La felicità che ci annienta: “Fine di una storia” di Graham Greene

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«È troppo facile morire per le cose buone e belle…

ma ci voleva un Dio per morire per gli indifferenti e i corrotti»

(Graham Greene, Il potere e la gloria)

di Luca Fumagalli

Anche Londra può trasformarsi in un deserto, sabbia che tormenta la carne e che incrosta il cuore. La folla, il traffico e il brulichio quotidiano della metropoli diventano improvvisamente un nulla se confrontati alle fitte laceranti di un’anima in pena che non trova requie. I luridi bassifondi mutano natura, diventano un palcoscenico adatto a ospitare l’umana tragedia del quotidiano; perché Graham Greene è sempre in grado di estorcere al baratro del peccato e dell’abiezione una morale che eleva i miseri protagonisti dei suoi romanzi a figure titaniche, emblemi di statura universale. Al contempo miseri e grandi, lottano strenuamente per ottenere anche solo uno spicchio di felicità in un universo degradante, dove ogni speranza è annichilita dallo strapotere del moderno scetticismo.

La trama di Fine di una storia (The End of the Affair) si dipana sulla scorta di un insolito triangolo amoroso che ha per vertici Maurice Bendrix, uno squattrinato scrittore, l’ex amante, Sarah Bertram, e quel Dio nel quale la donna arriva a credere contro la sua stessa volontà. Le macerie del secondo conflitto mondiale fanno da sfondo all’inaspettato incontro tra i due, all’amore, violento e rabbioso, che si consuma sotto gli occhi dell’inconsapevole marito di lei, Herny Miles, e all’improvvisa fine della relazione, conclusa per volontà di Sarah a seguito di una misteriosa promessa.

Il «documento d’odio», come Bendrix, la voce narrante, definisce la vicenda che si accinge a raccontare, denuncia tanto nella forma quanto negli stilemi la vicinanza di Greene a due mezzi espressivi tipicamente novecenteschi come la detective story e il cinema. Del “giallo” l’autore accoglie i meccanismi votati alla creazione della suspense e, soprattutto, la dimensione avventurosa del quotidiano con cui i protagonisti, loro malgrado, sono costretti a confrontarsi. Il racconto non vuole colpire per la stupefacente straordinarietà, ma procede secondo un progressivo disvelamento degli eventi, alternando ritmi blandi a fughe frenetiche. La descrizione della scoperta di nuovi indizi è condotta come se Greene si trovasse dietro la macchina da presa, in un’azione visiva e dinamica montata con perizia artigianale.

All’origine di uno dei romanzi più famosi dello scrittore inglese, icona del cattolicesimo progressista negli anni del post-concilio, vi è un’esperienza biografica. Nel 1946 Catherine Walston, moglie di Henry Walston e madre di cinque figli, aveva scritto una lettera a Greene in cui lo informava che era stata così colpita dai suoi romanzi da decidere di convertirsi alla Chiesa di Roma. Dall’incontro tra i due nacque una relazione sentimentale che si trascinò clandestinamente per qualche mese e che finì quando Greene capì che, al contrario di quello che aveva fatto lui, la donna non era intenzionata a divorziare dal marito. La lunga depressione che seguì alla separazione, fornì allo scrittore il doloroso materiale per imbastire il nuovo romanzo, pubblicato nel 1951 e dedicato proprio a Catherine.

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L’amore proibito tra Maurice e Sarah è descritto sin dalle prime battute nei termini dell’intima perversione, una malattia che ammorba le coscienze. Lontano dagli stereotipi della passione delicata, Greene presenta il loro rapporto come un match cannibalistico, in cui l’uno gioca sadicamente a divorare l’anima dell’altro. Il binomio amore-morte, la paradossale felicità che annienta, è una prigione sempre più piccola al cui interno si sono volontariamente confinati i due protagonisti.

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La fuga inizia per Sarah quando si rende conto che, oltre la superficie di un amore apparentemente appagante, vi è in realtà un vuoto impossibile da colmare. La riacquistata consapevolezza della gravità della sua infedeltà è l’inizio di un cammino purgatoriale che scalfisce il radicale ateismo della donna, messo in crisi da una semplice domanda, il primo germoglio di preghiera: «Se sono una cagna e una falsa, non c’è nessuno che possa amare una cagna o una falsa? […] Non posso fare nulla da me. Fammi credere Tu».

Per l’anti-eroe Bendrix, al contrario, l’odio per quel Dio che gli ha tolto l’unica cosa decente della sua malandata esistenza sembra destinato a non tramutarsi mai in un atto di fede. Nonostante la realtà intorno a lui testimoni esattamente l’opposto, lo scrittore forgia intorno a sé, lentamente, pezzo per pezzo, una corazza d’ottusità che gli impedisce di scorgere negli eventi i segni della provvidenza divina. In una spirale di crescente follia pretende addirittura di proteggere Herny dalla nuova religione della moglie, non rendendosi conto di stare preparando il male per sé e per gli altri. «L’estraneo aveva vinto davvero, alla fine», commenta sarcasticamente il protagonista nelle pagine finali del libro, ma la lettura del diario segreto dell’amata, rubato con un sotterfugio da un investigatore privato assoldato in precedenza, apre uno scenario inedito, stravolgendo all’ultimo ogni certezza pregressa.

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Fine di una storia è un romanzo dalle tinte forti, un chiaroscuro degno di una vecchia pellicola noir, la storia di una conversione così drammaticamente vera che certamente non lascerà con l’amaro in bocca il lettore: «Non avevo più nessuna paura del deserto, perché Tu eri lì».

Per concludere si segnala che dal romanzo, che riscosse un ampio successo di pubblico e critica, sono stati tratti due film: La fine dell’avventura, del 1955, diretto da Edward Dmytryk e interpretato da Deborah Kerr (da cui sono estrapolati i fotogrammi di corredo al presente articolo), e il riuscitissimo Fine di una storia, del 1999, diretto da Neil Jordan, con Julianne Moore e Ralph Fiennes.

Il libro: G. GREENE, Fine di una storia, Milano, Mondadori, 2013, pp. 206, Euro 9,50.

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