[MATTIA ROSSI] La Pentecoste

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Sant’Ambrogio, nella sua Expositio Evangelii secundum Lucam, ricorda che «i cinquanta giorni sono da celebrare come la Pasqua ed essi sono tutti come un’unica domenica». E anche l’antifonario romano-antico definisce il giorno di Pentecoste come «Pascha Pentecosten».

Nei primi secoli cristiani, dunque, la Pentecoste non veniva considerata come una festività o solennità a sé stante, ma semplicemente come l’ultimo giorno del lungo tempo di Pasqua. Si delinea verso la fine del VI secolo l’idea di istituire una festa distinta dalla Pasqua, ancorché ne continua a rappresentare la “chiusura”, per celebrare la Pentecoste e, dieci giorni prima, l’Ascensione.

Sulla Pasqua, dunque, e sulla sua conformazione, si struttura la domenica di Pentecoste. E così come per la Pasqua, alla festa di Pentecoste (così come per l’Ascensione), si antepone una vigilia, del tutto simile in struttura e repertorio a quella di Pasqua, nel sabato e, dal VII secolo, un’Ottava il cui repertorio gregoriano venne complessamente assemblato in più stadi.

Venendo al repertorio del giorno, notiamo subito l’intento dell’introito Spiritus Domini: essendo, come abbiamo visto, la Pentecoste, diretta emanazione liturgica della Pasqua, esso ha il preciso scopo di chiudere il tempo pasquale – come abbiamo visto, del resto, essere sempre stata la funzione primitiva della Pentecoste.

Scrivevamo in una delle scorse puntate dedicate alle domeniche dopo Pasqua di come quel repertorio fosse interamente costellato da una dimensione universalistica incarnata da espressioni quali «Iubilate Domino omnis terra», «Laudate Dominum omnes gentes», «Iubilate Deo universa terra…», «Nuntiate usque ad extremum terrae…», «Benedicite gentes Dominum Deum nostrum» e simili.

Ebbene, queste costanti sottolineature dell’universalità della redenzione pasquale trovano sintesi e compimento proprio nel giorno di Pentecoste: «Spiritus Domini replevit orbem terrarum, alleluia, et hoc quod continet omnia, scientiam habet vocis, alleluia, alleluia, alleluia» (Lo Spirito del Signore riempie l’universo, alleluia, e, abbracciando ogni cosa, conosce ogni voce, alleluia, alleluia, alleluia), canta l’introito. E lo fa con una musica che sembra vuol tradurre questa “universalità” partendo dal punto più grave del brano, la prima nota su «Spiritus» (che ricava l’incipit melodico dall’omonima antifona del repertorio dell’Ufficio), per arrivare all’estremo acuto su «orbem» formando un ideale abbraccio in musica dei due antipodi melodici del brano, figura degli antipodi dell’orbe.

Retoricamente e teologicamente interessante, è anche l’antifona di comunione Factus est repente: «Improvvisamente, nel luogo dove si trovavano, venne dal cielo un rumore come di vento impetuoso, alleluia. E furono pieni di Spirito Santo, celebrando le meraviglie di Dio, alleluia, alleluia».

Questa composizione è strutturata attraverso una connotazione fortemente trinitaria e simbolica: il brano che narra la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli si apre con la stessa formula d’intonazione dell’introito natalizio Puer natus, il brano dell’Incarnazione di Cristo. Il parallelo teologico tra la discesa umana del Figlio e quella divina dello Spirito è “segnato” da un medesimo intervallo melodico che ricorre, identica, il giorno di Natale e il giorno di Pentecoste.

Mattia Rossi