrario dell’Imperatore, annoiato da una vita monotona che non offre nessun interesse, agogna spasmodicamente una novità, qualcosa che possa spezzare la sensazione che tutto sia già stato realizzato, che non ci sia spazio per alcunché di nuovo. Sull’isola di Capri, ben prima dell’arrivo di Fancole, si sta già consumando un benevolo scontro generazionale il cui esito ultimo è l’accettazione dell’umanità da parte del sovrano e, specularmente, il rifiuto di essa da parte di Mamilio che, almeno in questo, rivela un profondo legame con il razionalismo dell’inventore.

Ma tra loro non mancano le differenze. Quando Fanocle, ad esempio, mette in discussione l’esistenza di un’irragionevole e imprevedibile forza poetica che alberga nel cuore dell’uomo, il ragazzo replica seccamente: «Come dev’essere squallida la tua vita!». Anche se accomunati dallo stesso desiderio di novità, i due si differenziano nelle modalità d’approccio alla realtà che, con una formula un po’ frusta, si potrebbero definire della ragione e del cuore.

Mamilio trova soddisfazione nell’arrivo di Eufrosine, nella contemplazione della bellezza di una fanciulla che lo stesso Imperatore definisce la decima meraviglia del mondo. Il ragazzo condivide con Cesare un animo sensuale, declinato però in un senso più puro, un’attrazione per quanto di bello e positivo vi è nel mondo, l’unico antidoto contro la noia dell’esistenza: «Amore è questa tormentosa preoccupazione, questo sentimento che il tesoro della vita si è concentrato nell’angusto spazio dove lei esiste». Poco importa se alla fine il suo anelito verrà frustrato dalla scoperta del difetto fisico della ragazza, perché ha comunque avuto la possibilità, anche se per poco tempo, di godere di quella eccezionalità che desta il desiderio di vivere. Non a caso Golding, forse resosi conto dell’importanza di questo aspetto, nella riduzione teatrale decise di coronare con il successo la relazione tra i due.

Nello schema dei rapporti tra l’umanità insofferente, irrequieta e in perenne ricerca, un posto a parte occupa Fanocle che, nel corso della narrazione, isolato contemplatore del suo mondo ideale, mostra un radicale disprezzo per l’uomo. Quando Mamilio cammina lungo la banchina del porto osservando gli schiavi al lavoro sulla nuova imbarcazione a vapore brevettata dalla scienziato, «sentiva […] che egli aveva un contributo personale da fornire alla mitologia degli inferi. Non soltanto puzzavano e ardevano: ruggivano».

Mentre l’uomo abbruttisce sotto il peso del progresso tecnologico, le nuove armi, nella forma elegante e lucida, si stagliano in tutta la loro mostruosa bellezza, ammantando di splendore la carica mortale. Mamilio, sempre osservando la nave in costruzione, non può fare a meno di commentare: «Questa nave è maligna». Anche l’Imperatore, in visita al cantiere, prova disprezzo alla vista dell’orribile mostro: «Soltanto allora incominciò a rendersi conto di quanto fosse brutto e assurdo il nuovo vascello. Scosse lievemente la testa. “Sono un innovatore davvero riluttante”».

Fanocle, una sorta di versione comica dell’Edipo di Eschilo, pecca d’orgoglio. Incapace di comprendere la natura sentimentale dell’uomo, è tutto preso dalle sue occupazioni, così concentrato da non rendersi conto dei danni che sta provocando. La dimostrazione della pentola a pressione causa la morte di tre cuochi e la distruzione dell’ala occidentale del palazzo imperiale; e anche il suo desiderio di impiegare la tecnologia per liberare l’uomo dalla schiavitù e dalla guerra si risolve in un attentato ai suoi danni ordito dagli stessi schiavi che, ben più lungimiranti del greco, intuiscono l’orrore che possono provocare le nuove invenzioni. Dopo essere stato catturato, il responsabile della congiura, aggredito dalle domande di Fanocle, è costretto ad ammettere: «Preferisco essere schiavo di un contadino piuttosto che dettar legge agli inferi, ai fantasmi di tutti gli uomini».

In questo passato fantastico che utilizza un linguaggio presente, Golding chiude il racconto con un ultimo attacco all’idealismo progressista: alla fine Fanocle è allontanato da palazzo e anche l’invenzione della stampa non impressiona l’Imperatore che, anzi, vede in questo nuovo strumento un’ulteriore fonte di corruzione e volgarizzazione della cultura. L’inventore si ostina a non voler comprendere che l’uomo è inemendabile, che la sua natura non può essere alterata. Come Fanocle ci hanno provato le ideologie del XX secolo e il risultato sono stati i milioni di morti che, con il loro sangue, hanno pagato il fio di assurdi progetti politici.

Al netto del pericolo scampato, chi legge L’inviato dell’imperatore rimane però con l’amaro in bocca, inseguito dalla strana sensazione di un destino che pare segnato. Il progresso è inevitabile così come è chiaro che tutto quello che porta con sé non è sempre positivo, anzi, raramente si verifica un’uguaglianza tra tecnologia e vita.

Il sovrano, consolato dal ristabilimento politico e dalla garantita successione al trono, regala un’ultima parola sull’intera vicenda che, espressa con grande lucidità, suona come un sinistro monito rivolto allo scienziato e alla storia: «Tu lavori tra elementi perfetti e quindi politicamente sei un idealista. Ci saranno sempre degli schiavi, anche se il nome potrà cambiare. Che cos’è lo schiavismo se non la dominazione del debole da parte del forte? Come puoi tu renderli uguali? O sei tanto sciocco da pensare che gli uomini nascano uguali?».

Luca Fumagalli

Il libro: William Golding, The Scorpion God, Londra, Faber & Faber, 2013 (il volume comprende tre racconti lunghi di cui Envoy Extraordinary è l’ultimo).

L’edizione italiana del racconto non è più in commercio (The Scorpion God non è mai stato tradotto integralmente). Poche copie sono ancora disponibili presso i rivenditori on-line: William Golding, L’inviato dell’imperatore, Milano, De Carlo Editore, 1983.

Per chi volesse approfondire la poetica di Golding cfr. Luca Fumagalli, L’ombra delle mosche. Introduzione alla narrativa di William Golding, Rimini, Il Cerchio, 2015.