Adinolfi e il “Popolo della famiglia”: il segreto del successo

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Di G.Z.

Tutti siamo peccatori, questa è la condizione di ogni essere umano che viene al mondo in seguito al peccato di Adamo ed Eva. Il battesimo, lo sappiamo, toglie dalla nostra anima la macchia di quella colpa, che ci rendeva indegni del Paradiso, e ci libera dalla pena che spettava ad ognuno di noi a causa del nostro Progenitore il quale ce l’ha trasmessa come un debito da espiare. Ma anche dopo il battesimo, qualcosa di non buono rimane nell’uomo, anche questo lo sappiamo, ossia l’inclinazione al male per cui siamo più portati, spontaneamente, a fare il male piuttosto che il bene. Questo disordine della volontà e dell’intelletto si chiama «fomes peccati» o concupiscenza. Ma il mio intento non è quello di imbastire una lezione di antropologia teologica quanto piuttosto porre un interrogativo a tutti quei cristiani e cattolici che, non in buona ma in ottima fede, hanno aderito al nuovo partito politico firmato Adinolfi-Amato, autoproclamatosi il “Popolo della famiglia”.

Il nuovo partito che ha catalizzato tutte, o quasi, le forze endogene al bacino ecclesiale e che ora si è messo alla testa di un movimento socio-culturale trasversale, si propone sulla scena partitica come eroico baluardo a difesa della “famiglia” contro la perversa e disumana “teoria gender”. Il sottotitolo del neo-partito infatti è “No al gender nelle scuole”. Ma alcune domande sorgono spontanee e doverose se si vuole valutare l’effettiva bontà di un evento che si manifesta davanti ai nostri occhi; bisogna cioè “ragionare” o, come dicevano più propriamente i latini, «intelligere» cioè leggere le cose dall’interno per capirne l’autentica natura metafisica, e non lasciarsi abbagliare dalla mera apparenza fenomenica, per quanto bella, buona o utile possa sembrare.

Anzitutto, quando si parla di “famiglia” di cosa stiamo parlando? Molti oggi abbracciano la definizione di “unione tra un uomo e una donna basata sul matrimonio”. E questa è senz’altro “una” definizione corretta dal punto di vista della natura, i sensi e la ragione ce lo attestano: la famiglia è una società naturale ordinata alla generazione e all’educazione della prole. Sulla prima parte della definizione (l’unione tra un uomo e una donna), bene o male, siamo tutti d’accordo ma la nota dolens, e che in qualche modo costituisce il cardine su cui tutta la società umana si fonda e si conserva, è proprio il “matrimonio”. Ora la dimensione ontologicamente matrimoniale della famiglia, in tutti questi dibattiti intorno alla difesa della “società naturale” non viene mai menzionata, se non come effetto collaterale, perlopiù viene tralasciata e ignorata. Infatti, una unione che naturalmente sfoci nella procreazione è possibile anche al di fuori del matrimonio, come ricorda San Paolo in riferimento alla fornicazione con le prostitute. Perciò il punto più penalizzato ma anche il più decisivo per la battaglia, potremmo chiamarlo “l’ultimo ponte”, è proprio il matrimonio, ossia il vincolo giuridico e indissolubile che un uomo e una donna, liberamente contraggono difronte alla società tutta. Ma, permettetemi, neanche questo è sufficiente.

Infatti l’umanità, dopo il peccato, non è più in grado di reggersi autonomamente, per così dire, “sulle proprie gambe”, né singolarmente né nel consorzio sociale. È questo il punto centrale che dobbiamo, come cattolici, assolutamente recuperare e interiorizzare nel profondo del nostro cuore: abbiamo un bisogno vitale della Grazia. Infatti, senza di Lui, cioè senza l’aiuto della Grazia di Cristo, non possiamo fare proprio Nulla. Per quanto riguarda la famiglia, perciò, questa operazione di salvataggio potrà avere un qualche successo soltanto attraverso il ristabilimento del Matrimonio, leggete bene, s a c r a m e n t a l e, al suo posto d’onore. Non ci sono altre forme di matrimonio, tantomeno di “unione”, che possano essere gradite a Dio se non quella che il Figlio di Dio ha santificato e consacrato con il Suo Sangue, secondo il noto principio di San Gregorio Nazianzeno «quod non est assumptum, non est sanatum» (Ep. 101 ad Cledon).

Bisogna perciò riconoscere che il Sacramento del Matrimonio è il cuore e il cardine dell’unica vera società umana che è soltanto, e ripeto soltanto, quella cristiana. Se lo riconosciamo e lo perseguiamo nel nostro piccolo rimarremo nella “ortodossia”, cioè nella fede giusta e cattolica, diversamente scivoleremo in un naturalismo che, come l’esperienza politica della democrazia cristiana ha ben dimostrato, conduce impercettibilmente, e questo è il più grave pericolo, all’apostasia totale dalla fede.

Ora, al di là della singola fede dei cattolici che hanno aderito al “Popolo della Famiglia”, qual è il fondamento metafisico-religioso su cui un tale partito pretende basarsi? In altre parole: il “Popolo della Famiglia” difende l’unica famiglia che Iddio ha istituito perché santificasse il mondo fondandola sul Matrimonio sacramentale-cattolico, oppure, per avere un po’ di spazio e di “consenso politico” difende la famiglia “naturale”? E ancora. Il “Popolo della famiglia” contempla nel suo programma politico una lotta reale e concreta, non tanto dal punto di vista “legale” quanto culturale, alla legge madre di tutte le iniquità legislative, ossia la legge 898 del 1970 sul Divorzio?

Perché, vedete, il primo e tremendo vulnus all’istituto familiare, e al matrimonio suo fondamento, è proprio il divorzio. Questo è il primo mostro da combattere, da cui sono nati come dalla madre di Grendel, gli orchi della legge 194 e della legge 40 con tutta la cultura sessuomane e pornografica della contraccezione. Sembrerà forse antiquato, se non addirittura medievale, combattere oggi nel 2016 il divorzio, ma permettetemi di dire chiaramente che chi pensa in questo modo, ritenendola ormai una battaglia inutile perché senza speranza di vittoria, la sua fede o è in pericolo o è già persa giacché è vittima dello storicismo evoluzionistico marxista. Chi guarda la storia come un processo di evoluzione, o involuzione, ineluttabile non tiene conto della Provvidenza né del principio che mai potrà essere sospeso secondo cui «bonum est faciendum et prosequendum, et malum vitandum». E questo varrà per ogni uomo in ogni tempo, nessuno cioè potrà mai essere dispensato da questo comandamento iscritto nel nostro cuore, né i singoli né le società.

A questo punto, bisogna risalire a colui che non solo è la “voce forte” ma anche l’ideatore del “Popolo della famiglia” ossia Mario Adinolfi. Non ripercorrerò qui il suo vissuto politico o religioso giovanile, né tantomeno sciorinerò qui tutti gli errori o i pubblici peccati passati che quest’uomo possa aver commesso nella sua vita: non sarebbe né cristiano né giusto giacché dovremmo sempre partire dal presupposto che tutti ci possiamo (e ci dobbiamo) convertire dalla nostra cattiva condotta e cambiare vita, dimostrandolo, però, coi fatti.

Perciò, mi limiterò a constatare l’attuale contraddizione esistenziale in cui si trova a vivere Adinolfi, ossia quella di “divorziato risposato”. Ora, se questa oggettiva condizione di pubblico peccato appartenesse ad un qualsiasi politico di sinistra o di destra che non si ritiene cattolico non mi interesserebbe granché, perché sarebbe una logica e diffusa conseguenza di chi vive abitualmente nel peccato grave e, perciò, privo della Grazia santificante. Ma quando il divorzio e l’adulterio divengono elementi caratterizzanti il vissuto, non più solo personale ma pubblico, di un politico sedicente cattolico allora sì, la faccenda si fa “scandalosa”. Ormai è di patrimonio pubblico e comune che Mario Adinolfi sposatosi nel 1991, dopo essersi separato, si è risposato nel 2013 a Las Vegas. Ora non voglio assolutamente atteggiarmi a giudice del sig. Adinolfi il quale, come me e come tutti, sarà giudicato sulle proprie azioni dal Giudice Supremo che ha comandato di non separare l’uomo e la donna che Lui ha unito, ma ha anche dichiarato che colui che si separa dalla moglie e ne sposa un’altra commette adulterio. Questo è un comandamento che viene direttamente dalla bocca di Nostro Signore ed è una delle sentenze morali più chiare ed espressamente inequivocabili dei vangeli. Probabilmente, ma è chiaro che fosse così, il Signore sapeva perfettamente che la debolezza e la concupiscenza dell’uomo l’avrebbe portato comunque e in ogni epoca, a cercare delle “scorciatoie” per aggirare la legge, perciò se c’è un precetto evangelico assolutamente incontrovertibile che il Signore ha voluto stabilire semel pro semper è proprio quello dell’unità e indissolubilità del Matrimonio.

Ora, non è affar mio se il sig. Adinolfi sia o meno un buon cristiano, ma vorrei qui ricordare un principio della retta ragione secondo cui per stabilire la bontà di una iniziativa sociale bisogna anzitutto risalire alla integrità morale del suo fondatore. Questo principio vale specialmente nello studio delle varie religioni e costituisce un criterio per individuare e distinguere la Vera Religione, quella Divina Rivelata, dalle false religioni umane.

Perciò vorrei rivolgere a quei cattolici che, ripeto, in buona fede si sono messi alla “sequela” di Adinolfi, una semplice domanda: come potete sperare di difendere efficacemente la famiglia, quando a guidarvi è un divorziato risposato che non rinnega il suo peccato ma anzi lo esibisce e lo difende pubblicamente? Anche soltanto da un punto di vista di mera “credibilità politica”, quale successo spera di ottenere un tale partito quando il suo capo può essere paragonato ad una persona che fa uso abituale di droga e pretende poi di combattere la legalizzazione dei cannabinoidi nelle scuole e negli asili? Scusate tanto, ma che differenza c’è tra una persona che per sé stessa difende e rivendica la “libertà di peccare” attraverso l’adulterio e il divorzio e coloro che invece vogliono dare a tutti la libertà di peccare contro il proprio corpo? A me sembra ricordare quell’atteggiamento nefasto e, guarda caso, tipicamente borghese, che ha proliferato dal dopoguerra in poi e che ha caratterizzato la generazione dei genitori di coloro che poi sarebbero stati i “sessantottini”; un atteggiamento che più o meno può essere riassunto nell’immagine del padre bestemmiatore ma che è pronto a mollare un ceffone al figlio se gli sente pronunciare una parolaccia. Letteralmente questo si chiama “scandalo”, e sappiamo bene quali parole terribili, da far tremare i polsi, abbia usato Nostro Signore contro colui che ne è la causa: “sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare” (Mt 18,6).

Non credo che nel Tribunale del Figlio di Dio, Crocifisso e Morto esattamente perché noi non peccassimo più, sarà sufficiente appellarsi all’“anno giubilare della misericordia”, o all’esortazione “Amoris Laetitia”. È vero che la coscienza è regola prossima dell’agire dell’uomo ed è per sé stessa inviolabile ma è altrettanto vero che abbiamo l’obbligo di formarla correttamente e informarla ai precetti della Legge divina, immutabili ed eterni. Chesterton nel “Delitto del comunista” (simpatica coincidenza…) aveva dichiarato per bocca di padre Brown: «L’universo è soltanto fisicamente infinito, non infinito nel senso che sfugge alle leggi della verità…La ragione e la giustizia comprendono in modo inscindibile anche le stelle più remote e solitarie, ma non crediate che una così fantastica astronomia possa influire minimamente sulla ragione e sulla giustizia della condotta umana. Su pianure di opale, sotto declivi tagliati nella pura perla, trovereste ancora un cartello con la scritta: “Tu non devi rubare”». Lo disse esattamente per indicare l’oggettività della legge morale che non conosce eccezioni di tempo e di luogo.

Ma il sig. Adinolfi in un’intervista a “Libero” ha dichiarato: “Vivo nel peccato. Potrei chiedere l’annullamento: non ho mai voluto…Soffro per non fare la comunione. La considero una sofferenza necessaria”. E ha dichiarato: “Io interpreto il mio cattolicesimo seriamente” e subito dopo conferma di essersi “sposato” (mettiamo le virgolette perché, fino a prova contraria, per la Chiesa quel matrimonio è nullo) a Las Vegas in tuta e scarpe da tennis.

Bè, non c’è che dire, in poche frasi un condensato di intrinseca contraddizione logica. Ma vediamo un po’ di vederci chiaro: 1) “vivo nel peccato, ma non voglio l’annullamento”, e perché, se è lecito? Il Signore insegna che la Verità ci farà liberi, e dato che i processi canonici di nullità matrimoniale sono volti anzitutto ad accertare la Verità, perché fuggirla? 2) “Soffro per non fare la comunione, ma la considero una sofferenza necessaria”: allora non è la Chiesa che glielo impedisce, è il sig. Adinolfi che non la vuole (forse) perché riconosce il suo stato di peccato, e allora perché non rimuovere l’“ostacolo”: forse è masochista? 3) Quando dice “il «mio» cattolicesimo” di che cosa parla? Esiste un “mio” cattolicesimo e un “tuo” cattolicesimo? 4) “Io interpreto seriamente il mio cattolicesimo”, ma si è sposato in tuta e scarpe da tennis…certo, anche un fissato di videogame interpreta seriamente il campionato di Pro evolution soccer, ma allora come si esce da questo circolo di lieta contraddizione oscillante tra il serio e il faceto? Rispondo: soltanto con un sincero pentimento, la penitenza e un chiaro e netto distacco dal peccato. Quando nel battesimo il sacerdote interroga il battezzando attraverso la formula: “Rinunci a satana? E a tutte le sue seduzioni?” a cosa si riferisce se non al peccato? È ovvio che la maggior parte delle persone non faccia un atto formale di adesione alla chiesa di satana, ma tutti gli uomini, se non sono redenti da Cristo e non si sforzano di imitarne le virtù, rimangono sotto il potere del demonio e del peccato. Va da sé che se non si rinuncia radicalmente al peccato non c’è alcun cammino di fede serio. In verità, è d’uopo dirlo, non c’è proprio alcun cammino di fede, ma solo un surrogato di essa, un feticcio che nulla a che fare con l’esigente morale cristiana che ci deve elevare allo stato di santità rivestendoci dell’uomo nuovo o, come direbbe sempre Chesterton, dell’«uomo vivo» perché vivente per la Grazia.

In un’intervista a “Il Foglio” il card. Caffarra faceva giustamente notare che «la Chiesa perdona, ma a condizione che ci sia il pentimento. Ma il pentimento in questo caso significa tornare al primo matrimonio. Non è serio dire: sono pentito ma resto nello stesso stato che costituisce la rottura del vincolo, della quale mi pento».

Carissimi amici del “Popolo della famiglia”: se non ci si santifica e non ci si cura anzitutto di salvare la propria anima, nessuna battaglia politica gioverà a noi e agli altri. Pertanto, bisognerà togliere prima la trave dal nostro occhio e poi potremo estrarre, con umiltà e coerenza, l’insidiosa pagliuzza dall’occhio altrui. Infatti, se non sono in grado di dimostrare, con la mia vita, che la Fede mi libera veramente dal peccato, le mie parole e il mio impegno sociale non valgono niente, oltreché la mia stessa fede non avrà alcun valore. Che valore ha, infatti, una fede che non mi rende “giusto”, che non ha in sé la virtù di farmi santo? Se non posso aiutare me stesso a troncare col peccato, come posso combattere il peccato altrui? Nemo dat quod non habet.

3 Commenti a "Adinolfi e il “Popolo della famiglia”: il segreto del successo"

  1. #Luca   9 maggio 2016 at 9:33 pm

    Gli amici del popolo della famiglia non sono imho alla sequela di adinolfi. Lui è solo uno dei fondatori del movimento che muove solo ora i suoi primi passi. Chi meglio di adinolfi per iniziare una militanza che manca da troppo tempo. Serviva un ariete come lui un politico esperto, un poker ista scientifico campione per iniziare. siamo già in ritardo piuttosto. Se questi pretucoli avevano paura delle donne ieri e oggi delle lobby lgbt quanto ancora bisognava aspettare? Meglio perseguitati che irrilevanti o venduti per un piatto di lenticchie, come tanti politici o movimenti cosiddetti cattolici.

  2. #m.i.   10 maggio 2016 at 4:21 pm

    per rappresentare i cristiani in parlamento non essere doppi,non avere situazioni irregolari….non appartenere a partiti scomunicati o che appoggiano idee contrarie all’insegnamento di Cristo…altrimenti è solo aria fritta!
    !

  3. #Attilio   11 maggio 2016 at 9:40 pm

    Prima, quando LA CITTÀ’ CAPITALE ( o VATICANO ) era ben difesa e presidiata, per espugnarla, il nemico ricorreva alle così dette QUINTE COLONNE , cioè un gruppo di infiltrati capaci di farla capitolare.
    Ora che l’entità delle quinte colonne è maggiore numericamente dei tradizionali difensori, e si è creata l’impressione che non vi sia quasi più differenza e conflitto tra le due parti, l’intenzione degli assedianti consiste nel fare accettare AL PAESE ( I CREDENTI ) della CITTÀ’ CAPITALE, quanto prima LE CONSEGUENZE della loro – non e mai definitiva – vittoria.
    Per chi ha così bene occultamente, sovvenzionato, costruito, guidato e gestito da sempre i PARTITI DEMOCRATICI di QUALSIASI ORIENTAMENTO, è inevitabile ciò sia anche l’obbiettivo con il novello “ POPOLO DELLA FAMIGLIA “.
    POI UNO SPUDORATO LEADER SI TROVA SEMPRE, proprio come per gli altri partiti .