Devo crederci? Riflessioni cattoliche sul Magistero ecclesiastico

 

stpeters1

Nota di Radio Spada: continuiamo, come di consueto, a pubblicare in lingua italiana la traduzione di brevi scritti poco noti o inediti, composti in ambienti cattolici romani esteri. In quest’articolo si analizzano natura, portata e autorevolezza del Magistero ecclesiastico, intervenendo in questo modo anche nell’attuale dibattito sul valore e sulla portata dei “documenti magisteriali” degli ultimi cinquant’anni  (lavoro a cura di Pietro Ferrari) 

Uno dei temi più divisivi dopo il CVII è stato quello (sia in astratto che in concreto) dell’obbedienza al Sommo Pontefice. Ad inaugurare tale stagione furono gli attacchi dei vescovi progressisti alla Humanae vitae di Paolo VI, considerata un mero documento non infallibile di un doctor privatus che non avrebbe potuto ‘impegnare e vincolare le coscienze’. Il legittimo Papa ha invece il diritto e il potere di legare le coscienze dei suoi sudditi, non perché è infallibile, ma perché è il Vicario di Cristo. La dottrina di sempre insegna come la Chiesa e il Papa sono autorevoli perché divinamente ispirati. Questo è ben spiegato da Canon George Smith nel 1935 in relazione a coloro che vorrebbero usare il bilancino per dosare la propria disobbedienza al Romano Pontefice:

“Devo crederci?”
del Canonico George Smith Ph.D., D.D.

         …ci sono anche quelli che sembrano quasi temere le dichiarazioni di autorità, che “la speranza che la Chiesa non impegnerà se stessa” su questo argomento o quello, che prima di accettare qualsiasi dottrina occorre chiedere se il Papa ha definito o, se ha definito esso, se era da un enunciato infallibile e irrevocabile… Nel considerare, quindi, i principi generali che dovrebbero guidare i cattolici nel loro atteggiamento verso l’autorità dottrinale che deve, avere in mente soprattutto il cattolico che si avvicina ogni dottrina con la domanda: “Devo crederci?”

 …le principali verità della rivelazione divina sono proposte in modo esplicito da parte della Chiesa divinamente istituita per la fede dei fedeli, e nell’accettare tali verità il credente aggiunge alla sua fede nella parola di Dio un atto di omaggio alla Chiesa come autentica e infallibile esponente della rivelazione. Le dottrine di fede in tal modo proposte dalla Chiesa sono chiamate dogmi, l’atto con cui i fedeli devono accettarle si chiama fede cattolica, o fede divina-cattolica, e l’atto con cui le rifiutano si chiama eresia .

        Ma ci sono altre verità della religione cattolica che non sono formalmente rivelate da Dio, ma che tuttavia sono così collegate con la verità rivelata che il loro rifiuto porterebbe al rifiuto della parola di Dio, e riguardanti queste la Chiesa, custode e insegnante della parola rivelata, esercita un magistero infallibile: “fatti dogmatici”, conclusioni teologiche, dottrine – sia di fede o di morale – coinvolte nella legislazione della Chiesa, nella condanna di libri o di persone, nella canonizzazione dei santi, nella approvazione degli ordini religiosi – tutte queste sono questioni rientranti nella competenza infallibile della Chiesa, tutte queste sono cose che ogni cattolico è tenuto a credere quando la Chiesa pronuncia su di loro nell’esercizio del suo magistero supremo e infallibile. Egli li accetta non per fede divina-cattolica, perché Dio non le ha rivelate, ma dalla fede ecclesiastica, da un assenso che si basa su l’autorità infallibile della Chiesa divinamente assistita. I teologi, tuttavia, sottolineano che anche la fede ecclesiastica è almeno divina mediatamente, dal momento che è Dio che ha rivelato che la sua Chiesa è da credere: “Chi ascolta voi ascolta me”

        Già è evidente che la domanda: “Devo crederci?” è equivoca. Può dire: “Questo è un dogma di fede che devo credere sotto pena di eresia?” o può significare: “E ‘una dottrina che devo credere per fede ecclesiastica, sotto pena di essere bollato come temerario o per prossimità di eresia?” Ma in entrambi i casi la risposta è: “Devi crederci”. L’unica differenza si trova tra il preciso motivo di assenso in entrambi i casi, o le precise censure che si possono collegare alla miscredenza. La questione si risolve così in una indagine che la dottrina in discussione appartiene a una di queste categorie…

        Il Concilio Vaticano I ha definito che “tutte queste cose sono da credere per fede divina e cattolica che sono contenute nella parola di Dio, scritta o trasmessa, e che la Chiesa, sia con giudizio solenne, sia con il suo insegnamento ordinario e universale, propone a credere come  divinamente rivelato. Che rischia di essere trascurato è l’insegnamento ordinario e universale della Chiesa. E non è affatto raro trovare l’opzione, che nessuna dottrina è da considerarsi come un dogma di fede se non è stata definita solennemente da un Concilio ecumenico o dal Sommo Pontefice. Questo non è affatto necessario. E ‘sufficiente che la Chiesa insegni dal suo magistero ordinario, esercitato attraverso i Pastori dei fedeli, i vescovi il cui unanime insegnamento in tutto il mondo cattolico, sia convogliato espressamente attraverso lettere pastorali, catechismi emessi da autorità episcopale, sinodi provinciali, o implicitamente tramite preghiere e pratiche religiose permesso o incoraggiato, o attraverso l’insegnamento dei teologi approvato, non è meno infallibile di una definizione solenne rilasciata da un papa o di un concilio generale. Se, dunque, una dottrina appare in questi organi della Tradizione divina come appartenente direttamente o indirettamente al depositum fidei commesso da Cristo alla sua Chiesa, è per essere creduta dai cattolici con fede divino-cattolica o con fede ecclesiastica, anche se può non avere formato oggetto di una definizione solenne nel Concilio ecumenico o di un pronunciamento ex cathedra dal Sovrano Pontefice.

        … il nostro interlocutore attende ancora di essere informato se si tratta di una dottrina che è stata formalmente rivelata da Dio ed è quindi da credere sotto pena di eresia, o se è una di quelle cose che appartengono solo indirettamente al depositum fidei, e quindi da essere creduta dalla fede ecclesiastica. Nella maggior parte dei casi questo non è difficile decidere: fatti dogmatici, canonizzazioni, legislazione – questi, evidentemente, non sono rivelate da Dio e appartengono all’oggetto secondario del magistero infallibile. Ma la linea di demarcazione tra dogmi e conclusioni teologiche non è sempre così chiaro. Ci sono alcune dottrine cui si può dubitare che siano formalmente rivelate da Dio o  semplicemente conclusioni che si deducano dalla verità rivelata, ed è parte del compito congeniale del teologo cercare di determinare questo… Ma finora, come i cattolici in generale sono preoccupati non è una questione di grande importanza, perché se la Chiesa – come noi supponiamo – insegna tali dottrine nell’esercizio del suo ufficio infallibile i fedeli sono tenuti sub gravi di credere ad esse; in pratica si tratta di una questione di determinare se colui che le nega è molto vicino al eresia o se egli è effettivamente caduto in essa. In entrambi i casi ha commesso un grave peccato contro la fede.

        E ‘ importante, a mio avviso, di distinguere due aspetti del magistero. Esso può essere considerato come un’autorità in Docendo o un’autorità in Jubendo, cioè come un’autorità che comanda assenso intellettuale o come una potenza che esige obbedienza; …con questa distinzione ancora in mente, ci troviamo di fronte ad un’istituzione a cui Cristo, Verbo incarnato, ha affidato l’ufficio di insegnare a tutti gli uomini: “Andate dunque, ammaestrate tutte le nazioni … insegnando loro a osservare tutte le cose che vi ho comandato “. Qui sta la fonte dell’obbligo di credere a ciò che la Chiesa insegna. La Chiesa possiede il mandato divino di insegnare, e quindi nei fedeli l’obbligo morale di credere, si fonda in ultima analisi, non sulla infallibilità della Chiesa, ma sul diritto sovrano di Dio per la presentazione e la fedeltà intellettuale (rationabile obsequium) delle sue creature: “Chi crede … sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato.” E ‘il diritto divino della Chiesa di insegnare, e quindi è il dovere dei fedeli di credere.

        Ma credo, comunque obbligatoria, è possibile solo a condizione che l’insegnamento proposto è garantita come credibile. E quindi Cristo aggiunto al suo incarico di insegnare la promessa dell’assistenza divina: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo.” Questa assistenza divina implica che, in ogni caso, entro un certo ambito, la Chiesa insegna infallibilmente; e di conseguenza, almeno entro questi limiti, la credibilità del suo insegnamento è fuori discussione. Quando la Chiesa insegna infallibilmente i fedeli sanno che quello che insegna appartiene, direttamente o indirettamente, al depositum fidei commesso da Cristo; … l’infallibilità della Chiesa rende il suo insegnamento divinamente credibile. Ciò che rende obbligatoria la fede è il suo mandato divino di insegnare.

        L’importanza di questa distinzione diventa evidente se si considera che la Chiesa non sempre insegna infallibilmente, anche su quelle questioni che rientrano nella sfera di sua competenza infallibile. Che il carisma è limitato nel suo esercizio, così come nel suo ambito possono essere raccolte dalle parole del Concilio Vaticano I, che definisce che il Pontefice romano gode dell’infallibilità “quando parla ex cathedra, cioè quando, esercitando il suo ufficio come pastore e maestro di tutti i cristiani, secondo la sua suprema autorità apostolica egli definisce una dottrina riguardante la fede o la morale, che si terrà da tutta la Chiesa ” (La parola “tenendam” è stata utilizzata al posto di “credendam” al fine di non limitare l’infallibilità alla definizione dei dogmi (Acta Conc. Vat., Coll. Lac., T.VII, ed. 1704 ss.). Quindi l’infallibilità è esercitabile solo quando il supremo magistero, l’uso delle sue prerogative piene, determina in un modo irrevocabile una dottrina sulla fede o di morale, che si terrà, sia per la fede cattolica divina o dalla fede ecclesiastica, da parte di tutti i fedeli. Se, quindi, in qualsiasi momento una dichiarazione è rilasciata dalle docens Ecclesia, che dimostra di non essere un esercizio della suprema autorità in tutta la sua pienezza, o non si rivolge a tutta la Chiesa come vincolante per tutti i fedeli, o non  mira a stabilire una dottrina in maniera irrevocabile, allora tale dichiarazione non è infallibile.

        …Per il nostro scopo è sufficiente registrare il fatto che gran parte dell’autorevole insegnamento della Chiesa, sia sotto forma di encicliche papali, le decisioni, le condanne, le risposte delle Congregazioni Romane – come ad esempio il Sant’Uffizio – o da parte della Commissione Biblica, è non un esercizio del magistero infallibile. E qui ancora una volta il nostro fedele prudente alza la voce: «Devo crederci?”

 
        La risposta è implicita nei principi già stabiliti. Abbiamo visto che la fonte dell’obbligo di credere non è l’infallibilità della Chiesa, ma il suo mandato divino di insegnare. Pertanto, se il suo insegnamento è garantito da infallibilità o no, la Chiesa è sempre il maestro divinamente nominato e custode della verità rivelata, e di conseguenza l’autorità suprema della Chiesa, anche quando non interviene per prendere una decisione infallibile e definitiva sulle questioni di fede o di morale, ha il diritto, in virtù del mandato divino, a comandare l’assenso obbediente dei fedeli. In assenza dell’infallibilità l’assenso quindi richiesto non può essere quella della fede, sia cattolica o ecclesiastica; sarà un assenso di ordine inferiore proporzionato al suo motivo. Ma qualunque sia il nome sarà dato – per il momento possiamo chiamiamo convinzione – è obbligatorio; obbligatorio non perché l’insegnamento è infallibile – non è – ma perché è l’insegnamento della Chiesa divinamente assistita. È dovere della Chiesa, come Franzelin ha sottolineato, non solo per insegnare la dottrina rivelata, ma anche per proteggerla, e quindi la Santa Sede “può prescrivere da essere seguito o vietare tale da essere evitato opinioni teologiche o opinioni collegati con la teologia, non solo con l’intenzione di decidere infallibilmente la verità con un pronunciamento definitivo, ma anche – senza questa intenzione – solo allo scopo di salvaguardare la sicurezza della dottrina cattolica “. Se è dovere della Chiesa, anche se non infallibile, a “prescrivere o proscrivere” dottrine a tal fine, allora è evidente anche il dovere dei fedeli di accettarli o rifiutarli di conseguenza.

        …La sicurezza della dottrina cattolica, che è lo scopo di queste decisioni, non sarebbe garantita se i fedeli fossero liberi di rifiutare il loro assenso. Non è sufficiente che essi dovrebbero ascoltare in rispettoso silenzio, astenendosi dal aperta opposizione. Essi sono tenuti in coscienza di presentare a loro, e la sottomissione di coscienza ad un decreto dottrinale non significa solo astenersi dal respingere pubblicamente; significa che la presentazione di un proprio giudizio al giudizio più competente di autorità.

        …anche quando non vi è alcun esercizio del magistero infallibile, la Provvidenza divina ha una particolare attenzione per la Chiesa di Cristo; che, pertanto, il Sommo Pontefice in vista del suo sacro ufficio è dotato da Dio con le grazie necessarie per il corretto adempimento di esso; che, pertanto, le sue espressioni dottrinali, anche quando non garantite da infallibilità, godono della più alta competenza; che in un grado proporzionale questo è vero anche delle Congregazioni romane e della Commissione Biblica, composte da uomini di grande cultura e di esperienza…

        … Nei casi che stiamo contemplando, non è detto come aderire con la pienezza della certezza di una dottrina che è divinamente garantita dalla infallibilità; ma gli viene detto che questa particolare proposta può essere mantenuta con perfetta sicurezza, mentre il suo contraddittorio è pieno di pericoli per la fede; che nelle circostanze e allo stato attuale delle nostre conoscenze questa o quella interpretazione della Scrittura, non che possa essere abbandonato; che un particolare principio filosofico può portare a gravi errori in materia di fede. E il cattolico deve evitare il pericolo di cui è autorevolmente messo in guardia  inchinandosi al giudizio dell’autorità. Egli non deve dubitare, deve assentire.
        
    Per riassumere, i cattolici sono tenuti a credere a quello che insegna la Chiesa. Rifiutare l’assenso di fede divina-cattolica a un dogma è essere un eretico; rifiutare l’assenso di fede ecclesiastica ad una dottrina che la Chiesa insegna come appartenente indirettamente al deposito della fede è quello di essere più o meno vicino alla eresia; rifiutare l’assenso religioso interno alle decisioni dottrinali non infallibili della Santa Sede è quello di uscire da quella sottomissione che i cattolici sono strettamente tenuti a rendere al magistero della Chiesa.

        Ci sono, poi, non campi del pensiero in cui i cattolici possono vagare con libera fantasia? Ci sono infatti; e sono felice terreno di caccia per il teologo. Ma lui specula più liberamente quando è libero dal pericolo di errore. Le sue indagini sono più fruttuose, se perseguite nei limiti della verità di Dio. Vi è libero, con la libertà con cui Cristo lo ha reso libero.

“Must I Believe It?”
by Canon George Smith Ph.D., D.D.
(Originally published in The Clergy Review)

Link originale con testo completo in lingua inglese https://t.co/MQIn9x6Pqf

 

 

Un commento a "Devo crederci? Riflessioni cattoliche sul Magistero ecclesiastico"

  1. #Agdan   18 maggio 2016 at 6:07 pm

    Non appena eletto ha dichiarato di essere vescovo di Roma, poi a chi lo accusava di essere comunista ha risposto “e che male c’è” dimenticando l’ideologia atea e materialista, poi ha messo in dubbio l’ infallibilità del magistero per compiacere Kung, ma perché dovremmo obbedire a questo Sig. nessuno e non a Gesù che ha parole di vita eterna?