Poena damni: un racconto di R. H. Benson

cop

Fra l’estate e l’autunno del 1902 Benson mise mano a una raccolta di racconti intitolata “La luce invisibile”, pubblicata l’anno seguente.

Il libro non è né un romanzo né un trattato religioso, ma un’esposizione di sensazioni e fatti spirituali, esperienze vive narrate dalla voce di un vecchio sacerdote all’autore, che ne ha poi predisposto una trascrizione accurata. L’anziano, ormai troppo debole per gestire una parrocchia, vive con qualche domestico in una casa di campagna. É un uomo dotato di una straordinaria percezione spirituale e per questo isolato, incapace di raccontare le sue visioni agli altri se non a quelli a cui Dio ha fatto il grande dono di comprenderle.

La “Poena Damni” che dà il titolo al racconto proposto di seguito è la dolorosa separazione da Dio che subisce l’anima condannata all’inferno. L’anziano sacerdote narra all’autore la storia di un nobile di campagna, una persona apparentemente serena, ma che, in realtà, nasconde nel cuore le tracce di un male così radicato da averne completamente annullato la libertà. Per lui ogni possibilità di salvezza sembra definitivamente svanita.

Una sera, a pranzo, il mio vecchio amico, sin allora allegro e loquace, parve a un tratto immerso in una penosa rimembranza che lo fece ammutolire. Appariva sempre più a disagio, e mi parve addirittura sollevato quando mi vide buttar via la sigaretta, e poté così propormi di passare nell’altra stanza. Lì finalmente la sua tristezza parve dileguarsi; e quando fummo seduti davanti al focolare, si spiegò.

«Scusatemi»  disse; «qualche volta cado in un ordine di pensieri addirittura tremendi. Mi ha un po’ suggestionato, credo, la lampada rossa sulla tavola, e gli ultimi chiarori che entravano dalla finestra e si riflettevano sulle posate e sui cristalli. Cosa sia il potere d’associazione, lo sapete; ebbene: proprio in un ambiente come questo ho passato uno dei momenti più terribili della mia vita».

Rimasi in silenzio, perché mi pareva che il vecchio volesse parlare.

«Mi ha preso i nervi ormai», disse «e mi sarebbe quasi un sollievo raccontarvelo. Vi darebbe noia?» L’assicurai che mi avrebbe grandemente interessato. Allora cominciò:

«Fra quelli che non accettano realmente la Rivelazione in sé stessa, è di moda credere in una specie d’universalismo. Estranea a ogni autorità, questa dottrina intacca, come sapete, la realtà della volontà libera dell’uomo. L’incidente che sto per raccontarvi riguarda appunto il modo in cui, per la prima volta, colsi da me stesso un lampo di quella realtà.

Molti anni or sono, nell’occidente d’Inghilterra, conobbi un tale in circostanze che non occorre specificare, se non dicendo che mi dimostrò confidenza. Mi pregò d’andar a trovarlo nella sua villa ed io lasciai Londra per una settimana. Lo trovai che faceva la solita vita del signore di campagna, occupandosi – poiché era d’estate – di caccia, pesca e simili. Abitava in una bella casa antica circondata da boschi. Aveva una graziosa moglie e due o tre bambini; e sulle prime mi parve assai felice e soddisfatto.

Poi, via via, mi accorsi che le cose non andavano tanto bene. Le case della sua fattoria erano in cattive condizioni: sempre un brutto segno. D’altronde, da qualche piccolezza, notai che di fronte ai sottoposti non prendeva il tono giusto; e di lui seppi una o due azioni addirittura crudeli. Può apparire ch’io fossi lì quasi una spia, avida d’informazioni; ma posso dire soltanto che quei segni erano fuori d’ogni dubbio ed evidenti, e che mi giunsero inaspettati e non cercati. Compresi pure che le sue relazioni familiari non erano fondate sul giusto. Mi sembrava insomma – meglio di così non posso spiegarmi – che nell’esistenza sua ci fosse come una macchia; nulla di assolutamente malvagio, ma in tutto c’era un torto.

Nei primi giorni mi credetti depresso, o comunque mal prevenuto, ma non potei durar molto in questa idea; e l’ultimo giorno, un venerdì, acquistai finalmente la certezza che in quell’uomo c’era qualcosa che andava orribilmente male. Quella sera appunto egli mi aprì il suo cuore, almeno per quel tanto che gli era possibile. Subito dopo il desinare, la signora con le figliuole ci avevano lasciati per andare in giardino; e noi due restammo nella sala da pranzo. Le finestre guardavano a ponente, su di un bel prato in pendio, con un laghetto in fondo. Di là da questo sorgeva un delicato bosco di betulle, spiccante sopra un cielo che, mite e verdognolo presso il tramonto, più in alto si tingeva d’un liquido azzurro crepuscolare, mentre sopra di noi si accendeva una o due stelle. Vedevo, di fuori, le tre bianche figure della signora e delle figliuole spiccare presso la rilucente superficie del lago.

Accesa una sigaretta e bevuto un bicchiere di vino, quell’uomo mi aprì il suo cuore, raccontandomi una storia spaventosa che qui non posso ripetere. Gli sedevo di fronte, osservando, al lume della lampada, la sua mano forte e muscolosa che con la sigaretta si muoveva su e giù. Osservavo la sua faccia tranquilla e ben nutrita, i lunghi baffi, gli occhi abbassati; e mi domandavo se era realmente possibile che un tal racconto fosse vero. Ma quell’uomo parlava con una convinzione e un ritegno che non lasciavano luogo a dubbi.

Ecco ciò che raccolsi dal racconto: quell’uomo si era immedesimato, con ogni sua volontà e in tutta la sua vita pratica, alla causa di Satana. Dal suo discorso non potei scoprire se aveva mai fatto un serio tentativo per distaccarsene. Un santo – ha detto qualcuno – è colui, che sempre e ad ogni passo, sceglie la migliore fra le due strade che gli stanno aperte. Invece, per quanto m’era dato di vedere, quell’uomo aveva scelto sempre la peggiore. Anche quando aveva fatto cose che a voi e a me paiono buone, le aveva fatte per qualche movente cattivo: e rendendosene conto, sempre. Non credo aver mai sentito una persona analizzarsi così bene. Ogni tanto, vedendo l’abisso di disperazione cui portavano le sue parole, l’interrompevo col suggerirgli qualcosa che alleggerisse l’orrore della sua confessione: e che era troppo pessimista, e che spesso aveva operato dietro idee sbagliate, e simili. Ma lui, ogni volta, mi ribatteva con una tranquilla risposta che mi faceva ammutolire. Infatti», continuò il prete che cominciava un poco a tremare «non avrei mai creduto possibile che un cuore umano accogliesse tanta corruzione insieme con tanta conoscenza e tanto sentimento».

«Quand’ebbe finito, mi guardò un momento, e poi disse: “Ora soltanto ho capito ciò che ho perduto e che perderò. Vi ho raccontato tutto per domandarvi se il Vangelo cristiano può ancora offrire un po’ di speranza ad un uomo come me”.

Risposi, com’era naturale, da prete cristiano, sinceramente convinto di trovarmi dinnanzi ad uno dei più grandi miracoli di grazia divina ch’io avessi mai veduti. Quand’ebbi finito, alzai gli occhi e lo guardai. Mentre parlavo, le sue dita avevano giocherellato senza posa con un cucchiaino; ma quando lo fissai, anche lui guardò in su, e i nostri occhi s’incontrarono».

Il prete si alzò, appoggio la testa alla cappa di quercia del camino, e tacque un momento; poi continuo:

«Dio mi perdoni se m’ingannai, e se m’inganno ancora; ma ecco quel che credetti di vedere: da quegli occhi s’affacciava un’anima perduta; e, quasi a segno o simbolo, brillarono a un tratto di quella torbida luce rossastra che hanno talora gli occhi dei cani. Era la Poena Damni quale talora l’avevo letta nei libri. La sua parola, cioè che si rendeva conto di ciò che aveva perduto e perderebbe, era vera: era la porta del cielo che s’apre ad uno che non può entrarvi; era il raggio filtrante dalla porta, verso uno che implora: “Signore, Signore, lasciatemi entrare”; ma di dentro veniva la risposta: “Non ti conosco”. Ah! Non che prima d’allora non avesse conosciuto cos’era Dio, cos’era il Suo servizio ed il Suo amore. Era giusto che sapesse la sua condanna, perché non una volta, non due, ma infinite volte aveva veduto le due vie; e non una volta, non due, ma daccapo e daccapo e sempre, aveva scelto la peggiore; ed era ormai ridotto all’impotenza.

Tutto ciò, dico, mi s’affaccio dinnanzi in un momento. Vedevo lì quel volto signorile dalle linee delicate, quasi etereo nel mite chiarore della lampada rossa. Dietro a lui, tra le finestre, il ritratto di un antenato, un teologo con merletti e bende. Dalle finestre, lo splendore glorioso della sera e le tre bianche figure presso il lago. Fra noi due, il lusso delicato e carezzevole, un che di lindo e fresco, dato dall’argento, dai cristalli, e dalle frutta. E là, per un attimo, in quella cornice di bellezza e di pace, mi fissavano gli occhi d’uno che, tormentato da orribile fiamma, avrebbe bramato anche una sola goccia d’acqua viva per rinfrescarsi la lingua.

Tutto questo, ripeto, lo vidi; poi la stanza cominciò a ondeggiarmi e girarmi d’intorno, e la tavola a muoversi e a sollevarsi; e caddi – credo – in avanti sul pavimento.

Quando rinvenni, c’erano i servitori, e la faccia ansiosa del padrone china su di me.

La mattina dopo, dovetti tornare in città.

Nella settimana seguente, gli scrissi a lungo, dicendogli che quella sera mi ero sentito male, e che non gli avevo detto tutto ciò che avrei voluto e potuto dirgli: e tiravo avanti, a smentita di quanto avevo veduto, e parlandogli come a ogni anima stanca del peccato e desiderosa di Dio.

A dire il vero, scrivendo quella lettera, credevo possibile d’essere stato orribilmente ingannato, e che, dopo tutto, quell’uomo poteva anche andare a finir bene. Lui mi rispose poche righe; si scusava di avermi turbato con un simile racconto, aggiungendo di aver molto esagerato la propria colpa; e che, quella sera, anche lui era in stato di malessere e di eccitamento; che anche lui confidava in un Dio d’amore. Finalmente mi pregava di non alluder mai più al nostro colloquio.

E ora, accettate pure questa versione. Vorrei – e Dio me lo conceda – poterla accettare anch’io!»

 

a cura di Luca Fumagalli

Un commento a "Poena damni: un racconto di R. H. Benson"

  1. #Jade   23 maggio 2016 at 7:06 pm

    Indubbiamente Benson ha un modo molto personale nel presentare il demonio e i suoi trucchi.
    Lo ha gia’ dimostrato nel suo ormai famoso libro ” Il Padrone del Mondo” in riferimento all’anti-Cristo.

    Rispondi

Rispondi