Quel ciellino da Baku alla Procura di Milano

volonte

Riceviamo e pubblichiamo [RS]

 

Cari amici di Radio Spada,

vi scrivo per segnalare un articolo apparso il mattino di sabato 25 giugno 2016, sul Corriere della Sera.
Siccome la cosa è un po’ grossa, vale secondo me la pena di riportarlo

 

 

 

«Tangente da due milioni dall’Azerbaijan»

Accuse all’ex deputato comasco Volontè
I soldi sarebbero serviti per contribuire alla bocciatura da parte del consiglio di Europa di un rapporto sui prigionieri politici. La difesa: contestazioni infondate

Furono 128 contro 79 i voti del Consiglio d’Europa che bocciarono il rapporto «Strasser» su 85 prigionieri politici in Azerbaijan. Era il 23 gennaio 2013 e quello sarebbe stato uno dei risultati ottenuti dall’allora deputato comasco dell’Udc Luca Volontè che avrebbe ricevuto dal governo dell’Azerbaijan una tangente da due milioni e 390 mila euro per sostenere «le posizioni politiche dello Stato straniero» come componente italiano dell’Assemblea del Consiglio. Ora la Procura di Milano lo accusa di corruzione e riciclaggio.
Il denaro, proveniente dalle casse della società di telecomunicazioni azera Baktelecom mmc, tra il 2012 e il 2014 arrivò alla società Lgv e alla Fondazione Novae Terrae, entrambe riferibili a Volontè, attraverso 18 bonifici effettuati dalle società inglesi Polux management lp e Hilux service lp e transitati dalla branca estone della Danske Bank.
Volonté, sostengono i magistrati, avrebbe ricevuto il denaro «per sé e per terzi soggetti» dal politico Elkhan Suleymanov, suo collega nell’Assemblea parlamentare, da un collaboratore di questi, tale Muslum Mammadov, e da «altri soggetti politici azeri non meglio identificati» affinché asservisse «la propria funzione pubblica» ai loro interessi e a quelli del «governo dell’Azerbaijan». Secondo quanto si legge nell’avviso di conclusione delle indagini, che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, l’allora parlamentare Udc avrebbe assicurato «nel corso di incontri e riunione in Azerbaijan e a Strasburgo, il proprio sostegno alle posizioni politiche dello Stato straniero dietro il pagamento di denaro». Spingendosi fino a «orientare le votazioni» del gruppo Popolari-Cristiano Democratici all’Assemblea, di cui era presidente, contro (come avvenne) il rapporto sui prigionieri politici stilato dal socialdemocratico tedesco Christoph Strasser e fortemente osteggiato dall’Azerbaijan, ma sul quale anche i delegati di alcuni Paesi avevano dubbi.
«Le contestazioni mosse, oltre ad essere infondate in diritto, non trovano riscontro negli atti di indagine e si fondano su una errata interpretazione di relazioni e rapporti politici legittimamente intrattenuti da Luca Volontè con esponenti appartenenti al Consiglio d’Europa», sostengono i suoi legali, gli avvocati Alessandro Pistocchini e Domenico Pulitanò, convinti che il «contributo chiarificatore» che la difesa fornirà ai pm «consentirà di evitare un inutile processo».
La questione è rimbalzata subito su La Provincia di Como, il giornale di una delle aree che tributano il voto robotico ciellino a Volontè. Qualche ora fa si è svegliato anche Il Fatto Quotidiano, che riprende La Provincia di Como, senza accorgersi che La Provincia a sua volta cita il Corriere. (È la triste era dell’informazione su internet, ciechi guidano ciechi).
Un articolo pare essere apparso anche su La Stampa.

Molti giornali e siti armeni nel frattempo hanno, per ovvi motivi, dato la notizia.
Anche Ria Novosti, la storica agenzia di informazione della Federazione Russa, ieri ha battuto la notizia.

La Nuova Bussola Quotidiana, testata online vicina a CL dove il ciellino Volontè talvolta scrive i suoi accorati appelli, non ha ancora scritto niente, nemmeno l’odiosa frase di rito sulla «piena fiducia del lavoro della magistratura», nemmeno le dichiarazioni degli avvocati.

CL, come noto, non è la prima volta che viene sospettata di loschi traffici con Paesi orientali, come per esempio l’Iraq saddamita dello scandalo Oil for Food. Volontè peraltro faceva parte delle sezioni bilaterali di amicizia Italia Iraq della Camera dei deputati.

Mi sembrano che siano rimasti belli zitti anche tutti coloro che con Volontè hanno avuto tante photo-opportunity, magari anche sul palco del Family Day: qualora le accuse risultassero fondate, ci sarebbe da sperare – davvero – che alla (magari incolpevole) compagine non siano pervenuti finanziamenti dal Volontè e dalla Fondazione Novae Terrae.
Piccolo Amarcord antidemocristiano

Disclosure: nel luglio 2013 accompagnai a Roma un’amica per una conferenza stampa dei Giuristi per la Vita, di cui allora ella faceva parte. Al termine dell’evento, fui trascinato assieme a lei e a forse una ventina di altri in un ristorante non lontano dalla Camera dei Deputati (modalità imbucato: on).
Al tavolo, ad attendere, trovammo con sorpresa proprio Volontè.
Alla fine offrì lui a tutti, e io lasciai fare anche perché durante il pranzo l’euro-onorevole non era stato particolarmente simpatico, davvero con nessuno: una qualche funzione positiva ero pur disposto a lasciargliela, tanto più che – pensavo – quelli con cui pagava erano soldi dell’euro-contribuente, cioè miei.
Se quella cacio e pepe che consumai fu saldata invece con petrodollari azeri lo dovrà stabilire la giustizia italiana.

Comunque sia, cari amici,
io scrivo a voi perché quando tra il 2013 e il 2014 vi fu un push notevole per il riagglutinamento delle forze democristiane italiane, Radiospada fu l’unica che, pubblicando le mie epistole, raccontava bene il ruolo rivestito da un personaggio come Volontè.
Forse qualche vostro lettore ricorderà quando, due anni e mezzo fa, tratteggiai della manovre intorno a quel Family Day che come sappiamo si è poi realizzato, e del del pezzo di manovra neodemocristianista appaltata evidentemente al Volonté.

Del personaggio scrivemmo anche quando fallì ridicolmente, nel gennaio 2014, la prima Manif Italia (ora riciclata nei vari Family Day, PdF, DNF: tutti muti come pesci sullo specioso caso del cielloide comasco), che lui, grazie ai contatti con la Manif francese, aiutò un pochino: come non rammentare che da quel palchetto – dove tutti, dalla Roccella a Gigli a qualsiasi altro avanzo della macchina episcopale già urlante in coro «nuovo Family Day!» – comiziava ovviamente anche il Volontè, che per l’occasione aveva portato dalla Francia, come una sorta di trofeo esotico o peggio di pillola omeopatica di catto-sodomismo, anche un «Homovox», una specie di «omosessuale addestrato» (il motto potrebbe essere: «contronatura per la legge naturale»).

L’occhialuto giussanista comasco era infine protagonista di un’altra mia, scritta a RS in occasione delle elezioni europee 2014, pure quelle fallite dal Volontè, il quale aveva presentato una sua lista transnazionale, in vispo accordo con il suo amico Mons. Negri, prelato che ricopre il ruolo eterna speranza del catto-tradizionalismo moscio, autore di questa lettera di profonda amicizia indirizzata all’onorevole ciellino ora nei guai.

Sempre Radiospada fu l’unica testata dove fu possibile discutere del legame tra lo spamming di CitizenGo e il Volontè, che siede nel board dell’organizzazione assieme ai democristiani spagnuoli che lo fondarono come emanazione della piattaforma Hazteoir (RS parlò anche di questo).
Come sa chiunque abbia una casella di posta elettronica, lo spamming tuttora persiste a martellare i nostri giorni: firma qui per fermare l’aborto, l’eutanasia, i matrimoni gay, la fine del mondo – ricordati però di darci contestualmente del danaro.

Insomma, diciamo che siamo stati gli unici a raccontare un po’ questo tizio e il suo sottomondo, al quale oggi il tribunale di Milano aggiungerebbe un capitolo nuovo, imprevisto.

Imprevisto fino ad un certo punto.
Un ciellino a Baku

Va notato come il rapporto tra Volontè e l’Azerbaigian sia risalente.
Da eurodeputato nel 2011, andò a Baku con una delegazione del ‘Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE).
Ne diede notizia il sito di The European-Azerbaijian Society (TEAS), un’organizzazione che cura i rapporti tra Baku e la UE.

«Il presidente Aliyev – scrive TEAS – ha ribadito la tolleranza razziale e religiosa dell’Azerbaigian, un fatto riconosciuto da Luca Volontè, presidente del Partito Popolare Europeo».

«Volontè – continua TEAS – è stato informato riguardo alla realtà della pulizia etnica in Nagorno Karabakh, il cui risultato sono 870.000 profughi azeri. Il presidente Aliyev ha ripetuto la sua richiesta ai Paesi più influenti di supportare l’integrità territoriale azera».

Per chi non lo sapesse, il Nagorno Karabakh, o Nagorno Montuoso, è una énclave armena in territorio azero, per il quale Armenia e Azerbaigian combatterono una guerra nel 1994, terminata con una netta vittoria armena. Di fatto, il Nagorno Karabakh è oggi – con grande scorno di Baku – una entità indipendente a maggioranza armena.

Nel 2008 il presidente Aliyev disse che non solo il Nagorno Karabakh mai sarà una realtà indipendente (una posizione, la sua. «sostenuta dai mediatori internazionali; l’Armenia deve accettarlo»), ma che anche la «cessione» di Yerevan, la capitale dell’Armenia, è stato «un grande errore»: «Il khanato di Erevan era terra azera, gli armeni sono ospiti» (lo riporta Wikipedia, perfino). Peccato che il Khanato di Erevan mai fece parte dell’Azerbaigian, appartenendo piuttosto alla Persia Safavide, e un secolo prima che l’Azerbaigian esistesse già era divenuto un’oblast’ dell’Armenia Russa.
Ma tant’è: il delirio nazionalista – una sorta di «pan-azerismo»? – nel presidente figlio del presidente è evidente. E preoccupante, almeno per qualcuno che crede ancora, come dice Giussani, al «senso religioso»: l’Armenia è cristiana, l’Azerbaigian no. In nessun senso possibile.

Per chi non lo sapesse, l’Azerbaigian è considerabile un Paese (islamico) piuttosto allineato agli USA, e gli idrocarburi hanno il loro ruolo nella cosa. Nemmeno tre mesi dalla fine dell’URSS (l’indimenticabile 25 dicembre 1991), gli USA avevano già l’ambasciata a Baku. Il senatore Obama visitò la terra azera nel 2005, appena eletto a Washington.
Il governo americano supporta da sempre la pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan come la via preferenziale per l’energia del Caspio.
L’Azerbaigian, ça va sans dire, è stato incluso in alcuni programmi NATO.

L’Armenia, Paese cristiano già martoriato da islam e laicismo massonico turco, è, di contro, intesa tradizionalmente come più filorussa.
Siccome al quadro non voglio far mancare niente, ricordo che ultimamente anche Yerevan ha subito il suo tentativo di rivoluzione colorata made in Soros («Electric Yerevan»).
Nonostante la propaganda antirussa spacciata a piene mani ai giovani armeni dalle varie Open Society Foundation della Galassia Soros, il golpe pare essere fallito.

 

Tutto l’uomo del presidente

Qualcosa andrebbe detto anche sul presidente Ilham Aliyev, al potere ininterrottamente dal 2003 sia come Presidente del Paese che come Leader del Nuovo Partito Azero, formazione politica creata da suo padre Heydar Aliyev, già uomo del KGB, poi vicepremier sovietico e in seguito presidente dell’Azerbaigian dal 1993 sino alla sua morte nel 2003, quando ovviamente abdicò in favore del figlio, l’uomo che accolse felice il Volontè. Lo Stato azero oggidì sostiene una sorta di culto della personalità di papà Heydar, nella tradizione di certi tiranni orientali, come Kim Il-Sung, la cui mummia (sul serio) dirige il Nord Corea con il titolo di«presidente per l’eternità».

L’attuale presidente Aliyev junior, che è in teoria di famiglia sciita, è noto invece – in linea con i Sauditi e tutti gli altri sunniti collaboratori degli USA – come nemico del clero e della politica della Shi’a, di cui la polizia azera arresta i membri e interrompe le manifestazioni.

A parte il rapporto Strasser attorno al quale girerebbe la presunta tangente milionaria di cui è accusato Volontè, Ilham Aliyev non è nuovo a controversie internazionali.

Nel 2010, WikiLeaks pubblicò i cablogrammi dell’ambasciata americana a Baku; i diplomatici statunitensi descrivevano Aliyev come «un boss della mafia» e si chiedevano come fosse possibile credere l’Azerbaigian un paese democratico e chiudere gli occhi sulla repressione delle minoranze.

Nel 2012, Aliyev ottenne il sardonico premio di «uomo dell’anno» dall’Organized Crime and Corruption Project: il consorzio di reporter ritiene di avere «prove ben documentate» delle partecipazioni di Aliyev e famiglia nel business statale di banche, società di costruzioni, miniere d’oro, compagnie telefoniche».

Il Washington Post, seguito dal britannico Mail Online, scrissero delle spese milionarie delle figlie di Aliyev tra Parigi, Londra e Dubai dove la figlia undicenne del presidente è intestataria di una mansion da 44 milioni di dollari, cioè 10.000 anni di salario del cittadino azero medio.

Non poteva mancare, in tempi recentissimi, la segnalazione dei Panama Papers, che hanno rivelato come gli interessi della famiglia Aliyev (moglie e figlie comprese) in realtà siano estesi a tutta la realtà economica azera, dalla TV agli aerei, dai giornali alle assicurazioni alle ditte di appalto.
Proprio i magniloquenti palazzi costruiti negli ultimi anni a Baku hanno creato qualche ulteriore voce controversa. Oltre alle megalomaniche Flame Towers (per chi ama i videogiuochi: quelle che si vedono all’inizio di Battlefield 4), una mega-costruzione lampo, con sgombri e demolizioni di cui si è parlato pochino da noi, fu approntata da Aliyev per ospitare l’Eurofestival (il Sanremo di Conchita Wurst) nel 2012.
Qualche giornale occidentale, come il Guardian, comincia a notare che qualcosa non torna, arrivando a paragonare l’Azerbaigian sotto Aliyev alla distopia orwelliana di 1984.

Ancora nel 2012, Aliyev ottenne dal governo ungherese l’estradizione di Ramil Safarov, un ufficiale azero che aveva ucciso nel sonno un tenente armeno, suo compagno di studi ad un corso di inglese offerto dalla NATO.
Aliyev assicurò a Budapest che l’assassino avrebbe scontato il resto della pena nelle patrie galere; il Safarov ricevette invece un bentornato da eroe con mazzi di fiori all’aeroporto e grazia del presidente Aliyev pronta a scattare. A Safarov regalarono un appartamento e bonificarono 8 anni di stipendi arretrati, tutto questo dopo averlo promosso al grado di maggiore.
A causa dell’episodio Safarov, l’Armenia chiuse i rapporti diplomatici con l’Ungheria.

Difficile immaginare cosa ci faccia un parlamentare allevato dentro CL – scuola di comunità, Meeting, libretti Jaca Book – in un ambientino del genere.
Eppure, stando almeno a quel che scrive lui stesso, lui ci si trovava benone.
«Il pregiudizio dell’Occidente» (per chi nasconde l’ISIS)

Lo scorso 15 maggio, Volontè scrive su Formiche.net, raffinato hub para-conservatore (qualunque cosa voglia dire la parola «conservatore» oggi, in Italia e fuori).
Titolo dell’articolo: «Parte dall’Azerbaijan la sfida per l’integrazione nel mondo musulmano».

Nell’articolo, che è una sorta di comunicatone stampa, Volontè ci rende edotti di una iniziativa che lo riguarda : «La capitale dell’Azerbaijan Baku è stata la sede prestigiosa della settima riunione della Alleanza delle Civilizzazioni che si è svolta nei giorni scorsi (25-27 aprile) e ha avuto a tema l’attualità: “Vivere insieme in una società inclusiva, una sfida e una meta”». ( mirabile titolo! Guardate come all’ecumenismo mondialista si mischia alla perfezione il wording cielloide).

«Le conclusioni del Forum – continua Volontè – sono state in linea con gli auspici iniziali del presidente Ilham Aliyev che nel discorso inaugurale del 26 aprile ricordava che “l’Azerbaijan è al crocevia di diverse culture e religioni da secoli e sempre ha dimostrato tolleranza e carattere multiculturale nella sua storia, infatti tutte le etnie e religioni da sempre convivono in pace”».
Come no. Se Ramil Safarov fosse presente in sala per descrivere l’estrema tolleranza religiosa con cui in Ungheria fece a pezzi con l’ascia (sì, così) l’armeno Gurgen Margarayan mentre questi dormiva non è dato sapere.

Parimenti, il Volontè si è speso con generosità per difendere Baku quando il bravo Gian Micalessin, inviato di guerra del Giornale accusa l’Azerbaigian di aver aggredito gli armeni nella recentissima recrudescenza del conflitto in Nagorno Karabakh. Su tutto aleggia la voce che a combattere nel Nagorno montuoso siano truppe dell’ISIS, nascoste da Baku. Durante il conflitto in Siria almeno qualche centinaia di azeri sono morti combattendo con il Califfo; Daesh comunque non pare amarli, tanto che nel gennaio 2015 hanno condannato a morte e ucciso il comandante dell’Azerbaigian Siraj Azeri.

Suona come una risposta a quanto sopra la dichiarazione di Volontè riportata dal sito L’Opinione:« A dimostrazione della infondatezza di talune polemiche strumentali nei confronti dello spirito e del rispetto della libertà religiosa in Azerbaijan, venuta alla luce in Italia recentemente, un ruolo molto significativo ha avuto il seminario sul impegno dei leader religiosi nel prevenire la sfida dell’estremismo violento”».

 

Ce lo chiede l’Azerbaigian

Insomma, il nostro per Baku si è speso mica poco. Basta leggere il comunicato comparso sul network internazionale PNR Newswire, subito ripreso dall’agenzia notizia azera del settembre 2015: «Il pregiudizio dell’Occidente verso Baku farà solo una vittima: la credibilità dell’Europa».

«Le istituzioni europee e i media ignorano il fatto che a migliaia di persone azere vengono negati i diritti democratici nel  Nagorno-Karabakh occupata dagli armeni» è il virgolettato di Volontè.

«Purtroppo, le recenti polemiche innescate dai media occidentali indicano due pesi e due misure», altro virgolettato.

«Volontè – continua il comunicato – ritiene che alcuni degli osservatori internazionali delle elezioni arriverrano a Baku con pregiudizi, mentre sia gli osservatori del Parlamento Europeo che il PACE hanno trovato che le elezioni presidenziali [di Aliyev, ndr] del 2013 sono state un “libero, onesto e trasparente processo elettorale».

Ancora un virgolettato del ciellino: «Ci sono timori ragionevoli che alcuni ambiti internazionali stanno cercando di screditare le prossime elezioni libere e democratiche in Azerbaigian, prima ancora che si svolgano».

Sono priorità: capite l’importanza dei pregiudizi degli osservatori elettorali per le prossime elezioni di Aliyev.

Altro che Europa. Ce lo chiede l’Azerbaigian.

I vecchi elettori lombardi – ciellini o meno – non pensano ad altro.

Compreso l’attacco agli armeni, un popolo cristiano – così, tanto per ricordarlo al ciellino della «libertà religiosa» – che ha patito già molto, moltissimo.

 

«Il senso religioso», a volte, fa senso

Mi chiedo dunque se sia così impossibile dire che Volontè fosse un uomo, come dire, vicino a Aliyev e all’Azerbaigian.

Certo, il tempismo del tribunale di Milano lascia sorpresi.

Proprio mentre Giorgio Mario Bergoglio vola in Armenia a parlare di genocidi, un grande amico democristiano di Baku viene, come si dice nella lingua dei servizi, «bruciato».

La vita è strana.

Strana quasi quanto – ma è un’altra storia… no? – quelle reiterate voci dei rapporti tra Don Giussani e la CIA.

Quei rumors incontrallabili che saltavano fuori ora dai volantini delle BR («provocatori di professione al soldo dell’imperialismo»), ora dal Comitato di indagine del parlamentare americano Otis Pike (il famoso «rapporto Pike» del 1976 sulle malefatte di CIA, FBI e NSA), vuoi da La Stampa e da il manifesto («un’organizzazione politica creata dalla CIA e foraggiata con due miliardi di lire»), vuoi – recentemente – da WikiLeaks e dai Kissinger Cables, con la questua di Giussani al console USA di Milano.

«Come possiamo aiutare questo nuovo contributo alla democrazia italiana?», chiese durante l’incontro con don Giussani (1975) il console americano di Milano Thomas W. Fina, uomo descritto in un manuale di storia della CIA come «veterano dell’intelligence», ben piazzato in una sede diplomatica emanente perenne tanfo CIA, come nel caso del vice Bob Seldon Lady, quello dell’«imam rapito», o – più significativamente – nel caso di Di Pietro e Tangentopoli.

«Aiutate il MUP» (cioè la proiezione politica di CL, poi sciolta, si dice, su spinta di Woytila), risponde al console il Don Gius, spiegando che «la forza trainante dietro il Movimento Unitario Popolare è Formigoni con don Scola e Santo Bagnoli della Jaca Book».

Del resto è sul serio un segreto di Pulcinella. Negli Anni Settanta sui muri di molte università italiane era possibile vedere delle gustose locandine rimate: «CL e CIA, ma che bella Compagnia!».

Sì, la vita è stranissima.

E «Il senso religioso» a volte, fa senso.

Attendiamo di vedere cosa succederà.

Come dicevamo, bisogna avere «piena fiducia nel lavoro della magistratura».

Secondo la consueta tradizione italiota, questo dovrebbe dirlo l’accusato. Invece l’ultimo post della sua pagina Facebook ieri sera scriveva, un po’ oscuramente, di tutt’altro:

«A chi giova descrivere l’Italia come intollerante e violenta?».

Potremmo rovesciare la domanda:

«A chi giova descrivere l’Azerbaigian come tollerante e pacifico?».

Secondo le accuse della Procura di Milano, a qualche conto in banca.

Non solo a quello, secondo me.

Già.

 

Roberto Dal Bosco

8 Commenti a "Quel ciellino da Baku alla Procura di Milano"

  1. #A. Giacobazzi   27 giugno 2016 at 5:08 pm

    Molti spunti, sicuramente. Che ci sia da essere prudenti (e “armati”) verso il “democristianismo” risorgente non v’è dubbio. Mantengo tuttavia, per correttezza, alcune perplessità su certe indagini – in particolare quando di profilo internazionale – che hanno come esito il discredito di chi – con limiti ben evidenti e ben evidenziati – non si allinea al 100% al carrozzone libertino-laicista.
    Larga parte della magistratura fa il suo dovere, e non ho motivi specifici per dubitare delle indagini in corso, ma visto il passato di molte inchieste, conserverei i “piedi di piombo”.
    Piedi di piombo che risultano utili verso chiunque, fino ad una condanna definitiva e -trattandosi di tribunali umani e non celesti – anche dopo.

    Per il resto, un caro saluto a Roberto.

  2. #Nicolò   27 giugno 2016 at 5:52 pm

    Ottimo, davvero ottimo articolo. Non si possono spendere abbastanza parole sulle ambiguità di CL, movimento che di cristiano non ha nulla come anche le opere fumose (puri distillati di nulla) di don Giussani.

    Il filoamericanismo nonché il filogiudaismo di questa organizzazione è ben noto.

    • #Hector Hammond   27 giugno 2016 at 8:04 pm

      Temo che cielle abbia dentro tanta gente che vedrà crollarsi il mondo addosso e non capirà il perché , perché anch’essa fa parte di quel mondo che ha accettato i frutti avvelenati del concilio vaticano secondo .

      • #Giacomo   28 giugno 2016 at 9:42 am

        Esatto, tutto il caos deriva dal Vaticano II, anche in questo caso, perché il suddetto conciliabolo ha portato alla nascita di questi movimenti diciamo strani, come CL, focolarini, ecc..

  3. #Elisabetta Frezza   27 giugno 2016 at 6:17 pm

    Caro Andrea, come costume impone “aspettiamo con fiducia il lavoro della magistratura”. Il garantismo non lo si nega a nessuno.
    Tuttavia, ne converrai, le pubbliche scorribande euroasiatiche del Nostro, acclarate e persino sbandierate in modo compiaciuto dallo stesso interessato, meritano di per sè – anche al netto di tangenti milionarie – la censura di qualsiasi persona di buon senso e di qualche principio.
    Se poi guardiamo ai contenuti della sua azione di lobbying pagata dal contribuente, non possiamo non restare senza parole constatando come – in un conflitto sanguinario tra cristiani e mussulmani – abbia preso le parti di questi ultimi. Alla faccia dei suoi elettori in quota cattolica e per la gioia del satrapo miliardario di Baku. Deve evidentemente trattarsi di una questione di “libertà religiosa”…
    Ciao,
    Elisabetta

    • #A. Giacobazzi   27 giugno 2016 at 8:04 pm

      Certo, senza dubbio il democristianismo del personaggio è emerso in varie occasioni. Sottoscrivo la tua posizione. A presto,

  4. #Cristiano Lugli   28 giugno 2016 at 11:50 pm

    Non si può certamente negare che questa lettera sia un voler rendere servizio alla verità, soprattutto, come sottolineava Elisabetta, “alla faccia degli elettori in quota cattolica” che hanno “buttiglionato” nell’ala UDC per divesi anni e che probabilmente ora vagano come anime in pena negli avanzi del Family Day, sperando che ci sia rimasto qualcosa di buono ( che ovviamente mai c’è stato ).
    Epperò concordo anche con Andrea quando dice che bisogna andarci piano, sapendo bene che la magistratura, volendo, se la prenderebbe pure con altri personaggi che di cattolico hanno poco, se non nulla, ma che vengono percepiti in foro esterno come tali.
    Sul tizio in questione le perplessità che si possono avanzare sono tante, troppe per rimanere silenti. Capisco dunque Roberto, e il suo voler far luce sulle tutt’altro che ambigue prese di posizioni del Volontè, anche in campo internazionale, nonché sulla pelle dei cristiani di cui il medesimo vorrebbe farsi rappresentante. Sempre come diceva Elisabetta poi, Lucone non ha certo avuto problemi a sbandierare al mondo intero da che parte pende!
    Ma su questo cari amici, credo che siamo tutti d’accordo. La linea di Dal Bosco non la vedo in questo caso diversa da quella che potrebbe tenere in generale Radio Spada – o nel caso qui specifico Andrea – davanti ai pionieri del democristianismo che ha fatto la storia dell’Italia, una malata e corrotta storia che ancora si porta dietro tramite ciellisimi di ogni genere i detriti di quello che fu il cattolicesimo. Costoro sì, sono i rosicchiatori di quel poco che era rimasto attorno all’osso!
    Per il resto attendiamo sentenze, in chiave politica abbiamo sicuramente il dovere e la preoccupazione di fare chiarezza. I tribunali celesti poi faranno il resto, da questo non sfuggiremo certamente né noi né Volontè, stiamone certi.

    Un caro saluto a tutti, e grazie a Roberto e a Radio Spada per la pubblicazione di questa interessante lettera!

    Cordialmente,
    Cristiano

  5. #Mardunolbo   25 luglio 2016 at 12:10 am

    Stanco nelle assillanti richieste del Volontè e sapendo del lauto stipendio da deputato europeo, ho chiesto espressamente di indicare la cifra del suo stipendio e quanto viene erogato alla sua fondazione.
    Il silenzio è sceso improvviso ed improvvido da parte sua !
    Concordo quindi pienamente con il dettagliato articolo che nulla tralascia.