[TOLKIENIANA] Meriadoc e Peregrino: un tempo per ogni cosa

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di Isacco Tacconi

 

Nel sedermi alla mia “scrivania” (così mi piace definire il piccolo tavolo che unisce e divide la cucina dal mio modesto salotto) avevo un’intenzione più o meno chiara di scrivere qualcosa di sensato su Saruman, ma ancora una volta il mio cuore prepotente ha il sopravvento, e delle semplici note di una musica riescono a deviare il corso della mia flebile volontà. Queste sole parole mi salgono in mente mentre cerco di fare chiarezza su cosa scrivere: “C’è un tempo per ogni cosa”. Frattanto la mia piccola Giacinta, meraviglioso prodigio che supera ogni mia comprensione, versa goccia a goccia l’acqua del suo bicchierino sopra il suo seggiolone osservando stupita il “fenomeno” come un scienziato botanico studierebbe il seme di una specie rara. Ed è anche a causa di questo contesto di ordinaria semplicità che l’unico soggetto di cui ora sento di poter scrivere sono i «piccoli», così straordinari quanto sottovalutati. Eppure, sub specie aeternitatis, essi valgono quanto tutti gli altri uomini, se non di più, agli occhi di Colui che solo è l’«Altissimo», qui deposuit potentes de sede et exaltavit humiles.

Meriadoc Brandibuck e Peregrino Tuc, cugini tra loro e con Frodo Baggins, nonché, racconta Tolkien, suoi «amici per la pelle». Una trattazione su di loro potrebbe essere caratterizzata dal tema dell’amicizia, e così di fatto è, giacché la loro unione è talmente forte da superare la distanza, la paura della morte, e il dolore di non essere più insieme.

Certo, di acqua sotto ai ponti ne è passata da quando i due giovani hobbit hanno dovuto abbandonare le comodità, le allegre bevute e i lazzi senza numero al Drago Verde. Non si tratta più di rubacchiare patate e funghi al Vecchio Maggot né di organizzare feste a casa Baggins, i due sprovveduti hanno messo i loro piedi pelosi fuori dai confini delle terre di Buck ben oltre la vecchia foresta, in una via oscura e sconosciuta che conduce… beh, non si sa. Una sola certezza nella loro disavventura guidata, come quella degli altri del resto, dalla mano invisibile della Provvidenza: accompagnare il loro congiunto Frodo nella sua missione. Questo gesto di sconsiderata generosità costerà loro molto caro: conosceranno la «serietà della vita», come la conobbe il buon Tolkien. Verranno loro chieste le grandi responsabilità che un hobbit mai e poi mai vorrebbe intenzionalmente, se non nella forma di slanci generosi di idealità al sicuro del proprio salotto hobbit. Quei sogni di trascendenza che solo una storia ancestrale di elfi e avventure misteriose ben raccontata sa evocare; un incantevole viaggio dell’anima nella cornice di una taverna al termine di una lunga serata con gli avventori radi nella sala come gli ultimi fiori d’autunno, mentre la fiamma crepitante danza sinuosa e la birra scende fredda e schiumosa per il gargarozzo al suono della voce profonda del vecchio Gandalf, interrotta solamente da lunghi sbuffi di fumosa erba pipa. E no, cari hobbit, ora non è più un semplice bel sogno a pancia piena ma la ruvida realtà fra i morsi della fame. Ma la virtù di questi piccoli inglesi in miniatura è proprio la loro tempra in mezzo alle strettezze fisiche e morali e la loro capacità di «andare oltre» le afflizioni dell’hic et nunc. E parrebbe essere proprio questo spirito di speranza cristiana che gli hobbit Merry e Pipino trasportano in tutto il Libro dovunque si trovino, che Tolkien raccomandò a suo figlio Cristopher di conservare mentre si trovava a condividere, come suo padre prima di lui, l’esperienza della guerra: «Beh, eccoti qua: uno hobbit in mezzo agli Urukhai. Conserva nel cuore la tua hobbitudine, e pensa che tutte le storie sono così quando ci sei in mezzo. Tu sei dentro una storia molto grande!». Ma gli uruk-hai cui si riferisce J.R.R. non sono i “nemici della corona”, bensì gli stessi commilitoni di Cristopher, persone di bassa moralità i quali, visti dall’interno, sembrano molto meno “eroici” di quanto la storiografia dei vincitori non abbia ammesso.

Ma torniamo a Meriadoc e Peregrino. Rapiti da un marmaglia di luridi uruk-hai e travolti dagli eventi di una guerra dalle proporzioni inimmaginabili si ritrovano nella vecchia foresta di Fangorn soli e sperduti all’insaputa del resto del mondo e dei loro amici, impegnati chissà in quale scenario a combattere contro gli eserciti di Mordor e di Isengard. Fangorn, foresta vecchia più che antica, perché invecchiata dall’inedia, dallo statico isolamento che devitalizza e inacidisce. «Buia e soffocante», così la definisce infastidito Pipino al suo entrarvi, e sembra quasi ricordare quelle antiche sagrestie odoranti di incenso che l’umidità ha fissato nella calce, semiabbandonate o abitate dall’abitudine che troppo in fretta ha fatto invecchiare i suoi custodi. Eppure sia l’una che l’altra attendono un «risveglio» dirompente che faccia di nuovo penetrare la luce fra le foglie e profumare di rigogliosa estate i paramenti anneriti e consunti.

Proprio per questo i due cugini-amici sono stati inviati là, per dare il via a uno smottamento che scuota le fondamenta stesse della terra. Ma come potrebbero mai un Tuc e un Brandibuck, più adatti a fumare l’erba pipa e bere birra della Contea che a intrattenere rapporti diplomatici con gli esseri più antichi della Terra (gli ent), incidere così decisamente sulla storia e gli eventi, diremmo noi, “mondiali”? Eppure, la loro utilità risiede proprio nella loro apparente inutile leggerezza, che confonde sapienti e strateghi. I due hobbit sono i piccoli e impercettibili sassolini che all’insaputa dei più, si staccano discretamente dal fianco della montagna provocando una frana travolgente. Sono proprio quei personaggi così imprevedibili che il Nemico, nella sua superbia, non può neanche concepire come un ostacolo per sé. Essi sfuggono alla sua comprensione per la loro disprezzabile piccolezza, per la loro insignificanza: non si può ricevere potere da coloro che non possiedono nulla, da coloro che sono poco più che humus, degli hobbit, appunto. Ma essi sono coloro che Iddio guarda con amore, suscitandoli in imprese che li superano enormemente, al fine di confondere i piani dell’Avversario, fine stratega e provato psicologo, e che, proprio perché rinchiuso nella “legge” della sua psicologia, non riesce a scorgere quei movimenti secondari che il Buon Dio guida ai fianchi della battaglia. Colui che è l’artefice e governatore invisibile di tutto ciò che possiede consistenza è lo stesso che sceglie ciò che è nascosto, piccolo, riprovato dagli uomini ma infinitamente prezioso ai suoi occhi: quia respéxit humilitatem ancillae suae. E, spiega Tolkien, «come i primi racconti erano visti attraverso gli occhi degli elfi, quest’ultima grande storia, che dal mito e dalla leggenda scende alla terra, è vista soprattutto attraverso gli occhi degli hobbit: in questo modo, in effetti, diventa antropocentrica. Ma attraverso gli hobbit, e non gli uomini, perché l’ultima storia deve chiarire del tutto un tema ricorrente: il posto che nelle “politiche mondiali” occupano gli atti di volontà imprevisti e imprevedibili, e le buone azioni di chi apparentemente è piccolo, poco eroico e dimenticato invece dai saggi e dai grandi (sia buoni che malvagi)»[1]. In effetti è questo un tema a lui particolarmente caro che abbiamo già avuto modo di incontrare nelle trattazioni di Frodo e Sam: «senza l’alto e il nobile il semplice e il volgare è destinato a rimanere tale; e senza il semplice e volgare il nobile e l’eroico non hanno senso»[2].

Dicevamo poi dell’amicizia fra Merry e Pipino, di quell’intimo e mutuo affetto e dell’unità di cuore che Aristotele considerava un bene indispensabile per la perfezione morale dell’uomo. Nulla di perverso ed erotico nella bellezza dell’amicizia che è di per sé stessa avvolta dalla purezza e dalla pudicizia. Oggi è così difficile concepire e vivere delle autentiche amicizie giacché ogni intimità di cuore è guardata con il puritano sospetto che qualcosa di illecito e freudianamente erotico si annidi alla base dell’amicizia fra uomini. Dall’altra parte, la reazione per eccesso conduce alla volgarizzazione del maschio chiuso in sé stesso, incapace di donarsi con dedizione assoluta e totale per «un altro». E questa, credo, sia una delle molteplici cause del crollo delle vocazioni religiose di tanti giovani, incapaci di eroismo, incapaci, in ultima istanza, di amicizia. Per non parlare della sovversione della donna la quale, per compensare l’assenza di una autentica virilità assume in maniera al contempo indotta e inconscia i caratteri grotteschi di una virilità caricaturale, ed ecco quella che è una perversione dolorosa e radicale peggiore, a mio avviso, dell’effeminatezza dell’uomo, che è il lesbismo. Ma tutto ciò è del tutto alieno all’opera di Tolkien, il quale già vedendo attorno a sé i prodromi della sovversione morale che le due Guerre mondiali accelereranno drasticamente, volle scrivere della «bellezza» che, alla fine, dopo che il male avrà fatto il suo corso in questo mondo, trionferà.

Merry e Pipino, dunque, amici per la pelle, al pari di Tolkien e i suoi compagni della T.C.B.S. (Tea Club and Barrovian Society) quando ancor giovane studente alla King Edward’s School di Birmingham avanzava faticosamente nei suoi studi.

L’amicizia di questi due “fratelli”, più che cugini, non consiste nella mera compagnia triviale e irriverente cui siamo troppo abituati in questi nostri giorni oscuri, no. Ma non è neanche quell’«amicizia spirituale», elevata e soprannaturale di cui tratta meravigliosamente sant’Aelredo, abate di Rievaulx. Quella che scorre tra i due inseparabili hobbit è, potremmo dire, un amicizia “fanciullesca”, fresca e sincera ma profonda e fedele come il cuore degli hobbit, ben ancorati alla loro terra. Molto spesso essa è leggera, non nel senso di “superficiale”, ma piuttosto che non si esprime in discorsi o speculazioni elevate. E questo non per loro colpa, d’altra parte la Contea non è terra di filosofi, e comunque, pur nelle loro scorrerie diuturne, mai si rinviene una nota di volgarità o di perfidia vandalica. Generosamente devoti l’uno all’altro, i due condividono un destino che li trascende infinitamente e, nel loro “viaggio inaspettato”, scoprono di avere anch’essi un ruolo determinante da giocare nella Guerra dell’Anello.

Separati dagli eventi e dalla necessità, svolgono un ruolo analogo presso i due reami in cui entrano a prestar servigio. Ma mentre Merry è un vero servo di Re Theoden, Pipino non è un scudiero di Denethor giacché costui non è il “Re”. Peregrino figlio di Paladino è una guardia della Cittadella e sarà lui che dall’interno delle mura di Minas Tirith salverà l’ultimo virgulto della dinastia dei sovrintendenti di Gondor dalle «fiamme e la follia».

Frattanto, ai piedi delle mura di Minas Tirith, Meriadoc Brandibuck, un hobbit della Contea, si trova a fronteggiare il Nazgul, il Re degli stregoni di Angmar. «Merry  – racconta nonno Tolkien – non era per lui che un verme nel fango»[3]. Eppure, quell’insignificante creatura trafiggerà alle spalle la «Morte», «colpendo il tendine del suo possente ginocchio»[4]. Così svanisce, l’angelo sterminatore, l’emissario delle tenebre, ferito dalla creatura più improbabile, colpito a morte e rispedito nel suo vuoto “nulla” dall’intrepida purezza di una donna. Ed ora, dopo tanto terrore, dopo tanta devastazione ubi est, mors, victoria tua? ubi est, mors, stimulus tuus? Con questo episodio particolare Tolkien credo ci abbia voluto trasmettere, forse inconsciamente, una verità metafisica: l’hobbittudine, che sta per «umiltà», abbatte la tracotanza dei dominatori di questo mondo. Essa è il piccolo sasso che si stacca dalla Montagna e, rotolando inesorabile, abbatte la minacciosa inconsistenza del gigante dai piedi d’argilla.

In questo senso mi pare di vedere che la bellezza della prospettiva subcreativa di Tolkien è che ogni personaggio svolge, e non può essere altrimenti, il suo ruolo benefico ai fini della vittoria sul Male. Ognuno, cioè, è degno di onore, ognuno contribuisce, nei limiti della propria condizione, a determinare il trionfo del bene. Il coraggio che Pipino e Merry scopriranno di avere sarà il più grande tesoro che riporteranno in patria al termine della loro avventura. La piccineria esteriore e interiore degli hobbit tipica dei provinciali terra terra, deve deve «far risaltare, in creature di così piccola forza fisica, l’eroismo sorprendente e inaspettato che ogni uomo dimostra quando messo alle strette»[5].

Guardia della cittadella e Cavaliere del Mark, ecco i titoli che due mezz’uomini possono vantare fra la loro contadina gente dopo essere stati messi alla prova. Infatti, tornati alla Contea saranno proprio loro a guidare la rivolta contro l’occupazione di Sharkey che, nel frattempo aveva schiavizzato il «piccolo popolo».

La vicenda di Meriadoc e Peregrino può essere descritta come un iter di maturazione spirituale che, attraverso il “fuoco e l’acqua”, li ha traghettati dall’età dell’adolescenza spensierata alla pienezza dell’età virile, ossia all’eroismo della vita che si esprime con una parola: sacrificio.

Dirà il buon nonno Tolkien: «Dovrei essere sommamente grato per essere stato allevato (da quando avevo otto anni) in una fede che mi ha nutrito e mi ha insegnato tutto quel poco che so»[6]. E questo testimonia che chi vive e si sostanzia della fede in Colui che dà la propria vita per il mondo, in Colui che non solo insegna se stesso come Via della Vita, ma trasmette anche con la sua Grazia la capacità di imitarne le virtù gettandosi sulle spalle la propria croce e calcarne le orme verso il Calvario e, ben oltre questo, verso la gloria dell’Ascensione, costui solo, può portare copiosi frutti.

La bellezza che il Signore degli Anelli trasuda non è, in ultima istanza, il mero frutto dell’estro o del genio di un artista incompreso che in una notte di travaglio partorisce nel caos, la nicciana stella danzante, no. La bellezza, J.R.R. lo sapeva, ed ora che La può contemplare de visu lo sa per «contatto», si prepara, viene gestata ed, anzitutto, contemplata. Essa non viene dall’interno dell’uomo ma dall’alto, o meglio, dalle «altezze». In fin dei conti, tutte le vicende dei personaggi del Signore degli Anelli sembrano evangelicamente ripetere: duc in altum! E nel noto componimento di Bilbo in cui la via prosegue senza fine lungi dall’uscio dal quale parte echeggia l’invito a mollare gli ormeggi delle catene terrene per incamminarsi spediti verso il faticoso, ma retto sentiero della Vita.

Non a caso il primogenito di Tolkien, John Francis Reuel, il cui secondo nome “Francis” ricevette in onore di P. Francis Morgan che venne appositamente da Birmingham per battezzarlo, diventerà sacerdote di Santa Romana Chiesa.

Sono questi i doni immensi, unici, quasi impronunciabili per chi avverte l’irresistibile nostalgia del Paradiso, per chi ha vagamente compreso che il Mondo intero non vale un’anima e che, in ultima istanza, la morte è migliore della vita. Il dono dei figli è certamente cosa già bastevole per spingere un padre ad innalzare eternamente lodi al Signore, ma che quello stesso «Signore» li chiami a sé con un amore di predilezione angelica per farli riposare sul suo cuore che batte d’amore infinito, questo è di certo un dono umanamente incomprensibile, e che tuttavia, il Signore elargisce, in maniera imperscrutabile, ai suoi servi fedeli e umili. Ma da cosa capiamo che Tolkien fosse un “servo fedele e umile”? «Mi ero alzato alle cinque per andare alla messa del Corpus Domini – racconta Tolkien quando portava i figli, contro la volontà della moglie, ad assistere frequentemente alla Santa Messa – Domenica Prisca e io abbiamo pedalato sotto la pioggia e nel vento fino a St Gregory. Prisca stava combattendo contro un raffreddore e altri malanni, e questo non le ha fatto molto bene, anche se adesso sta meglio; ma abbiamo avuto uno dei migliori (e più lunghi) sermoni di padre C».

In altre parole, sono le azioni che noi compiamo con indefessa perseveranza e carità che erigono una solida scala verso il Paradiso, affrettando la venuta dei “giorni del Re”.

Infine, per concludere questa breve “avventura” letteraria in autentica hobbittudine, vorrei intrattenermi in compagnia di un Brandibuck e di un Tuc, seduto sulla panchina di legno di casa Baggins, fumacchiando (se mai lo sapessi fare) un po’ di erba pipa del Vecchio Tobia a raccontar storie di draghi e di elfi. E in tale allegra compagnia, guardare il sole dipingere nel cielo le sue ultime fiamme rosarancio laggiù, nell’orizzonte lontano dove dietro il suo sconfinato crinale, terra e cielo si fondono, spingendo gli occhi della mente verso il riposo della Montagna solitaria, e poi volgermi ad ovest verso il mare, e più oltre ancora, verso quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo (né tanto meno di hobbit), ma che lì attendono quiete il festoso arrivo di noi tutti, grigi pellegrini.

Coraggio, cari hobbit, sapete meglio di me che “c’è un tempo per ogni cosa”. In alto i cuori e sempre avanti: in marcia! ancor non siam giunti alla vetta.

 

 

 


[1] Dalla lettera della fine del 1951 a Milton Waldman, in J.R.R.Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere (a cura di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien), Bompiani, Milano, 2001, pag.182.
[2] Ibidem.
[3] Il Signore degli Anelli, Rusconi, Milano 1999, p. 1011.
[4] Ibidem.
[5] Dalla lettera a Milton Waldman, probabilmente della fine del 1951, ma non datata, in op. cit., pag.180
[6] Dalla lettera del 2 dicembre 1953 a Robert Murray S.J., op. cit., p. 195.

 

 

 

2 Commenti a "[TOLKIENIANA] Meriadoc e Peregrino: un tempo per ogni cosa"

  1. #Ale   9 giugno 2016 at 2:19 am

    Incantato! Grazie!

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  2. #Exurge Domine   10 giugno 2016 at 1:04 pm

    Molto interessante, aspetto in trepidante attesa la parte su Sauron…

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