Neocatecumenali: rapida panoramica dei loro gravi errori – prima parte

5241463831

 

Nota: l’opera meritoria di P. Zoffoli, di cui riportiamo alcuni estratti con adattamenti, adotta pur sempre una prospettiva “vaticansecondista”, appigliandosi alle parti ortodosse dei documenti conciliari per confutare gli errori del Cammino Neocatecumenale. Tale dimensione è per ovvie ragioni qui tralasciata, preferendo noi concentrarci sulle affermazioni eretiche diffuse nel Cammino tramite gli Orientamenti di K. Arguello e C. Hernandez (r.i.p.). [RS]

 

Introduzione

Da molti anni il Movimento Neocatecumenale gode la stima, il favore e gli elogi di alcuni membri della Gerarchia cattolica: sarebbe piuttosto laborioso redigere una raccolta completa di tutte le espressioni di compiacimento e benevolenza degli stessi Papi, Paolo VI e Giovanni Paolo II [e i successori, ndr]. Il suo Cammino è stato presentato ed encomiato come metodo esemplare per un ritorno al più autentico Cristianesimo, nella decisa eliminazione di tutte le scorie che attraverso i secoli ne hanno deturpato il volto, tradito il messaggio. Il successo ottenuto sembra sia evidente dal moltiplicarsi delle “comunità” sorte in migliaia di parrocchie…, dall’erezione di nuovi seminari, dall’attività missionaria svolta da nuclei familiari in terre lontane di prima evangelizzazione. Tutto ha fatto pensare ad uno straordinario intervento dello Spirito, particolarmente provvidenziale in un’epoca di apostasia dalla fede come la nostra. Fonte ispiratrice del vasto fenomeno è un testo inedito che raccoglie un corso di istruzioni, per “catechisti” tenuto nel febbraio 1972, da Kiko Argϋello e da Carmen Hemandez a Madrid. Forma un volume dattiloscritto di 373 pagine. Esso, fotocopiato, circola come testo formativo dei nuovi apostoli. Non può dirsi ufficiale solo perché riservato, non perché non esprima idee e convinzioni degli autori. Finora non è stato mai modificato o ritrattato; e nessuno, dal giugno 1990 ad oggi [giugno 1991, ndr], ha protestato per obbligarmi a rettificare in tutto o in parte il mio giudizio critico. Ripetutamente esaminato dagli anni ’80 in poi, risulta che, tra alcuni elementi positivi, il testo ne contiene numerosi gravemente negativi, perché inconciliabili con fondamentali verità del Cristianesimo proposte dal solenne magistero della Chiesa.

 

I – NIENTE REDENZIONE

GESÙ CRISTO HA FONDATO LA CHIESA PERCHÉ QUESTA, ATTRAVERSO I SECOLI, APPLICASSE ALLE ANIME I FRUTTI DELLA SUA REDENZIONE; NEGATA LA QUALE, LA CHIESA NON HA ALCUNA RAGIONE SUFFICIENTE D’ESSERE DAVANTI A DIO NÉ DAVANTI ALLA SOCIETÀ UMANA E ALLA STORIA.

In realtà, secondo Kiko, all’attuale «processo di desacralizzazione e di crisi di fede, lo Spirito Santo (…) ha risposto con il Concilio”. In che modo? “Il concilio ha risposto rinnovando la teologia. E non si è parlato più di dogma della redenzione …” (p. 67).

 

II – L’UOMO NON PUÒ OFFENDERE DIO

GESÙ HA OPERATO LA REDENZIONE DEL MONDO ESPIANDO IL PECCATO QUALE OFFESA DI DIO; ORA, SE L’UOMO, PECCANDO, NON PUÒ OFFENDERE DIO, È CERTO CHE NON HA ALCUN DOVERE DI ESPIARE; MA SENZA ESPIAZIONE NON SI DÀ REDENZIONE; DUNQUE, NEPPURE QUESTA AVREBBE AVUTO LUOGO, E LA CHIESA, ISTITUITA APPUNTO PER CONTINUARE L’OPERA REDENTRICE DEL CRISTO, NON AVREBBE UNO SCOPO: L’UMANITÀ PUÒ FARNE A MENO.

Kiko non riesce a concepire il peccato come offesa di Dio; pensa soltanto – ed è ovvio, come nella Chiesa tutti i teologi hanno sempre insegnato molti secoli prima di lui — che l’uomo non può “rubare a Dio in sua gloria…”; non “può recare danno a Dio (…), perché allora Dio sarebbe vulnerabile e non sarebbe Dio …”(p. 182). Chi ha potuto mai supporlo?… Dunque, è ben altro il senso che la Chiesa ha sempre attribuito al peccato come offesa di Dio: appunto il senso che Kiko ignora, spiegando — lo vedremo subito — come egli non possa concepire il dovere dell’espiazione. Egli sappia – e con lui quanti lo seguono – che l’uomo col suo peccato, pur danneggiando realmente solo se stesso, offende Dio in quanto commette l’ingiustizia di negarGli quel che Gli è dovuto: il cordiale riconoscimento del suo sovrano dominio, e quindi la sua dignità di Valore assoluto, Fine ultimo, Legge suprema… L’uomo, peccando, Lo rifiuta, per cui presume di sé, talmente che, se dipendesse da lui, arriverebbe a sopprimerlo…; egli non sopporta la propria radicale subordinazione all’«ALTRO»; ed è appunto in questo tentativo che consiste tutta l’intrinseca perversione della volontà umana, e in questo senso dobbiamo parlare di «offesa di Dio», anche se Dio, in Sé, resta inalterato. Non è forse Gesù che parla dei «nostri debiti» con Lui? (Mt 6,12). Non è forse la giustizia che comanda di soddisfarli?

 

III – BASTA CON I SACRIFICI DI ESPIAZIONE

GESÙ HA REDENTO L’UOMO SACRIFICANDO SE STESSO SULLA CROCE PER ESPIARNE I PECCATI. ORA, APPUNTO I MERITI DELLA SUA OFFERTA CRUENTA COSTITUISCONO L’UNICA RICCHEZZA CHE LA CHIESA DEVE PROCURARE ALLE ANIME CON L’ESERCIZIO DEI SUOI POTERI. DUNQUE, NEGATO IL SACRIFICIO DI CRISTO, LA CHIESA NON HA NULLA DA OFFRIRE ALL’UOMO PECCATORE E DESTINATO A REDIMERSI, E NON SI COMPRENDE PERCHÉ SIA STATO FONDATA.

Infatti, secondo lui, “le idee sacrificali e sacerdotali” sarebbero proprie del paganesimo (p. 322); “l’idea del sacrificio” farebbe “retrocedere all’Antico Testamento” (ivi). “Anche Israele, per un certo periodo, ebbe questo tipo di culto sacrificale”, dal quale poi — secondo il nostro esegeta — sarebbe passato “ad una liturgia di lode, di glorificazione” (p. 320). Per cui i neoconvertiti della Chiesa primitiva avrebbero trovato “nella liturgia cristiana i riti religiosi pagani (…) che già il popolo d’Israele aveva superato” (ivi). Carmen è convinta che “le idee sacrificali, che Israele aveva avuto ed aveva sublimato, si introdussero di nuovo nell’Eucaristia cristiana” (p. 333). Ma quali «ragioni del tutto contingenti» può aver avuto la Chiesa nel “permettere”, non solo, ma per imporre come fondamentale dogma di fede il carattere sacrificale della celebrazione eucaristica? A questo riguardo, Kiko e Carmen sembra che delirino. Noi li seguiremo tornando sul concetto di «sacrificio» in generale. Essi lo rifiutano perché privo d’uno scopo: “Offrire cose a Dio per placarlo” – secondo loro – era proprio delle “religioni naturali”, pagane (p. 320). Ora, ciò suppone che Dio possa “offendersi”, adirarsi, esigere una riparazione che in qualche modo restituisca a Lui ciò che l’uomo, peccando, gli ha sottratto: “Forse che Dio ha, bisogno del sangue del suo Figlio, del suo sacrificio, per placarsi? Ma che razza di Dio abbiamo fatto? Siamo arrivati a pensare che Dio placava la sua ira nel sacrificio di suo Figlio alla maniera degli dei pagani. Per questo gli atei dicevano: “Che tipo di Dio sarà quello che riversa la sua ira contro suo Figlio nella Croce?” (p. 333).

 

IV – PECCATO IMPOSSIBILE

IL PECCATO NON È POSSIBILE ALL’UOMO IN QUANTO QUESTI NON PUÒ EVITARLO, COME SOSTIENE KIKO.

Infatti: secondo lui — fedelissimo discepolo di Lutero – “l’uomo non può fare il bene perché si è separato da Dio, perché ha peccato ed è rimasto radicalmente impotente e incapace, in balia dei demoni. È rimasto schiavo del Maligno. Il Maligno è il suo signore. Per questo non valgono né consigli, né sermoni esigenti. L’uomo non può fare il bene (…). Non puoi compiere la legge; la legge ti dice di amare, di non resistere al male, ma tu non puoi: tu fai quello che vuole il Maligno” (p. 130. Cf. p. 135). L’uomo “È profondamente tarato. È carnale. Non può fare a meno di rubare, di litigare, d’essere geloso, di invidiare, ecc., non può fare altrimenti. E non ne ha colpa….” (p. 138). Per questo, appunto, “non servono discorsi. Non serve dire: “Sacrificatevi, vogliatevi bene, amatevi”! E se qualcuno ci prova, si converte nel più gran fariseo…” (p. 136). Kiko è in perfetta linea con Lutero, che ha lasciato scritto: «Acconsenti dunque a ciò che tu sei, angelo mancato, creatura abortita. Il tuo compito è di mal fare, perché il tuo essere è malvagio!» (da J. MARITAIN, Tre Riformatori, Morcelliana, 1964, p. 48).

 

V – CRISTO NON È MODELLO DI SANTITÀ PER NESSUNO

LA CHIESA È IL CORPO MISTICO DI CRISTO; IL QUALE, APPUNTO PERCHÉ SUO CAPO E MEDIATORE, È ANCHE SUPREMO MODELLO DI SANTITÀ PER I CREDENTI. MODELLO SUBLIME, MA – CON LA SUA GRAZIA – REALMENTE IMITABILE DA TUTTI SECONDO LA PARTICOLARE VOCAZIONE DI CIASCUNO.

Tutto questo non sarebbe vero, secondo Kiko che, al riguardo, presume di capovolgere duemila anni di Cristianesimo predicato e vissuto: “Gesù Cristo non è affatto un ideale di vita. Gesù Cristo non è venuto per darci l’esempio e per insegnarci a compiere la legge” (p. 125). “La gente – incalza – pensa che Gesù Cristo è venuto a darci una legge più perfetta della precedente (l’ebraica) e che, con la sua vita e la sua morte, la sua sofferenza soprattutto, ci ha dato l’esempio perché noi si faccia lo stesso. Per queste persone [ossia per tutti i Santi] Gesù è un ideale, un modello di vita…” (p. 126). Non basta: “… Molta gente pensa (…): ci ha dato l’esempio con la sua vita, dicendoci: “Vedete come faccio lo? Così fate anche voi”. Se poi chiedi alla gente: “Tu lo fai?”, ti rispondono: “Via, io non sono Gesù Cristo, non sono mica un santo …”. Il cristianesimo non è per nulla un moralismo. Perché, se Gesù Cristo fosse venuto a darci un ideale di vita, come avrebbe potuto darci un ideale talmente alto, talmente elevato, che nessuno può raggiungere?” (p. 126). Qui la mistificazione è palese, irritante, anche per il credente più superficiale e distratto: in tutto il Nuovo Testamento l’invito a seguire e imitare Cristo, di partecipare alla sua Passione, condividere i suoi sentimenti, ecc. è così frequente e insistente che se ne potrebbe ricavare un florilegio del più alto interesse.

 

VI – SIAMO TUTTI SACERDOTI…

LA CHIESA, SOCIETÀ VISIBILE E GERARCHICA, FONDA LA PROPRIA STRUTTURA GIURIDICA SUL SACRAMENTO DELL’ORDINE, CHE DISTINGUE ESSENZIALMENTE IL SACERDOZIO MINISTERIALE DA QUELLO COMUNE A TUTTI I FEDELI SEMPLICEMENTE BATTEZZATI (LG I0). MA, SECONDO KIKO, TALE DISTINZIONE NON SI DÀ; ESSENDO TUTTI PARTECIPI DELL’UNICO SACERDOZIO DI CRISTO.

Come al solito, il fondatore carismatico del Movimento si pronunzia con stupefacente disinvoltura: “Non abbiamo nemmeno sacerdoti nel senso di persone che separiamo da tutti gli altri perché in nostro nome si pongano in contatto con la divinità. Perché il nostro sacerdote, colui che intercede per noi, è Cristo. E siccome siamo il suo Corpo, siamo tutti sacerdoti. Tutta la Chiesa è sacerdotale nel senso che intercede per il mondo. È vero che questo sacerdozio si visibilizza in un servizio, e ci sono alcuni fratelli che sono servitori di questo sacerdozio, ministri del sacerdozio. Nel Nuovo Testamento non si usa la parola “sacerdote” altro che riferita a Cristo; invece si parla di ministri e presbiteri…” (p. 56s). Forse siamo al più micidiale “colpo basso” vibrato da Kiko al cuore della Chiesa: Lutero ne avrebbe esultato. In realtà: A) il Concilio di Trento contro la pseudoriforma protestante parla di «sacerdozio della Nuova Legge» (D-S 1764), del sacramento dell’Ordine (D-S 1765-6), della Gerarchia ecclesiastica fondata su tale Ordine (D-S 1767-1770). B) Dunque, nella Chiesa non tutti sono sacerdoti, ma soltanto alcuni; e questi sono «ministri» di Cristo, non ministri-deputati dalla Comunità dei fedeli. I “presbiteri” non sono “fratelli”, ma “padri” perché, rappresentando Cristo hanno da Lui ricevuto il potere e la missione di intercedere per essi presso il Padre: la loro dignità viene dall’alto, non dal basso; da un «carattere sacro», non da una designazione umana di tipo democratico. Pio XII aveva smascherato il ricorrente errore luterano: “Alcuni (…) insegnano che nel Nuovo Testamento si conosce soltanto un sacerdozio che spetta a tutti i battezzati (…) e soltanto in seguito è sottentrato il sacerdozio gerarchico. Sostengono perciò che solo il popolo gode di una vera potestà sacerdotale, mentre il sacerdote agisce unicamente per officio commessogli dalla comunità…” (Mediator Dei, 68). C) Ma insegnamenti così categorici non sono stati capiti e accettati da Kiko e seguaci perché, nelle comunità neocatecumenali, chi presiede non è il “sacerdote” ma “il catechista”

 

VII – LA CHIESA CATTOLICA NON È L’UNICO OVILE DI CRISTO

TUTTI SONO CHIAMATI AD APPARTENERVI; PER CUI – TRANNE I CASI D’IGNORANZA INVINCIBILE E QUINDI DI BUONA FEDE – NESSUNO SI PUÒ SALVARE FUORI DELLA CHIESA.

Kiko non è d’accordo. Ed è logico, perché, negando l’Ordine sacro e il sacerdozio ministeriale, deve rifiutare la struttura gerarchica della Chiesa quale società visibile. Per conseguenza, nessuno è obbligato ad appartenervi; la salvezza è possibile anche restando ad essa estranei. Infatti: a) secondo lui, «la Chiesa non è una cosa giuridica …” (p. 167). “Dov’è allora la Chiesa?”, egli si chiede, e risponde: «Dove c’è lo Spirito Santo, lo Spirito vivificante di Gesù Cristo Risorto, dove è l’uomo nuovo del Sermone della montagna. Dove c’è questo, lì c’è la Chiesa» (p. 88). Dunque:

— molti cristiani, che non vivono secondo lo Spirito Santo perché in peccato mortale, non appartengono alla Chiesa?… Precisamente: siamo all’errore dei Fraticelli condannati da Giovanni XXII (D-S 911); per cui la vera Chiesa sarebbe soltanto quella dei “giusti” o dei «predestinati» che vivono in grazia di Dio e tendono alla santità: appunto la chiesa di Giovanni Hus, condannato dal Concilio di Costanza (D-S 1201- 6, 1220-4); la chiesa anabattista quale “assemblea dei figli di Dio”, o quella luterana come “comunione dei credenti”, o l’altra di Pascasio Quesnel, condannato da Clemente XI (D-S 2476);

— dal principio secondo il quale la Chiesa, stando a Kiko, non sarebbe una società visibile-gerarchica, con struttura giuridica, contro ripetute dichiarazioni del Magistero (cf. Pio XII, Mystici Corporis, nn. 20-22 e in D-S 3803), si deduce che moltissimi non battezzati, potendo essere animati dallo Spirito di Cristo, appartengono alla Chiesa, ciò ch’è falso…;

— talmente falso che Kiko, del tutto coerente con se stesso, osa aggiungere che “missione della Chiesa non è far sì che tutti vi entrino a far parte giuridicamente…” (p. 81). Segue allora che:

b) la Chiesa per costituzione e vocazione non è missionaria… “la missione della Chiesa” non è “portare dentro quelli che sono fuori” (p 78). E ancora: “c’è gente che non è chiamata ad appartenere alla Chiesa” (p. 87). […] In altri termini: se la Chiesa non fosse destinata ad accogliere nel suo seno tutti i popoli, né quindi obbligata ad annunziare il Vangelo ovunque, la cattolicità non sarebbe una delle sue note distintive, come quasi tutti i “simboli” ripetono (D-S 3- 5,12,15,19,21,23,27,30,36,41-51,60,126,150). Leone XIII sentenzia che la Chiesa per sua natura deve rivolgersi al mondo intero, senza alcun limite di luoghi e di tempi: “Talis est natura sua, ut porrigat sese ad totius complexum gentis humane, nullis nec locorum nec temporum limitibus circumscripta…” (Immortale Dei, D-S 3166).

c) Ultima conclusione della teologia kikiana: la salvezza è possibile anche fuori della Chiesa, e ciò semplicemente perché Cristo ha così disposto. Egli infatti, secondo la medesima, non avrebbe concepito la Chiesa «come l’unica tavola di salvezza su cui tutti devono salire per salvarsi» (p. 78). L’equivoco è patente: che di fatto molti possano salvarsi non appartenendo alla Chiesa senza loro colpa, perché la ignorano, è certissimo…; ma che essa non sia stata fondata per accogliere tutte le genti e possa quindi salvarsi chi, pur conoscendone l’origine, la natura e la missione, non si cura di appartenervi come se altre “vie”, oggettivamente considerate, potessero condurre egualmente alla vita eterna, è falso. Su questo, la coscienza della Chiesa è stata sempre lucidissima e ferma.

 

VIII – PAROLA DI DIO AVULSA DAL MAGISTERO?

PRIMO DOVERE DELLA CHIESA È QUELLO DI CONTINUARE L’OPERA DEL VERBO INCARNATO, UNICA LUCE DEL MONDO. SI TRATTA DEL MAGISTERO ESERCITATO DALLA GERARCHIA, O CHIESA DOCENTE, RAPPRESENTATA DAL PAPA E DAL COLLEGIO EPISCOPALE DA LUI PRESIEDUTO NELL’INTERPRETARE IL SENSO DELLA PAROLA DI DIO TRAMANDATA DAGLI APOSTOLI E SCRITTA DAGLI AGIOGRAFI IN MATERIA DI FEDE E COSTUMI.

Non è chiaro se Kiko accetti tal Magistero. Sembra che per lui — come per i Protestanti — sia l’unica fonte della Rivelazione: “La Bibbia si interpreta da se stessa attraverso parallelismi” (p. 372). Dunque, non sarebbe necessario ricorrere ad altri; ciò che sarebbe pienamente logico, una volta soppressa la Gerarchia nell’eliminazione dell’Ordine sacro che la fonda. […]

Ciò che, in Kiko, rende [ancora più, ndr] sospetti gli elogi del Vaticano II è la stizza con la quale si scaglia contro il Concilio di Trento. — Secondo lui, per merito dell’uno “siamo usciti dall’immobilismo, quasi totale” dell’altro (p. 174); — “con il Concilio di Trento, e dal XVI al XX secolo, tutto rimane bloccato…” (p. 174); — “a Trento si punta tutto sulle essenze, sulla efficacia, e si perde di vista il valore sacramentale del segno…” (p. 175); — “con il Concilio di Trento, nel XVI secolo, si fissa tutto rigidamente, imponendo in modo radicale il rito romano. Con questa imposizione oramai non si può più togliere o aggiungere nulla dalla Messa. Così la Messa è arrivata fino a noi” (p. 325); — “dopo il Concilio di Trento siamo rimasti con le essenze e le 13 efficace [sic!] disconoscendo il valore dei segni” (p. 327). Presto vedremo perché Kiko non tollera le definizioni di Trento; ma è lecito chiedersi subito come egli possa salvare “il valore dei segni”, senza sottolineare quello dei “contenuti” ossia delle “essenze”. In realtà egli non accetta quel Concilio, come non l’hanno potuto tollerare tutte le sétte protestanti rimaste colpite dal suo magistero; magistero che la Chiesa Cattolica ritiene infallibile, irrevocabile. È difficile persuadersi che il fondatore carismatico del Movimento si senta sinceramente e incondizionatamente «figlio» di tale Chiesa.

 

IX – PER SALVARSI BASTA CREDERE NELLA MISERICORDIA DI DIO

[…] Soltanto se cosciente e libero, l’uomo si può convertire: il suo ritorno a Dio non può essere forzato, estorto con la violenza. Egli è insostituibile. Dio, per quanto voglia essere misericordioso, non può concedere un perdono che l’uomo rifiuta. Ma questo è un discorso privo di senso per Kiko, secondo il quale sembra che Cristo, risorgendo, faccia tutto, senza che l’uomo faccia nulla con Lui. “La conversione non è mai uno stringere i denti, uno sforzo dell’uomo”. Essa è “un dono di Dio, una chiamata di Dio, una iniziativa, di Dio…” (p.163). La conversione non può essere mai “come quacosa che si ottiene con i propri sforzi …” (p. 168). Tutto ciò è ambiguo, perché anche la Chiesa insegna che Dio previene con la sua grazia, senza la quale l’uomo non potrebbe cominciare a far nulla. Essa, se continua a sostenere la volontà umana, non lascia però questa inerte; e ciò spiega come si debba parlare non solo della “grazia operante”, ma anche di quella “cooperante”, che implica l’attivo impegno della creatura (cf. II Conc. di Orange, D-S 379; S. AGOSTINO, De gratis et lib. arb., c. 17, n. 33, PL 44, 901; S. Tommaso, S. th., q. 111, a. 2; De Veritate, q. 27, a. 5, 1um).

Approfondendo l’indagine, da Kiko si apprende che convertirsi “non è pentirsi del passato, ma mettersi in cammino verso il futuro” (p. 166s). Ma, dopo aver offeso Dio, è lecito non pentirsene? Rimettersi in cammino verso il futuro, se equivale a cambiare rotta, sforzandosi di evitare delle ricadute, va bene. A questo punto però il nostro teologo ci fa perdere ogni pista: tutto secondo lui sarebbe operato dal Cristo. Infatti, il passato sarebbe distrutto dalla sua morte: Egli,risorgendo, dona il suo Spirito e quindi la nuova vita, il perdono dei peccati (cf. p. 130-40). Ma la morte di Cristo come può distruggere il nostro passato? Ce lo spiega Kiko: “Se siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio, se Lui è morto per i nostri peccati, ANCHE NOI SIAMO MORTI PER I NOSTRI PECCATI (…). Se Egli ha occupato il tuo posto ed il mio, ed è stato messo nella fossa al nostro posto, e il Padre lo ha risuscitato, ha risuscitato anche noi. Perché l’ha risuscitato come pegno, come garanzia che i tuoi peccati sono perdonati, che abbiamo accesso alla vita di Dio, che ora possiamo nascere da Dio” (p. 141). E ancora: “La morte e il peccato sono stati vinti nella morte e risurrezione di Gesù Cristo che, nella sua carne, ha sepolto e distrutto il corpo di peccato (…). Se un uomo è stato risuscitato dalla morte, vuol dire che il peccato è stato perdonato (…). Egli è risorto per primo per giustificare tutta l’umanità, per mostrare a tutti gli uomini che la morte è stata perdonata a tutti, perché il peccato è stato perdonato…” (p. 143s). Insomma, “in Cristo Dio inaugura una nuova creazione, fa una nuova umanità” (p. 144). Ma qui, purtroppo, il travisamento di ben noti e commentatissimi testi paolini ci offre un Cristianesimo del tutto sconvolto, degno soltanto di una fantasia sbrigliata, nutrita di una cultura teologica irrimediabilmente inquinata da evidenti infiltrazioni luterane. Omettendo altre considerazioni, il punto vulnerabilissimo della ricostruzione kikiana si riduce a questo: mentre si esalta l’iniziativa della Grazia, si nega la necessità della corrispondenza dell’uomo; al quale Dio risparmia ogni sforzo, ogni rinunzia, ogni sacrificio come amorosa e indispensabile partecipazione all’Offerta cruenta della Croce. Infatti — sostiene Kiko — “Gesù Cristo è venuto a soffrire perché tu non soffra; è venuto a morire perché tu non muoia: Lui sì che muore, tu no; in modo che ti si regala gratuitamente la vita, a te e all’ultimo disgraziato della terra, al più peccatore, al più vizioso, “all’assassino”, a chiunque sia si regala una vita eterna” (p. 222).

Kiko ancora una volta lascia trapelare in modo inequivocabile la teologia luterana della fede che salva senza le opere, dipendendo tutto dalla Grazia, non potendo nulla una natura radicalmente corrotta: «Tu sarai gloria a Dio, se credi che Dio può fare di te, che sei un peccatore, lussurioso, egoista, attaccato al denaro, un figlio di Dio, che ami come Gesù Cristo. Credi tu questo? Questo lo farà Dio, non tu. Per questo il Cristianesimo è una buona notizia per i poveri e i disgraziati. Il cristianesimo non esige nulla da nessuno, regala tutto…» (p. 222). Ciò è logico, ripeto, una volta ammesso che l’uomo non può fare il bene (p. 130); che Cristo non è un Modello di vita da doversi imitare (p. 125 s); che «vivere in grazia è vivere la gratuità di Dio che ti sta perdonando con il suo amore, e credere in questo perdono e in questo amore costante di Dio (…) I cristiani (…) sanno di essere peccatori davvero ed hanno sperimentato in questo peccato la misericordia di Dio che perdona e dà una vita nuova, frutto della sua grazia» (p. 190). Per superare “tutta la religiosità naturale (…) basata sul timore“, basta crederlo: «avere questa fiducia in Dio»; la “fiducia assoluta che Dio ti ama” (p. 62). «Se è vero che Dio ha generato Gesù Cristo dentro di te», «hai ricevuto il dono di Dio: misericordia, vita eterna, perdono…» (p. 67). L’accordo col principio luterano è perfetto: “La fede nella salvezza è la salvezza”. «Non è giusto colui che opera molto, bensì chi, senza operare, crede molto in Cristo». [«Non ille iustus est qui multum operatur, sed qui sine opere multum credit in Christum”, (LUTERO, Tesi XXV della Disputa di Heidelberg, 25 aprile 1518)]. Perciò, “qual è la notizia che dà la Chiesa? Che Gesù Cristo è risorto dalla morte, che noi non moriamo. Perché siamo stati inseriti nel Corpo vivo di Gesù Cristo Risorto…» (p. 86s); ossia nella Chiesa, la quale “salva tutti (…). La Chiesa salva tutti, perché perdona tutti. E se essa è Cristo e Cristo è Dio, è Dio stesso che ha perdonato loro. La Chiesa non giudica, non esige, bensì salva, cura, perdona, risuscita e tutto ciò lo fa facendo presente l’escatologia…» (p. 90).

l

X – LA CHIESA PRIMITIVA NON EBBE LA CONFESSIONE…

NELLA CHIESA, IL PERDONO DEI PECCATI È CONCESSO DA DIO, PER I MERITI DELLA PASSIONE E MORTE DI CRISTO, AL FEDELE IL QUALE, PENTITO DEI SUOI PECCATI, LI CONFIDA AL CONFESSORE, DECIDE DI CAMBIARE VITA, CHIEDE E OTTIENE L’ASSOLUZIONE SACRAMENTALE.

Ancora una volta Kiko dissente dalla Chiesa Cattolica.

a) Saltando a pie’ pari i notissimi testi del N. Testamento sul potere di rimettere i peccati conferito da Gesù unicamente agli Apostoli (Gv 20, 23; Mt 16,19; 18,18), egli ignora del tutto quanto ne affermano i Padri dei primi secoli: “La Chiesa primitiva non ebbe la confessione (…) come l’abbiamo noi oggi” (p. 164). Quale confessione abbiamo oggi? Noi – da sempre – alla “conversione” operata per la Grazia aggiungiamo l’“assoluzione” del ministro di Dio, da cui dipende “il perdono dei peccati”. Ma Kiko non accetta.

b) È ambiguo affermare che la “conversione non ha mai un senso moralista e volontarista”, essendo “essenzialmente un cambiamento di mentalità, un cambiamento di direzione” (p. 165). Una mentalità cambia soltanto se riferita ad una determinata cosa, prima amata e poi odiata, o viceversa… Solo così intesa, la volontà cambia direzione, alludendo precisamente a quel «contenuto-termine che si riassume in Dio e in ciò che Egli comanda e proibisce…, almeno se si vuol dire qualcosa di concreto quando si ripete che “la conversione” è sempre «mettersi di fronte a Dio» (p. 165); altrimenti si cade nel v u o t o della tendenza vaga o velleità, della direzione senza un termine, di un atteggiamento assurdo…

c) Con ostentata sicurezza Kiko dichiara che “i valori essenziali del sacramento della penitenza sono la situazione esistenziale del peccato, Dio non è rimasto indifferente, ma è intervenuto, prendendo l’iniziativa e aprendo un cammino di salvezza e di conversione per il popolo” (p. 166). Magistero e teologia cattolica si sono sempre espressi diversamente: − La situazione del peccato, e poi l’iniziativa della grazia (che stimola il processo della conversione) precedono, non costituiscono il sacramento della penitenza; − che invece comprende come suoi elementi essenziali sia l’accusa del peccato, sia il dolore di aver offeso Dio, sia il proposito di emendarsi e riparare, sia soprattutto, l’assoluzione del sacerdote, senza la quale è vano sperare il perdono di Dio, almeno nell’ambito della Chiesa di Cristo…

d) Ma Kiko non cessa di sorprendere con le sue stravaganze, connesse con quelle sopra segnalate: “la conversione non è un pentirsi del passato; ma mettersi in cammino in avanti, verso il futuro…” (p. 166). L’espressione è totalmente oscura.

e) E siamo ad uno dei punti nevralgici della “teologia neocatecumenale”: “La Chiesa primitiva non ha nessuna esplicitazione del sacramnteo della penitenza che non sia il battesimo” (p. 167). […] Kiko evidentemente ritiene che soltanto il battesimo risale alle origini, mentre il sacramento della penitenza — distinto dal battesimo — farebbe la sua comparsa più tardi e precisarnente per opera. della Chiesa istituzionalizzata (p. 168). Siamo appunto all’eresia luterana, condannata a Trento, dove alla distinzione tra i due sacramenti si dedica un intero capitolo (D-S 1671ss).

f) Sopra ho rilevato che Kiko, ignorando il peccato come «offesa di Dio”, nega anche dovere di espiarlo col sacrificio. Ora resta da riflettere su di un particolare estremamente grave, volto ad eliminare del tutto l’entità del peccato, il quale avrebbe una “dimensione sociale, mai individuale” (p. 167).

[…] E’ indice di malanimo ritenere «divertentissimo vedere le liste delle espiazioni» (p. 171), come se queste non fossero suggerite dalla sapiente preoccupazione di proporzionare le pene alla gravità delle colpe… Sa di anticlericalismo la sciocca voglia di ridicolizzare “la confessione tariffata”, presentandola agl’ignari sotto l’aspetto meno felice, mentre se ne occulta il senso giusto: quello di un metodo pastorale che, a suo modo, illuminò confessori e penitenti di un certo periodo storico, pur se non mancarono gli abusi, che la Chiesa non tardò a condannare e sopprimere.

È teologicamente errato affermare che “il perdono non era un’assoluzione, ma una riconciliazione con tutta la comunità mediante il segno della riammissione all’assemblea in un atto liturgico ecclesiale” (p. 173). “Il perdono è concepibile solo come “remissione dei peccati”, per la quale il peccatore si riconcilia innanzitutto con Dio per la sentenza che soltanto il Vescovo, quale suo ministro, ha il potere di formulare, e non già l’assemblea. L’abbiamo accennato sopra.

Definire “stupidaggini” (p. 172) i peccati veniali – che comincerebbero ad essere materia di confessione verso il VI secolo – significa irridere una prassi degnissima di rispetto, anche perché indice di una crescente sensibilità spirituale dei fedeli …

Di tipo spiccatamente “protestante” è il pregiudizio di Kiko secondo il quale – così pare da tutto l’insieme – la vita della Chiesa primitiva sarebbe stata la sola ideale, per cui ciò che essa non conobbe né praticò (perché dovuto ai secoli posteriori) significherebbe un regresso, come appunto la prassi della «confessione molto frequente» (p. 173).

i) Non c’è chi non possa definire teologicamente e storicamente errata, ingiusta, irriverente e gravemente offensiva per la Chiesa la seguente astiosa raffica del profeta spagnolo: 1° “I Francescani e i Domenicani estendono dappertutto la confessione privata come una devozione…” (p. 173), mentre sappiamo che essa risale a parecchi secoli prima, in Oriente e in Occidente…; 2° si deplora la confessione fatta “per la santificazione personale, cosa che giungerà fino ai nostri giorni” (p. 173), come se la santificazione personale non fosse lo scopo dell’intera liturgia cattolica e il massimo contributo che ciascuno possa dare alla crescita del Corpo Mistico… 3° Solo l’ignoranza e il malanimo hanno potuto suggerire: «Fa quasi ridere pensare che è necessaria la sola attrizione se ti vai a confessare; e la contrizione se non ti confessi. Vedete bene che cosa rimane della conversione…» (p. 174). Kiko presume di dar lezioni di teologia e antropologia soprannaturale ai Padri del Concilio di Trento, che appunto spiegano come e perché l’attrizione basti per ricevere l’assoluzione del confessore (DS 1677-8). Lutero non si sarebbe espresso diversamente… 4° Siamo all’attacco frontale contro il Concilio di Trento. Con e dopo questo, “tutto rimane bloccato” (p. 174). Perciò appaiono i confessionali (…), si comincia a generalizzare la forma della confessione privata, medicinale e di devozione (…). Non ridete, perché l’abbiamo vissuto anche noi. La confessione come mezzo di santificazione personale, così come la direzione spirituale [che risale nientemeno a Origene e Clemente di Alessandria], tutto fa parte del cammino della perfezione. “Chi mette confessionali dappertutto è san Borromeo. Con dettagli che riguardano anche la grata, ecc. adesso comprendete che molte delle cose che diceva Lutero avevano un fondamento…” (p.174). 5° Ed ecco la spiegazione dell’attuale crisi della confessione: LA FEDELTÀ DEL POPOLO CRISTIANO ALLA DOTTRINA DI TRENTO. “Non appare da nessuna parte il processo penitenziale né il processo sacramentale. Per questo, e anche perché l’umanità oggi cammina verso visioni sociali e comunitarie del peccato e non legaliste, capite come la pratica della confessione sia in crisi. E per questo la gente si comunica tranquillamente senza confessarsi” (p. 175).

 

***fine prima parte***

Link alla seconda parte

 

 

11 Commenti a "Neocatecumenali: rapida panoramica dei loro gravi errori – prima parte"

  1. #Alessio   20 luglio 2016 at 7:20 pm

    Di ‘sti soggetti non sapevo quasi niente, ma leggendo l’articolo sembrano proprio essere quello che la foto suggerisce : dei modernisti buontemponi seguaci di uno pseudo-guro con un nome da cane.

  2. #Giacomo   21 luglio 2016 at 9:34 am

    La “gerarchia” che sostiene la “veridicità” degli “insegnamenti” di Kiko è la stessa che ha promosso le eresie vaticanosecondiste, pertanto il movimento di Kiko può essere qualificato come eretico, al pari della falsa “Chiesa” conciliare (sono in realtà la stessa cosa) .

  3. #Francesco Retolatto   21 luglio 2016 at 4:33 pm

    Gli errori dei neocatecumenali? sono ben espressi dagli abiti del ragazzotto biondo della foto.
    come si fanno a mettere bermuda a fiori con una camicia a quadretti?
    battute a parte
    Non si va lontano dalle assurdità espresse in più punti e occasioni dal signore che occupa il soglio di Pietro attualmente.

    Restate saldi.

    • #Alessio   22 luglio 2016 at 1:33 am

      ….. e il tipo sulle sedie gialle? Sembra che stia mangiando una piadina, sotto gli sguardi interessati degli altri partecipanti al torneo di bocce.
      Che stile, che carisma! Non c’è che dire!

  4. Pingback: Neocatecumenali: rapida panoramica dei loro gravi errori – seconda parte | Radio Spada

  5. #gaspare   21 luglio 2016 at 5:25 pm

    sembra ci sia anche puzza di p2, il Cardinale Poletti(di Sant’Apollinare)fu assegnato da San Giovanni Paolo II(che sicuramente niente sapeva) a controllare il primo seminario Redemptoris Mater(neocat)e tal Poletti risulta nella lista gelli trovata a villavanda e anche in quella di Pecorelli.Ora spero che io mi sbagli ma c’è troppa p2 banda magliana gelli calvi marcinkus ior a cavallo del periodo post conciliare senza parlare di Giovanni Paolo I,intanto i neocat vanno avanti convinti di essere l’unica salvezza.

  6. #Dan   22 luglio 2016 at 1:59 pm

    Purtroppo questo orribile ed eretico movimento sta colonizzando la mia (ormai ex) parrocchia.

  7. #AICI   24 luglio 2016 at 8:12 am

    L’unica cosa buona è che ogni neocatecumenale figlia come 7 cattolici “classici”. L’unica è lasciargli questo compito e poi toglierglieli per educarli alla Vera Fede;)

  8. #sergio   4 agosto 2016 at 3:20 pm

    Segnalo la convivenza fatta tra Kiko, l’élite neocatecumenale e gli ebrei (élite rabbinica) alla Domus, in Israele, lo scorso autunno 2015, con tanto di 5 vescovi tra i quali almeno 2 in odore (pesante) di massoneria. Ci fu vietato di girare filmati del video, il cd fu requisito alla fine della proiezione per ordine di Kiko e – ovviamente – dei catechisti, con la scusa che potesse essere strumentalizzato.. ci fu detto anche di non parlarne con nessuno.. il video è ad oggi introvabile, persino su youtube… NB. nella convivenza non si parlò mai di Gesù Cristo, per non offendere gli ebrei…. Mah!!!! Ne uscii scandalizzato…

    • #Ale   4 agosto 2016 at 6:23 pm

      Kiko è semplicemente un aberrante eretico. Per essere apostata occorrerebbe che abbia fatto defezione dalla Fede Cattolica ma dubito che l’abbia mai avuta. E’ uno scandalo che questi soggetti siano lasciati liberi di sproloquiare scemenze e ingannare poveri sprovveduti! Andrebbero scomunicati all’istante, un vero Pontefice l’avrebbe già fatto. Gli apostati impostori travestiti da papi invece non perdono occasione per incoraggiarli!

  9. #raimondo   4 agosto 2016 at 8:55 pm

    Ho conosciuto padre Zoffoli; veniva molto a Genova nei primi anni 70 avendo dei conoscenti a Pegli che l’ospitavano.. Fu il primo a lanciare l’allarme sui neocatecumenali perché i fatti di Medijuogorie comparvero nell’81. Ma a noi tutti interessava la terribile crisi della Chiesa all’ apice dopo la morte di Montini. Andava molto ad Ovada dove si trovava la casa dov’era nato San Paolo della Croce (PAOLO DANEO) fondatore dei Passionisti tenuta dalla suore. Era amico del Padre Fabro. Ebbi con lui molti discorsi sulla crisi della Chiesa che intravide distintamente, ma l’opera e le sua battaglie contro i neocatecumenali restano oggi essenziali. Grazie per aver ricordato.