Le XXIV Tesi del Tomismo in estrema sintesi, per come sono state approvate da S. Pio X

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Così si dividono le XXIV Tesi:

 

• La metafisica tomistica — dalla I alla VII tesi
• La cosmologia tomistica — dalla VIII alla XII tesi
• La psicologia razionale tomistica — dalla XIII alla XXI tesi
• La teologia naturale tomistica  — dalla XIXI alla XXIV tesi

Prima di passare oltre, risulta utile citare il Padre Garrigou-Lagrange, “mostro sacro” del Tomismo, il quale ci ammonisce: “Il tomismo è più nei suoi principi e nell’ordine generale delle sue parti che non nell’una o nell’altra delle sue conclusioni. Da ciò proviene chiaramente la sua unità e la sua forza”. (La sintesi tomistica, Queriniana, 1953, p. 379)

Riferisce giustamente don Curzio Nitoglia che il 7 marzo 1916 la ‘S. Congregazione degli Studi’ a nome del papa Benedetto XV stabilì che “Tutte le XXIV Tesi filosofiche esprimono la genuina dottrina di San Tommaso e son proposte come sicure (tutae) norme direttive”. Tuttavia «il Papa, pur insistendo “doversi proporre tutte le Tesi della dottrina di san Tommaso quali sicure regole direttive”, non imponeva il dovere di abbracciarle con assenso interno. Evidentemente Benedetto XV non voleva dare alle XXIV Tesi un valore dogmatico, ma un valore di alta importanza disciplinare […], come la dottrina preferita dalla Chiesa».

 

Cornelio Fabro nella sua Introduzione a San Tommaso, riporta il testo approvato da San Pio X.
Si approvano alcune tesi contenute nella dottrina di san Tommaso d’Aquino e proposte da alcuni professori di filosofia (Sacra Congregazione degli Studi, 27 luglio 1914):

 

I. La potenza e l’atto esprimono l’ente in modo che tutto ciò che è, o è atto puro oppure necessariamente risulta di atto e potenza come principi primi e intrinseci.

 

II. L’atto, poiché è la perfezione, non è limitato se non dalla potenza, la quale è capacità di perfezione. Pertanto nell’ambito in cui l’atto è puro, non può essere che illimitato e unico: ove invece è finito e molteplice, si trova realmente composto con la potenza.

 

III. Pertanto Dio in quanto è assolutamente lo stesso esse, sussiste in sé unico e semplicissimo; tutte le altre cose, che partecipano dello stesso esse, hanno una natura per la quale l’esse è limitato e pertanto risultano di essenza e di esse come principi realmente distinti.

 

IV. Il termine “ente”, preso come il participio di esse, non si dice di Dio e delle creature né univocamente né equivocamente ma analogicamente, di un’analogia tanto di attribuzione come di proporzionalità.

 

V. C’è pertanto in ogni creatura una composizione reale del soggetto sussistente con le forme che la completano e queste, alla loro volta, non si comprendono se non come distinte realmente dalla sostanza.

 

VI. Oltre gli accidenti assoluti c’è anche la relazione o ad aliquid. Benché l’ad aliquid non significhi, nella sua propria ragione, una realtà inerente alla sostanza, spesso però ha la sua causa nelle cose e pertanto un’entità reale distinta dal soggetto.

 

VII. La creatura spirituale è nella sua essenza assolutamente semplice. Ma rimane in essa una duplice composizione di essenza ed esse, di sostanza e accidenti.

 

VIII. Invece la creatura corporale è nella sua stessa essenza composta di potenza e atto, i quali, nella sfera dell’essenza, vengono indicati con i termini di materia e forma.

 

IX. Nessuna di queste due parti ha un esse proprio indipendente, né si produce o distrugge senza l’altra e ciascuna può essere indicata (in senso derivato) come il principio sostanziale.

 

X. Benché l’estensione in parti integrali appartenga alla corporeità, tuttavia nei corpi sostanza e quantità non s’identificano. La sostanza infatti, nella sua essenza, è indivisibile non però come un punto matematico, ma come una realtà diversa dalle dimensioni. La quantità poi, che conferisce l’estensione alla sostanza, si distingue realmente dalla sostanza ed è un suo accidente in senso proprio.

 

XI. La materia, in quanto si estrinseca nella quantità, è il principio d’individuazione ossia della distinzione numerica di un individuo dall’altro nella stessa natura specifica che non può avere luogo negli spiriti puri.

 

XII. E’ in virtù della stessa quantità che un corpo occupa il suo luogo e uno soltanto, comunque ciò possa avvenire.

 

XIII. Due sono i regni del mondo corporale: i minerali senza vita e i viventi. Nei viventi, al fine di avere nello stesso soggetto parti che muovono e altre che sono mosse, l’anima, che è la forma sostanziale dei viventi, esige una struttura di organi ossia di parti eterogenee.

 

XIV. I principi vitali (anime) della sfera vegetale e sensibile non hanno una propria sussistenza né una propria origine, ma sono soltanto il principio che fa essere e vivere il corpo dal quale dipendono completamente e perciò cessano di essere con la corruzione del corpo.

 

XV. Al contrario l’anima umana è per sé sussistente, la quale è creata da Dio e viene infusa nel corpo che si trova nelle disposizioni richieste e per sua natura è incorruttibile e immortale.

 

XVI. La stessa anima razionale si unisce al corpo in modo da esserne l’unica forma sostanziale del medesimo, sì da conferire all’uomo di essere uomo a un tempo, e animale e vivente e corpo e sostanza ed ente. Pertanto è dall’anima che l’uomo riceve tutti i gradi essenziali di perfezione; inoltre, l’anima comunica al corpo l’atto di essere che essa ha in sé.

 

XVII. Dall’anima procedono per emanazione naturale facoltà di due ordini: quelle organiche e quelle inorganiche; le prime, che riguardano i sensi, hanno per soggetto il composto, le seconde l’anima soltanto. Pertanto l’uomo gode di una facoltà intrinsecamente indipendente dall’organismo.

 

XVIII. All’immaterialità consegue necessariamente l’intellettualità, così che maggiore è l’immaterialità e maggiore è, di conseguenza, l’intellettualità. L’oggetto adeguato dell’intendere è in genere lo stesso ente. L’oggetto proprio dell’intelletto umano nel presente stato di unione è costituito dalle quiddità astratte dalle condizioni materiali.

 

XIX. Quindi noi riceviamo la conoscenza dalle cose sensibili. Poiché poi il sensibile non è intelligibile in atto, tocca ammettere nell’anima ‑ oltre l’intelletto che intende formalmente ‑ una facoltà che astragga le specie intelligibili dai fantasmi.

 

XX. Queste specie ci fanno conoscere direttamente gli universali; i singolari li attingiamo sia con i sensi sia anche con l’intelletto mediante la collaborazione delle rappresentazioni; alle realtà spirituali poi ci eleviamo per analogia.

 

XXI. All’intelletto fa seguito, non precede, la volontà, la quale di necessità tende a ciò che l’intelletto le presenta come bene e che soddisfa appieno la sua aspirazione; ma fra i molti beni che con criterio mutevole le vengono proposti, essa sceglie liberamente. La scelta poi consegue l’ultimo giudizio pratico, ma che sia l’ultimo, ciò dipende dalla volontà.

 

XXII. Che Dio sia, non lo percepiamo con un’intuizione immediata, né lo dimostriamo a priori, ma propriamente a posteriori, cioè a partire dalle cose create, argomentando dagli effetti alla causa: cioè dalle cose che si muovono e non possono essere il principio adeguato del proprio movimento, al primo motore immobile; dalla subordinazione delle cause che si osserva nella natura, alla prima causa incausata; dalle cose corruttibili, che perciò possono essere e non essere, all’Ente assolutamente necessario; dalle perfezioni di essere, vivere, intendere che si presentano secondo gradi di più e meno, a Colui che è, vive e intende in grado supremo; infine dall’ordine dell’universo a un Intelletto separato che ha ordinato le cose, le ha ordinatamente disposte e le dirige al loro fine.

 

XXIII. L’essenza divina, in quanto è identica al suo stesso esse in atto, ossia in quanto è sussistente in forza di questo ipsum esse, viene a noi bene proposta nella sua ragione metafisica, la quale a sua volta ci dà anche la ragione dell’infinità delle sue perfezioni.

 

XXIV. Pertanto Dio si distingue da tutte le cose finite grazie alla purezza del suo esse. Da questo consegue anzitutto che il mondo non ha potuto derivare se non per creazione; di conseguenza a nessuna creatura finita può essere comunicabile la virtù creativa che per sé e anzitutto produce l’ens in quanto ens; infine, nessun agente creato può influire sull’esse di qualsiasi effetto se prima non è mosso dalla Causa prima.

 

2 Commenti a "Le XXIV Tesi del Tomismo in estrema sintesi, per come sono state approvate da S. Pio X"

  1. #bbruno   19 luglio 2016 at 9:26 pm

    Non capisco che cosa significhi proporre come sicure (tutae) le Tesi in questione e poi lasciare libere le persone di “non abbracciarle con assenso interno”! Se sono sicure significa che sono vere e se sono vere posso dare loro un assenso solo esteriore, formale,“disciplinare”? Alla verità non si deve un assenso convinto, senza riserve, che parta dall’intimo del cuore? Il dogma afferma, chiarendola, quando necessario, la verità, è una difesa della verità, ma la verità abbraccia un ambito più esteso del dogma. Non esiste infatti il ‘dogma’ dell’ esistenza di Dio! Ma Dio esiste.E questa è la verità suprema,la madre di tutte le verità!

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    • #jeannedarc   19 luglio 2016 at 9:36 pm

      Questa è la Dottrina preferita dalla Chiesa, dottrina filosofica e teologica.
      La Chiesa tollera altre impostazioni come, ad esempio, lo suarezismo. Ma il Tomismo è più sicuro.
      Per banalizzare su altri piani: la Chiesa tollera il clero uxorato del Cattolicesimo Orientale, ma il celibato ecceliastico è il suo modello.
      Qui non si parla di dogmi ma di impostazione filosofica.

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