[MATTIA ROSSI] Nella festa dell’Ascensione

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Non si riesce a comprendere appieno il significato della solennità odierna dell’Ascensione senza risalire, per un attimo, al repertorio dell’Incarnazione, ovvero all’Avvento e al Natale.

Questo a partire dall’introito Viri Galilaei («Uomini di Galilea, perché rimanete a guardare verso il cielo?, alleluia. Come lo avete visto salire al cielo, così ritornerà, alleluia, alleluia, alleluia») in cui si annuncia la seconda venuta di Cristo, quella finale nel giorno del Giudizio. La stessa venuta ultima che, secondo l’esegesi cattolica, contraddistingue precipuamente l’attesa dell’Avvento che non è solamente l’attesa della nascita terrena di Cristo.

Ecco spiegata, in una tale ottica, la presenza di una medesima piccola linea melodica identica nel Viri Galilaei e nel communio delle ultime ferie d’Avvento Ecce Dominus veniet: in entrambi i brani, in corrispondenza delle parole che annunciano la seconda venuta di Nostro Signore, sono poste le medesime note proprio con l’intento retorico e teologico di instaurare un ponte tra le due ricorrenze, apparentemente distanti, ma teologicamente vicine.

Un simile intento pervade anche l’offertorio dell’Ascensione: «Ascendit Deus in jubilatione, Dominus in voce tubae, alleluia» (Ascende Dio tra le acclamazioni, il Signore tra suoni di tromba, alleluia).

Con l’Ascensione, ovvero con l’ascesa al Cielo del Figlio di Dio, si celebra l’avvenimento opposto del Natale, ovvero la discesa sulla terra del Figlio di Dio. Ecco, allora, che il canto gregoriano si premura di ricordarlo nell’antifona offertoriale quando per ben due volte il compositore inserisce lo stesso intervallo melodico di quinta che aveva posto su «puer» di Puer natus, l’introito della Messa del giorno di Natale. E, per di più, la seconda volta lo fa sulla parola «Dominus»: il «puer» che è divenuto «Dominus», è la stessa Persona, prima bambino indifeso poi glorioso trionfatore sulla morte, che viene caratterizzata da un medesimo segnale melodico.

Mattia Rossi